Twitter, tra attivismo e giornalismo partecipativo

29 aprile 2014 • Digitale • by

Giornalismo e politica, un rapporto sempre più stretto, che diventa ancora più ravvicinato grazie a Twitter. Non solo per i giornalisti professionisti o per chi vuole occuparsi di elezioni o campagne politiche, bensì anche per chi vuole favorire l’attivismo o fare giornalismo partecipativo. Lo hanno dimostrano i movimenti della primavera Araba, e i più recenti accadimenti in Turchia, con il blocco della piattaforma di microblogging. In altre parole, Twitter può essere usato per mobilitare l’opinione pubblica e favorire la partecipazione al dibattito, ma anche da chi, cittadino comune, vuole coordinare una protesta o diffondere informazioni su un particolare accadimento, in alternativa all’attività giornalistica convenzionale.

Tale prospettiva viene confermata da un recente studio di Aaron Veenstra e dei suoi colleghi della Southern Illinois University Carbondale, che hanno analizzato le motivazioni che hanno spinto alcuni attivisti del movimento di protesta, nato in seguito all’introduzione di una legge di stabilità per il budget dello Stato americano del Wisconsin (il “2011 Wisconsin Act 10”, anche conosciuto come “Buget Repair Bill”), propugnata dal Governatore Scott Walker.

Tra il 17 febbraio e il 13 marzo 2011 – rispettivamente tre giorni dopo l’introduzione della legge e dopo la sua definitiva approvazione – la legge ha scatenato un acceso dibattito (online e offline) e un’ampia protesta, fomentata principalmente dai sindacati dei lavoratori dello Stato del Wisconsin. Più di 100 mila persone hanno manifestato la propria contrarietà al decreto e il dissenso si è diffuso anche in altri stati americani. Su Twitter, questo si è tradotto in circa 775 mila post con l’hashtag #wiunion, contenenti notizie di prim’ora, aggiornamenti in diretta e approfondimenti sulla legge e sulle manifestazioni a cura di numerosi utenti.

L’hashtag #wiunion, più neutrale e usato sia dai sostenitori (#standwithwalker), sia dagli oppositori della legge, (#killthebill), è stato usato come criterio di selezione del campione per la ricerca di Veenstra e colleghi. Partendo da un campione iniziale di centinaia di utenti tra i più attivi – in base alla frequenza di post taggati #wiunion, tra il 17 febbraio e 13 marzo 2011 –, 70 sono stati selezionati in modo casuale e successivamente invitati a partecipare alla ricerca. Di questi, quattordici hanno acconsentito a partecipare allo studio e a essere intervistati.

Lo studio di Veenstra e colleghi offre un esempio concreto di quali siano le motivazioni che spingono persone comuni a utilizzare Twitter per diffondere informazioni e favorire il dibattito su un tema da loro sentito, oltre che per controllare e validare l’informazione diffusa dai media tradizionali. La maggior parte degli intervistati era tuttavia contraria al decreto e quindi sostenitrice della protesta, un elemento che gli autori stessi dello studio indicano come una limitazione da tenere in considerazione.

Malgrado questo aspetto, la ricerca mostra come gli attivisti abbiano utilizzato Twitter per mobilizzare le masse, coordinare le azioni di gruppo, cercare informazioni e restare aggiornati sugli eventi, nonché – e questo è forse l’aspetto più interessante per la pratica giornalistica – proporsi criticamente come alternativa ai media mainstream. Sebbene non tutti gli utenti-attivisti amassero definirsi giornalisti, nei fatti hanno dimostrato come Twitter fosse da loro usato come principale strumento per fare dell’attività giornalistica – spesso con l’esplicita volontà di sostituirsi ai canali di informazione mainstream -, sia per diffondere informazioni in tempo reale, sia per cercare e verificare le notizie offerte dalle testate ufficiali, oltre che, ovviamente, per diffondere la propria opinione.

Gli utenti-attivisti hanno quindi dimostrato interesse verso la produzione di una copertura informativa in un qualche modo giornalistica, sebbene sulla definizione di “giornalismo”  i risultati non siano stati univoci. Contrariamente ad altri risultati di ricerca su casi simili, ad esempio, dove le risposte andavano nella direzione del rifiuto netto di tale etichetta, nei risultati dello studio di Veenstra e colleghi è invece emersa anche la tendenza a definire, da parte dei partecipanti, le proprie attività come “giornalismo” classicamente inteso. Alla voce “giornalismo”, comunque, è emersa come preponderante l’idea di un’attività svolta in modo istituzionale,  da attribuirsi ai media tradizionali, in forma di articoli e reportage.

Per quanto riguarda la strategia di verifica dell’informazione diffusa su Twitter, invece gli utenti-attivisti intervistati da Veenstra e colleghi hanno dichiarato una grande attenzione nei confronti della veridicità dell’informazione da loro condivisa con gli altri utenti del social media. Inoltre, è anche emerso il riferimento a un gran numero di fonti diverse, per paragonare i risultati. I materiali postati e ritenuti come fonti di riferimento erano soprattutto quelli provenienti da persone conosciute personalmente. Inoltre, gli intervistati hanno dichiarato di tenere in grande considerazione post che presentassero link a foto o a video di YouTube e Twitpics.

Filmati e immagini sono stati percepiti come più credibili prove che un evento o un fatto fosse realmente accaduto, perché “qualcuno era lì e l’ha mostrato”. Questi risultati mostrano come i metodi di attribuzione di autorità emersi varino rispetto a quelli canonici del giornalismo. Molti intervistati hanno dichiarato infatti di aver partecipato personalmente alle proteste, utilizzando smartphone o portatili per fare livetweeting e offrire prove concrete di quanto stesse accadendo.

Veenstra, A. S., Iyer, N., Park, C. S., & Alajmi, F. (2014). Twitter as “a journalistic substitute”? Examining #wiunion tweeters’ behavior and self-perception. Journalism, 1-18. doi:10.1177/1464884914521580

Photo credits: Garrett Heath / Flickr CC

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