Se a spammare è un robot

8 gennaio 2016 • Digitale, Giornalismi, Più recenti • by

Peyri Herrera / Flickr CC

Peyri Herrera / Flickr CC

Lo scettico digitale tedesco Sascha Lobo ha recentemente espresso su Der Spiegel il suo disappunto rispetto alla rapidissima propagazione di “odio-lampo, stupidità allucinante e facinorosità sputata apertamente” in rete. Secondo un nuovo studio, però, non sarebbero affatto sempre gli esseri umani, pur con tutti i loro difetti, a influenzare il sentiment della rete.

Che i troll, che usano una parte notevole del loro tempo per diffondere stupidaggini e commenti spregiativi su Facebook e Twitter, siano sadici e psicopatici sembra essere intanto diventata una notizia di ieri, già confermata da diversi studi svolti sulla personalità di queste figure digitali, tra i quali, anche il gruppo di ricercatori capeggiato da Erin Buckels che aveva svolto ricerca in questo senso due anni fa.

Un altro team di ricercatori, sotto la guida del politologo tedesco Simon Hegelich, si occupa invece di studiare come e soprattutto quanto spesso i robot, i cosiddetti social bot, possano trollare su Internet redigendo testi e commenti che aprono al flame. Che questo sia sicuramente possibile dal punto di vista tecnologico è fuori discussione, dato che anche testate serie come il quotidiano tedesco Handelsblatt, tra gli altri, hanno cominciato a far creare ai software alcune semplici testi giornalistici. In un’intervista con la Südwestrundfunk (SWR), la radiotelevisione della Germania sud-orientale, Hegelich ha dichiarato come circa il 5% dei commenti postati su Twitter sarebbero generati da macchine, ma il dato potrebbe già essere arrivato al 20%, ha ipotizzato Hegelich.

Mentre i ricercatori cercano di scovare i commenti robot-generated, in California la startup Verified Pixel si impegna a scoprire, con l’aiuto di nuovi software, se e come fotografie che circolano in rete siano state manipolate e quindi falsificate. Tempi difficili per chi cerca di individuare l’ago della verità nel pagliaio virtuale della disinformazione e, non da ultimo, per i giornalisti. Le fionde di link come Facebook e Twitter rendono infatti il tutto più difficile e anche i giornalisti corrono il rischio di sprofondare nella palude delle bullshit.

Nessuno sembra quindi essere immune alle influenze delle campagne d’odio digitale lanciate dai robot, nemmeno le grandi redazioni. Il rischio più grave, come ragione sostiene ancora Hegelich, è che pure i politici e le loro decisioni, quando si tratta di temi delicati come l’immigrazione o il terrorismo, possano venire a loro volta ingannati da sentiment creati dai robot o da immagini falsificate. In Italia, ad esempio, Matteo Salvini è già stato scoperto utilizzare una botnet per lanciare campagne politiche tramite Twitter e influenzare i trending topic del social media.

Articolo pubblicato originariamente su Tagesspiegel il 20/12/2015 e tradotto dall’originale tedesco da Georgia Ertz

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