Ugc, due startup lavorano alla verifica automatica

26 luglio 2013 • Digitale • by

Le redazioni incorporano sempre più spesso nella propria copertura giornalistica contributi generati dagli utenti. Spesso, specie nel caso di eventi quali calamità naturali, attentati o incidenti di altro tipo, questi ultimi forniscono testimonianze preziosissime, foto e video girati da persone che si trovavano nel luogo giusto al momento giusto.

Reperire e utilizzare questo tipo di contenuti può rivelarsi però meno facile di quel che si possa pensare. In primis, bisogna trovare materiali rilevanti e attinenti a ciò che si vuole narrare, nel mare di informazioni che ogni giorno inonda Web e social network. Poi bisogna certificarne l’autenticità, eliminando le bufale che circolano sempre in queste situazioni. Infine, si deve trattare con l’autore degli scatti, o del girato, per risolvere le questioni relative alla proprietà intellettuale e all’eventuale compensazione monetaria richiesta. E tutto questo il più rapidamente possibile, per battere sul tempo la concorrenza. Non è un compito facile e non sorprende perciò che stiano affacciandosi sul mercato diverse startup che puntano a fornire soluzioni “chiavi in mano” per semplificarlo.

Schermata 2013-07-25 a 13.57.56Una delle più recenti, e più interessanti, è CrowdMedia,una società canadese il cui prodotto è ancora in beta privata, ma ha già suscitato l’attenzione di numerosi investitori per il modo in cui punta a rivoluzionare la selezione e la raccolta delle immagini scambiate dagli utenti sui social media. Automatizzando, in sostanza, tutto il processo. L’algoritmo di ricerca creato da CrowdMedia monitora Twitter e Instagram alla ricerca di temi caldi verso cui la conversazione fra gli utenti è particolarmente accesa e individua le immagini correlate. Finita la ricerca, invia in automatico un tweet al fotografo (o ai fotografi), chiedendo loro se sono interessati a mettere in vendita lo scatto. Cliccando su un link contenuto nel messaggio, l’utente accede dal proprio smartphone a un’apposita pagina Web dove può rilasciare l’autorizzazione.

Le tariffe proposte da CrowdMedia sono fisse: 20 dollari per le foto nuove, di giornata, e 5 per quelle più datate. Il ricavato viene spartito a metà fra la startup e il detentore del copyright, mentre la relativa esiguità delle cifre in ballo viene compensata dal fatto che non si cede il diritto di esclusiva: si può vendere la stessa foto anche a più editori. “Crediamo che i fotografi debbano essere compensati” – si legge sul sito dell’azienda – “per i loro sforzi tramite il riconoscimento della paternità e il denaro e che dovrebbero restare proprietari delle foto. Dopo tutto, sono quelli che le hanno scattate, ed è soltanto naturale che non cedano i diritti per sempre, senza sapere quello che il futuro ha in serbo”.

C’è un unico punto di domanda. E non si tratta di un interrogativo minore. Nel sistema automatizzato di Crowmedia viene saltata a piè pari la questione dell’autenticità. Come assicurarsi che il materiale messo in vendita da un utente non sia in realtà un elaborato fake, confezionato apposta per ingannare i giornalisti? “Stiamo sviluppando proprio in questo periodo il nostro algoritmo di autenticazione” – racconta all’Ejo il Ceo Martin Roldan – “Non è ancora visibile sulla piattaforma. Non posso entrare nei dettagli per ragioni di proprietà intellettuale, ma posso dire che la cosa positiva di avere a che fare con gli Ugc è che la moltiplicazione dei contenuti da parte di persone che non hanno niente in comune è in sé stessa un modo per verificare se un fatto è reale (e non si tratta di qualcuno che realizza delle “pose” per vendere delle foto)”.

“Oltre a ciò” – prosegue Roldan – “stiamo aggiungendo dei passaggi nel processo di verifica per valutare l’autenticità del copyright, dei modi per esser certi che le persona che carica l’immagine sia il vero detentore dei diritti. Il sistema funziona in modo simile a quella che individua le frodi nei pagamenti online”. Una volta sistemati questi dettagli, cosa che l’azienda spera di riuscire a fare entro i prossimi tre o quattro mesi, il prodotto uscirà dalla fase di beta privata, riservata solo a pochi eletti, e aprirà a un pubblico più ampio.

Schermata 2013-07-25 a 13.59.02Il problema della certificazione dell’autenticità degli Ugc è affrontato da una differente angolazione da un’altra startup che negli ultimi tempi ha fatto abbastanza parlare di sé: la finlandese Scoopshot. A ogni foto caricata attraverso quest’applicazione per smartphone usata da più di 270.000 utenti di 170 nazioni – che vendono i propri scatti atttraverso il marketplace dell’app – viene abbinato un indice di autenticità, calcolato tenendo conto di vari fattori. Come primo livello di sicurezza, una volta scattata tramite Scoopshot, e caricata sul server dell’azienda, la foto viene rimossa dal dispositivo dell’utente: questo per mantenere il processo all’interno dell’ecosistema di Scoopshot ed evitare manipolazioni successive allo scatto. Vengono inoltre analizzati i metadati dell’immagine, e nel calcolare l’indice si tiene conto anche del fatto che l’autore abbia fornito o meno delle informazioni di contatto.

In ogni caso, come sottolineato dallo stesso Ceo della società, Niko Ruokosuo, all’ultima conferenza londinese News:rewired, si tratta comunque soltanto di un’indicazione utile per le redazioni, a cui spetta sempre l’ultima parola sull’utilizzo di una certa immagine e che possono sempre, se lo ritengono necessario, effettuare ulteriori verifiche.

Photo credits: WarmSleepy / Flickr CC

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