The New Age of Journalism

14 novembre 2012 • Digitale • by

Foto: sgrace/Flickr

Secondo il calendario Maya, il 21 dicembre 2012 si chiude la quinta Era: l’Era dell’Oro.

Non sappiamo cosa accadrà il 21 dicembre 2012. Sappiamo invece, con certezza, che si è chiusa un’altra “età dell’oro”: quella del giornalismo tradizionale, resa possibile dall’invenzione della stampa a caratteri mobili di Johannes Gutenberg nel 1455 e concretizzatasi nel 1830 negli Stati Uniti con la formula della Penny Press. L’abbassamento del costo del giornale a un penny trasformò un prodotto di élite nel primo mass media attirando la pubblicità. Quel modello di business, basato sul triangolo editore-pubblico-inserzionista, dopo quasi 200 anni di onorato e remunerativo servizio, è entrato in crisi.

Dunque, sulla crisi globale dell’economia aleggia una crisi strutturale della stampa: il vecchio modello non funziona più così bene e i nuovi, legati allo sviluppo digitale dell’informazione, non sembrano godere ancora di una salute tale da poter sopperire alle perdite della carta.

Nel primo semestre 2012 i quotidiani americani hanno perso 798 milioni di dollari di pubblicità rispetto allo stesso semestre del 2011. Nello stesso periodo sul digitale hanno guadagnato 32 milioni di dollari in più.

I giornali sul digitale guadagnano un dollaro di pubblicità per ogni 25 dollari persi sulla carta. I conti, evidentemente, non tornano.

I giornali stanno precipitando: secondo le previsioni del Center for the Digital Future, se la diffusione dei quotidiani su carta continuerà sui trend attuali alla maggior parte delle testate stampate americane restano 5 anni di vita. Riusciranno a sopravvivere i punti estremi della scala dei media: i quotidiani più grandi e quelli più piccoli.

La crisi ha mietuto vittime illustri:  Newsweek ha annunciato che dopo 80 anni stamperà la sua ultima edizione il 31 dicembre di quest’anno. Dal 2013 il prestigioso magazine americano sarà solo digitale, consultabile a pagamento sul web e sui tablet. Il calo della pubblicità ha reso i costi di stampa e distribuzione non più sostenibili.

In Italia, nel 2000 le vendite medie giornaliere dei quotidiani superavano i 6 milioni di copie. Nel 2011 sono scese a 4,5 milioni con una perdita di circa il 26%. Il trend sembra inarrestabile: secondo le proiezioni della Fieg, la Federazione Italiana Editori Giornali, nel primo trimestre 2012 le copie giornaliere sono scese sotto la barriera psicologica dei 4 milioni, attestandosi intorno ai 3,8 milioni con un’ulteriore flessione di circa il 5% rispetto allo stesso periodo del 2011.

Tutto viaggia velocemente nel nostro mondo e anche il declino della stampa sembra subire un’accelerazione

Tuttavia, proprio dall’invenzione della stampa possiamo ricavare una prima, incoraggiante, previsione.

Gutenberg aveva messo a punto un processo industriale che garantiva più velocità, più copie, più circolazione a un minor costo rispetto al lavoro artigianale degli amanuensi che, fino alla metà del Quattrocento, avevano permesso la trasmissione del sapere copiando i manoscritti.

L’invenzione della stampa ha ucciso una professione, quella degli amanuensi, non l’informazione che, anzi, ha avuto una diffusione impensabile con la scrittura manuale.

Con la seconda rivoluzionaria invenzione del millennio, il world wide web, messo a punto da Tim Berners-Lee nel 1991, i processi di produzione e trasmissione del sapere hanno subito una ulteriore velocizzazione e semplificazione. Non c’è dubbio che oggi abbiamo molte più informazioni di quante ne siano mai circolate in passato. Ma dobbiamo chiederci: l’invenzione del web è compatibile con la stampa?

Non è in discussione la sopravivenza dell’informazione: ad essere in discussione sono le forme e i supporti con cui questa viaggerà nei prossimi 10 anni e, soprattutto, le pratiche della professione. L’organizzazione e i modi del lavoro giornalistico non potranno più essere gli stessi.

La crisi dell’editoria è un problema culturale, prima ancora che economico. Dieci anni fa vivevamo in un mondo dove il modello della comunicazione era definito: c’erano i fatti, i giornalisti e i lettori. I giornalisti selezionavano quei fatti che ritenevano essere notizie e li raccontavano ai lettori. Questi ultimi acquistavano il giornale. Potevano essere soddisfatti o meno di quello che leggevano, ma rimanevano al loro posto.

Le notizie erano i prodotti, i lettori i clienti: ai giornalisti restava l’abilità di vendere le une agli altri.

Negli ultimi 10 anni l’informazione digitale ha profondamente cambiato le abitudini dei lettori: social media, piattaforme di file sharing, aggregatori, blog e commenti hanno trasformato i cittadini in produttori di contenuti (che a volte sono anche notizie),  selezionatori e distributori di informazioni.

Twitter si sta trasformando in un notiziario in tempo reale, occupando uno spazio che prima era terreno esclusivo delle grandi agenzie di stampa. Lo abbiamo verificato in situazioni drammatiche, come la primavera araba, ma anche in occasione di copertura di eventi politici, come le elezioni americane.

La piattaforma raccoglie un numero impressionante di fonti giornalistiche, ma anche provenienti dai cittadini. In alcuni Paesi è l’unico luogo dove i dissidenti trovano uno spazio per eludere la censura e fare sentire la loro voce.

