Attraverso le news per cucire la nostra coperta mediale

15 aprile 2014 • Digitale, Ricerca sui media • by

Ho un pensiero preciso sul fatto che i vecchi media possano trarre benefici dai nuovi media, valido anche al contrario. So che non è un pensiero di oggi. Prima di tutti, infatti, lo ha teorizzato Marshall McLuhan, anche se per correttezza va detto che il grande sociologo canadese sosteneva che se i vecchi media non si adattano ai nuovi rischiano, forse non di scomparire, ma di avere seri problemi per la sopravvivenza.

C’è un fatto su cui oggi occorre riflettere: è il passaggio da media di massa a media sociali. O meglio, più che di un passaggio, la combinazione fra i due o la loro contaminazione. Tutto in verità ruota intorno alla influenza che i media (tutti) hanno nella formazione delle opinioni. Rigorosamente al plurale. Con Georg Simmel si è iniziato a parlare di socievolezza per indicare quello spazio dove si formano le idee per poi passare a parlare di sfera pubblica, poi di questa in rapporto ai media di massa, per arrivare alla contemporaneità e allo studio dei media sociali.

A partire da questa evoluzione – storica -, chi come me si occupa di comunicazione e informazione, non può non interrogarsi su come avvengano i cambiamenti e come si formino i nuovi spazi sociali di condivisione delle idee. Anche se la televisione non rappresenta più quello spazio quasi unico di informazione, un “tantino”  pedagogico,  è ancora il luogo da dove attingono (per lo meno gli italiani) la maggior parte delle informazioni in loro possesso. Fra ciò che arriva da quella scatola – sempre più “piatta” – mi hanno particolarmente incuriosito quei programmi abbastanza bistrattati – nonostante un certo successo di ascolto e di share – che sono i talk show.

Non sto dicendo che mi piacciono o che non mi piacciono. La mia è una curiosità di ricerca. Soprattutto mi interessa capire se questi programmi televisivi intervengono nella formazione delle idee del pubblico e capire se, con i social network, hanno cambiato faccia. Quanti possono dire di non aver mai postato una critica (positiva o negativa che sia), un commento, via Twitter o Facebook, a proposito dei talk che hanno visto – anche se solo per caso -, magari zappingando?

È proprio questa la novità del guardare i talk show. Il telecomando della tv in una mano e lo smartphone o il tablet dall’altra. Tanti giornalisti che conducono questi programmi lo mettono in evidenza. Non è però solo un fatto di visione funambolica o nevrotica ma l’evidenza di un cambiamento nel guardare la tv. Nasce il second screen. Ed ecco che il suggerimento di McLuhan prende forma attraverso l’ibridazione di vecchi e nuovi media (ammesso che abbia ancora senso questa differenza!).

È soprattutto la possibilità da parte dei cittadini di partecipare “dal basso” a un programma per definizione mainstream. Nonostante ci sia una possibilità reale, attraverso la connessione mainstream e social media, di dar voce ai cittadini, non tutti i conduttori di talk show lo fanno; seppure tutti i giornalisti dichiarano di dar  “ascolto”, naturalmente in modo diverso, ai loro follower o friends.

Aggiungo una ulteriore riflessione: noi tutti abbiamo un’opportunità, – inedita fino a poco tempo fa -, quella di costruirci la nostra coperta mediale come un patchwork, cioè una coperta fatta di tanti pezzi differenti fra loro per argomento, opinione, gusto, stile, ma cucita da noi. In tal modo non ci limitiamo a combinare le tessere preordinate di una figura precostituita come quella di un puzzle. È una nuova grande libertà. Che va guadagnata con un lavoro di selezione consapevole e di conoscenze. Una possibilità inedita, di formare dal basso la propria opinione sulle cose. Sul mondo. Nei miei lavori, ho guardato tanti talk show, sono stata dentro tante redazioni, ho intervistato giornalisti (Floris, Formigli, Latella, Paragone, Sottile, Varetto, Vianello). A tutti sono molto grata, da tutti ho imparato qualcosa. Ho osservato da quattro anni come si informano gli italiani, quali sono i loro gusti e scelte di argomenti, media, palinsesti.

Di Patchwork, opinione pubblica, talk show, e forse qualcosa d’altro ne ho parlato in: “Patchwork mediale” (FrancoAngeli, 2012) e in “Cross-News” (Codice edizioni, 2013) Il mio osservatorio News Italia (promosso dal LaRiCA, Laboratorio di Ricerca in Comunicazione Avanzata del Dipartimento di Scienze della comunicazione e discipline umanistiche dell’Università di Urbino Carlo Bo) su come si informano gli italiani, con i dati aggiornati è a questo indirizzo.

Photo credits: Daniel Go / Flickr CC

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