Non sparate sull’algoritmo

21 dicembre 2016 • Digitale, Più recenti • by

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Eli Pariser è il teorico delle filter bubble, da lui così rappresentate durante un TED talk (Gisela Giardino / Flickr CC / BY-SA 2.0)

Il risultato delle elezioni presidenziali statunitensi ha influenzato l’umore generale al Convegno Ue sul pluralismo dei media e la democrazia, tanto che è legittimo chiedersi come sarebbe stato l’evento in circostanze diverse. Così come la Primavera araba aveva scatenato reazioni d’entusiasmo riguardo al presunto “potere dei social media” di trasformare il mondo in un democratico Paese delle meraviglie, gli avvenimenti politici del 2016, al contrario, hanno creato consenso attorno all’idea, molto dibattuta durante la conferenza, che “Internet non ha generato la comunità di persone informate che ci aspettavamo, ma una frammentazione di opinioni in bolle isolate”.

Ma in Italia, i lettori de Il Manifesto hanno mai consumato le stesse notizie dei lettori de Il Giornale? E li abbiamo mai visti leggere i loro giornali sulla stessa panchina discutendo pacatamente? Portare una determinata testata sotto braccio ha sempre indicato chiaramente un certo pensiero politico o atteggiamento, così come “seguire” o premere “like” a certe comunità online è a sua volta ora una scelta di campo. Le informazioni scorrette, insieme all’incapacità di riconoscerle, abbondavano già nell’era in cui i notiziari di servizio pubblico in prime time dominavano l’agenda dei media, e ancora oggi molti reportage seguono binari troppo semplicistici.

Il fascino del presunto potere degli algoritmi delle piattaforme online di “plasmare le nostre realtà” oscura il fatto che non vi sia mai stata un’età dell’oro in cui la politica e i media erano dominati soltanto dalla “verità” e dai “fatti”. Come spiega il Professore di Informatica Suresh Venkat in un post su Medium, “stiamo cercando di mettere a punto degli algoritmi che imitino ciò che fanno gli umani. In questo processo, stiamo sviluppando algoritmi con gli stessi punti ciechi, comportamenti imperscrutabili, le stesse esperienze uniche che abbiamo noi. Non è possibile ‘guardare il codice’ e capire tutto, esattamente come non siamo in grado di capire il nostro stesso ‘codice’”.

Nel suo discorso d’apertura al panel del Convegno sul tema “Promuovere la democrazia: competenza mediatica, etica e dibattito informato e multidimensionale”, l’ex giornalista e ombusdwoman dell’Ue Emily O’Reilly ha sottolineato ciò che lei chiama “una mancanza di immaginazione e di empatia da parte dei media, lungo l’intero spettro politico, per quanto riguarda la copertura della campagna presidenziale statunitense”. Secondo O’Reilly, i media non sono riusciti a vedere in che misura razzismo, xenofobia e misoginia fossero ancora presenti nella società e come astratti principi di tutela dei diritti umani non fossero in grado di fermare la normalizzazione di quei punti di vista. L’elezione di Trump non è stata un errore giornalistico o il risultato delle bolle dei social.

O’Reilly ha sostenuto che i cittadini interpretano il mondo alzandosi la mattina e vivendo le loro vite reali. Non viviamo in una società post-fattuale, ma in una società incapace di vedere i fatti nella loro interezza e complessità. Non sono stati solo i fallimenti dei media e gli algoritmi a sostenere la vittoria di Trump, ma anche i fallimenti dell’economia. Le disuguaglianze rendono le persone suscettibili alle sirene del populismo, che permettono alla misoginia e al razzismo di prosperare. In questo scenario, è bene guardare anche a eventi simili accaduti nel corso della storia e imparare, esaminare le forze all’interno dell’Unione europea e cercare di ristabilire fiducia. “I media devono responsabilizzare le istituzioni, che, per prime hanno bisogno di essere guidate da persone che abbiano come unico interesse quello della popolazione”, ha aggiunto a questo proposito O’Reilly.

Se odio e discriminazione sono soprattutto il risultato di ignoranza, mancata integrazione interculturale e insuccessi di politica economica, forse l’attenzione dovrebbe spostarsi alle competenze critiche necessarie per identificare le forme di propaganda di ogni tipo, indipendentemente dalle piattaforme che la diffondono. Un’altra priorità dovrebbe essere la tutela delle notizie come “bene pubblico” e il mantenimento di un panorama mediatico pluralista, con un terzo settore riconosciuto e indipendente.

Il Convegno ha prodotto una serie di suggerimenti a questo proposito, sottolineando la necessità di proteggere la libertà dei media e la loro indipendenza dalle pressioni politiche; salvaguardare la loro indipendenza finanziaria nell’Ue; proteggere i giornalisti e la loro libertà d’espressione; proteggere i giornalisti e i nuovi attori mediatici da abusi e hate speech; proteggere i whistleblower e il giornalismo investigativo; promuovere un dibattito politico costruttivo e un coinvolgimento politico di lunga durata tramite le competenze, l’etica e il pluralismo mediatici.

La sicurezza dei giornalisti e dei nuovi attori mediatici nell’Ue è stato un altro punto importante toccato in occasione del Convegno. Uno strumento di monitoraggio, finanziato dall’Ue, ha mostrato che le minacce di violenza fisica e gli attacchi verbali contro i giornalisti stanno aumentando, colpendo soprattutto donne e minoranze. Come confermato da testimonianze dirette durante la conferenza, questi attacchi spesso rimangono impuniti. I giornalisti sono inoltre soggetti a pressioni e limitazioni risultanti dall’abuso di leggi sulla diffamazione e da provedimenti adottati per questioni di sicurezza.

I partecipanti hanno quindi richiesto soluzioni per ridare potere ai giornalisti e proteggere sia loro che le loro fonti, affinché possano lavorare in modo sicuro. “Alla fine, noi tutti traiamo beneficio da informazioni e fatti verificati, veri e affidabili. Fa parte del fondamento delle nostre democrazie. È nostro dovere non solo rispettare i giornalisti, ma anche proteggerli e rafforzare la loro autonomia”, si legge nel report sulle conclusioni del Convegno.

Diversi partecipanti hanno richiesto ad esempio più impegno politico nell’implementazione di leggi già esistenti contro l’impunità e l’incitamento all’odio, invece di più censura. Gli sforzi delle aziende IT per applicare il codice di condotta per combattere l’hate speech online devono continuare, così come il sostegno da parte dell’Ue a progetti che lottano attivamente contro odio e discriminazione. Ma serve anche altro per riconciliare il dialogo, online e offline. Come ho sottolineato durante la conferenza, non bisogna incolpare esclusivamente gli algoritmi, ma trattare i problemi partendo dalla disgregazione economica e culturale, che semina odio in Europa e nel resto del mondo.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Georgia Ertz

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