Sui social media milioni di persone, in ogni istante, in tutto il mondo raccontano quello che vedono, anche i fatti di cronaca di cui sono testimoni. Così, la morte di Whitney Huston è stata annunciata su Twitter dalla nipote di una collaboratrice della cantante. La nomina del ministro Ornaghi è stata ufficializzata su Twitter dai suoi studenti che avevano appreso la notizia in diretta durante la lezione.

 Da dove ripartire?

Le trasformazioni delle abitudini dei lettori e del mercato impongono con forza la strada dell’innovazione. Cambiare per sopravvivere e cogliere le nuove opportunità del digitale è un percorso obbligato e urgente per tutti: giornalisti e editori.

Dobbiamo però capire come tradurre e trasformare l’antico patrimonio di qualità e affidabilità delle vecchie gloriose testate nel giornalismo del terzo millennio.

Proviamo ad elencare alcuni primi punti per un possibile “Manifesto” per il futuro del giornalismo: carta e web

1. Premessa:
Il giornalismo di qualità non è gratis. Ci sono tre strade:

a)  Offrire contenuti free sostenendo i costi con la vendita della pubblicità;

b)  Fare pagare i contenuti se l’originalità, la qualità e l’utilità delle informazioni trattate lo consentono;

c)  Adottare modelli misti, parte dei contenuti free, parte a pagamento.

2. Mobilità

Cellulari e tablet hanno creato un pubblico e un mercato per le informazioni in mobilità.

Dobbiamo realizzare applicazioni che rendano i contenuti di facile e immediata lettura su questi strumenti. Il lettore deve poter selezionare gli argomenti ai quali è interessato ed essere raggiunto da alert appena “le sue notizie” sono pubblicate. Le app che funzionano  fanno una sola cosa, molto bene, in maniera utile.

3. Social news
I giornalisti non sono più i padroni esclusivi delle news.

Nell’era dei social media, i cittadini sono entrati a pieno titolo nel ciclo dell’informazione. Dobbiamo imparare a stare dove sono i nostri lettori e dialogare con loro.

4. Credibilità

L’attendibilità non è più un dono che discende dall’autorevolezza della testata. Va conquistata, articolo dopo articolo.

Stiamo assistendo a uno slittamento della credibilità verso i nostri “amici” e “followers” sui social media. E’ attraverso la “nostra rete” che sempre più spesso ci imbattiamo nei contenuti per noi più interessanti. Stiamo spostando la nostra fiducia dalla testata alla rete dei nostri “strilloni” digitali.

Il giornalista deve partecipare a questa catena del valore interagendo con i lettori e con la rete. Con la pubblicazione del pezzo il lavoro del giornalista non è finito, come avveniva un tempo, ma è appena cominciato.

5. Reputazione

La reputazione sarà sempre più importante.

Oggi i lettori hanno tutti gli strumenti per valutare l’attendibilità di una testata e di ogni singolo giornalista. Quando scriviamo dobbiamo pensare che nella rete ci sarà sempre qualcuno che ne sa più di noi su un dato argomento. E si farà sentire.

6. Metriche

Il giornalismo implica una valutazione di qualità non riconducibile alle metriche puramente quantitative adottate sul web.

E’ necessario che gli editori costruiscano e impongano sistemi in grado di valutare, oltre alla quantità, anche la qualità e l’influenza del prodotto lungo tutta la filiera del valore.

7. Il libro quotidiano

Il giornale post-internet deve riposizionarsi.

Se le breaking news sono già state consumate altrove nel corso della giornata, il quotidiano deve puntare alla spiegazione degli avvenimenti lasciando al sito il ruolo principale di informare.

8. La qualità

I giornalisti potranno non essere i primi a dare la notizia.

Ma la ricostruzione accurata di un fatto, la sua analisi e contestualizzazione, le cause e le conseguenze, è più che mai centrale per aiutare il lettore, che raramente ha tempo da dedicare a queste attività, a capire. La scrittura deve essere chiara e godibile.

9. Il tempo

I giornali devono essere più brevi, più selettivi, più pensati.

Nel villaggio globale il tempo del lettore deve essere conquistato. Meno quantità, più qualità e originalità. Vale la pena coprire una notizia solo se si ha un taglio diverso dagli altri o qualcosa in più da dire.

 10. Il futuro

Il giornalismo ha un futuro se riuscirà a mantenere saldi i principi della professione.

Deve essere capace di offrire ai lettori un senso d’identificazione con la testata, carta o web, dando spazio a rapporti trasparenti, di lealtà, e alla conversazione aperta tra pari con i lettori.

Conclusione

Dopo 15 anni di sperimentazione sul web, cellulari, tablet e social media hanno aperto nuove opportunità per l’informazione.

Due anni fa in America circolavano 13 milioni di tablet: oggi sono 70 milioni. Secondo le previsioni di Gartner entro il 2016 nel mondo saranno 665 milioni.

Ma nonostante tanti proclami, nessuno ha trovato un modello efficace per sostituire le entrate della carta con il digitale.

A questo punto dovremmo chiederci: esiste un modello economico alternativo? In un mondo che cambia così velocemente, l’unico modello possibile potrebbe essere la flessibilità: la capacità di inventarsi di volta in volta il modello più adatto alle trasformazioni in atto. Con un unico punto fermo: dobbiamo ripartire dal lettore. Le sue abitudini sono cambiate. O cambiamo anche noi o perderemo il legame che ci ha tenuti legati per quasi 200 anni.

Il testo “The New Age of Journalism” è stato scritto in occasione dell’intervento al TEDxFirenze, “2012 is it the end? Ideas for the future”, che si è svolto a Palazzo Vecchio il 27 ottobre 2012. Qui il video dell’incontro

 

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