Contestualizzare la net neutrality

11 marzo 2015 • Digitale • by

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Photo credits: Joseph Gruber / Flickr CC

 

Contrariamente a molti altri paesi europei, gli Usa impongono ben poche regolamentazioni ai loro media nazionali.

Nel suo nuovo libro, America’s Battle for Media Democracy: The Triumph of Corporate Libertarianism and the Future of Media Reform, Victor Pickard, Assistant Professor in Comunicazione all’Annenberg School for Communication della University of Pennsylvania, ha identificato negli anni ’40 il momento della nascita del sistema “corporate libertarian” per i media a stelle e strisce.

Secondo Pickard questa impostazione ideologica “accorpa sostanzialemnte le libertà individuali alle aziende e sostiene che un mercato senza vincoli sia più efficiente e di conseguenza il mezzo migliore per allocare risorse economiche significative”. Nel corso del testo, Pickard sottolinea alcuni passaggi cardine di riforma della legislazione della radio, dei giornali e della televisione e mostra come queste siano avvenute in seguito alla disaffezione o alla delusione del pubblico. Il libro fornisce contestualizzazione e prospettiva storica all’attuale scenario mediatico degli Usa ed è molto utile per interpretare questioni contemporanee: l’attuale dibattito sulla net neutrality, ad esempio, scrive l’autore, si basa su linee concettuali sviluppatesi già qualche decennio fa.

La richiesta da parte del pubblico di accesso equo alla Rete è infatti messa in discussione dalla volontà dei provider di monetizzare sul proprio monopolio sulle infrastrutture. Di conseguenza, sostiene Pickard, servirebbe un approccio più “sociale-democratico” in termini di regolamentazione dei media. Nell’intervista che segue, rilasciata all’Ejo, Pickard ci parla di lezioni del passato, prospettive, dello stato attuale del giornalismo di servizio pubblico negli Usa e del rischio di sottovalutare l’impatto delle policy mediatiche.

Professor Pickard, nel suo libro parla di come gli ascoltatori radiofonici negli anni ’30 e ’40 fossero scontenti, se non apertamente disturbati, dalla natura commerciale della radio. Trova qualche analogia con gli utenti contemporanei dei media multimediali?
“Negli anni ’40 ci fu una reazione molto forte da parte del pubblico contro l’eccessiva commercializzazione della radio, soprattutto nei confronti della pubblicità troppo invasiva e dell’abbondanza di programmi insipidi, come i drammi radiofonici sponsorizzati da entità commerciali come le aziende del sapone, da cui poi è nato anche il termine ‘soap opera’. Oggi assistiamo a una simile reazione contro la commercializzazione eccessiva di Internet. Negli Usa, questo si traduce sempre nella pubblicità troppo invasiva, nella sorveglianza commerciale e in sub-servizi Web a velocità più bassa o a costi più alti. Esiste anche un continuo digital divide che è, almeno in parte, conseguenza di questi imperativi commerciali“.

9781107694750Quali sono le conseguenze dirette per il giornalismo?
“Questo paradigma, cristallizzatosi a partire dagli anni ’40 e ancora persistente, rende molto difficile l’intervento regolatore da parte del governo, perché un’eventuale azione affermerebbe un ruolo attivo da parte del governo, mentre a causa dell’assunto concettuale accettato del laissez-faire è davvero complicato immaginare un caso politico per il quale le autorità possano davvero intervenire. Usare il Primo emendamento come scudo contro la regolamentazione dei media, il liberalismo corporate tende a mettere da parte le problematiche normative in favore delle libertà individuali e tende anche a essere indifferente nei confronti dei fallimenti sistematici del mercato tendendo inoltre anche a delegittimare ogni intervento dello stato che non sia fatto in favore dell’accumulo di profitti. Inoltre, questa ontologia di mercato influenza il modo in cui parliamo del giornalismo, ed è quindi difficile immaginare, per la maggior parte del pubblico, cosa succederebbe o cosa andrebbe fatto se il giornalismo non fosse più in grado di generare profitti ma fosse allo stesso tempo ancora richiesto dalla società democratica”

Parlando di net neutrality, quale pensa possa essere la lezione da imparare dall’analisi della storia per questa questione contemporanea?
“Penso che gli anni ’40 propongano diversi parallelismi e lezioni potenziali per il dibattito odierno sulla net neutrality. Come in occasione della battaglie di policy negli anni ’40, la questione contemporanea ha a che vedere con un contratto sociale che governa un’infrastruttura mediatica fondamentale. Ancora una volta, stiamo parlando di monopoli dell’informazione e ancora una volta la Federal Communications Commission (Fcc) sta cercando di imbrigliare queste entità mettendo in essere delle restrizioni su cosa possano fare ai contenuti che transitano sui loro condotti. Dibattiti precedenti sulle riforme nell’ambito dei media ci dimostrano che la democratizzazione può avvenire quando il governo, guidato dai movimenti sociali, interviene contro il potere commerciale a nome del pubblico. Questo, pero, richiede un impegno per riforme strutturali e un coinvolgimento costante dei cittadini. Pertanto, l’interesse nei confronti della regolamentazione di Internet è un buon segnale, ma non dovremmo dare per scontato che proteggere la net neutrality possa risolvere ogni problema. I miei casi di studio degli anni ’40, ad esempio, suggeriscono che servono anche altre soluzioni strutturali, come network pubblici gestiti pubblicamente”.

Lei suggerisce tre possibili strade da percorrere per rafforzare il giornalismo di servizio pubblico negli Usa: nuove tasse e sussidi, un nuovo sistema mediatico pubblico e ricerca e sviluppo di nuovi modelli digitali. Quale delle tre proposte ha più possibilità di essere implementata nel contesto attuale? In altre parole, che aspetto ha la democrazia dei media?
“Sfortunatamente, ben poche di queste iniziative sembrano poter essere adottate presto. C’è stato un movimento verso la riforma delle tasse, o detto meglio, un movimento per chiarire in che modo le organizzazioni mediatiche si potessero qualificare come no-profit, ma c’è uno stallo burocratico in questo settore. E certo, si fa ricerca e sviluppo, ma questo è fatto per lo più dal settore privato, insieme a qualche contributo filantropico. Si era aperta un finestra di possibilità di cambiamento tra il 2008 e il 2009, al culmine della crisi economica del giornalismo, quando furono considerate misure strutturali, ma quella finestra si è chiusa troppo presto. Credo che il fondamentalismo di mercato, che chiude la porta a interventi potenziali in termini di policy, come ad esempio i sussidi ai media, sia messo sempre più in discussione e mi immagino diverse opportunità politiche di riforma in un futuro non troppo distante. Per fare questo occorrerà costruire contro-narrative per affrontare il corporate liberarianism, un progetto cui anche gli accademici dovrebbe partecipare”

Articolo tradotto dall’originale inglese

 

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