Un giornalismo dei cittadini come alternativa?

4 luglio 2008 • Digitale • by

Corriere del Ticino, 04.07.2008
Dopo il progetto francese «AgoraVox» sta per nascere una versione italiana
Citizen journalism o giornalismo partecipativo: tutti ne parlano e molti lo praticano. Nella rete ovvia­mente, dove qualsiasi utente or­mai può generare contenuti, pubbli­carli e condividerli. Se in forma di testo, fotografia o video non fa dif­ferenza, ciò che conta è comuni­care e partecipare, essere attivi ed interattivi, in dialogo continuo e ra­pido con tutto il mondo. La moda­lità è semplice: si può creare un blog o lasciare il proprio post (mes­saggio), commento, video o foto­grafia su siti come Youtube, Flickr, Second Life o Wikipedia. Oppure partecipare a forum, blog e pod­cast sui siti dei grandi quotidiani. C’è solo l’imbarazzo della scelta.

Ma una cosa sono la partecipa­zione democratica e la libertà di espressione, un’altra cosa è il giornalismo, l’informazione. E pro­prio qui, nella terminologia stes­sa della definizione del fenome­no, nascono le prime incongruen­ze e le difficoltà nel definirlo e riconoscerlo. Persino per gli esperti di comunica­zione e giornalismo.Il giornalista americano ed esper­to dei media Steve Outing defini­sce il citizen journalism uno dei trend più di moda ma anche tra i più controversi e confusi.

J.D. Lasica, giornalista, blogger ed esperto di social media, lo defini­sce una «creatura sfuggente» e af­ferma: «Chiunque sa che cos’è la partecipazione in rete, ma quando questa si può considerare giorna­lismo?… Il confine tra il giornali­smo e la pubblicazione personale è molto labile grazie agli strumenti che rendono possibile per chiun­que pubblicare e riportare notizie».

D’altra parte c’è chi crede davve­ro nel giornalismo partecipativo online e vi investe le sue risorse. Con successo. È il caso di Carlo Revelli e Joel de Rosnay, rispetti­vamente fondatore e co-fondato­re di AgoraVox , il «Primo quotidia­no online in Europa scritto dai cit­tadini » disponibile in lingua fran­cese e inglese. Secondo loro la nuova tendenza dell’informazione, quella del futuro è proprio il citi­zen journalism, il giornalismo dei reporter di strada che scrivono sui nuovi giornali nati dal modello del social network.

Nata in Francia nel marzo del 2005, oggi AgoraVox è una fondazione in­dipendente con sede in Belgio che vanta un milione di visite al mese, 35.000 cittadini reporter, in gran parte europei e 40mila euro di rac­colta pubblicitaria al mese. A da­re spunto al progetto – così Revel­li racconta sul suo sito – è stata la catastrofe dello Tsunami del 2004 e l’eco che essa ha avuto su inter­net grazie alle testimonianze, alle informazioni e alle immagini invia­te dalle persone colpite e coinvol­te in prima linea. Questo gli ha fat­to comprendere che tutti, non so­lo i giornalisti formati e dedicati, possono ormai essere fonti di in­formazione.

Sulla scia del successo di questo primo progetto a breve ne seguirà un altro: AgoravoxItalia . Come e perché ce lo racconta Francesco Piccinini, Project manager e idea­tore insieme a Carlo Revelli.


Come nasce e perché Agoravox Ita­lia?

«AgoraVoxItalia nasce per tre ra­gioni. Nasce per volontà del fon­datore di AgoraVox, Carlo Revel­li. Nasce dalla volontà di portare in Italia lo stesso progetto edito­riale che in Francia ha consenti­to di dare voce ai cittadini. Nasce, infine, da un incontro tra me e Carlo, da una visione comune del ruolo dell’informazione e dei pro­blemi che la affliggono».

Sarà uguale al sito francese o ci sa­ranno delle novità?

«Graficamente sarà completa­mente differente, mentre la poli­tica editoriale sarà la stessa. La nostra politica editoriale è tute­lata dalla nostra scelta di essere diventati una Fondazione indi­pendente volta a tutelare l’etero­geneità dei contribuiti e la liber­tà di parola.

AgoraVoxItalia presenterà alcune innovazioni tecnologiche, come la versione per cellulare o la possibi­lità di realizzare il proprio carrello di articoli in formato PDF da stam­parsi e leggersi con calma ».

Che cos’è il giornalismo partecipati­vo o di prossimità?

«È il giornalismo dei cittadini per i cittadini. Il «lettore 2.0», oggi, non può e non vuole essere esclu­so dal dibattito pubblico: produ­ce contenuti letti o visti da miglia­ia d’utenti, gli stessi che s’infor­mano attraverso i media tradizio­nali; accede e condivide informa­zioni in tempo reale, documen­tando, a volte, quello che nessu­na agenzia riuscirà a documen­tare. Il lettore 2.0 non partecipa al giogo dicotomico tra media mainstream e web celebrato da­gli addetti ai lavori; il suo unico obiettivo è comunicare, comple­tare la notizia, dare il suo punto di vista su avvenimenti che, spes­so, osserva in presa diretta.

L’informazione oggi, pertanto, non può prescindere dai contri­buti degli utenti, sempre meno lettori passivi, sempre più occhi critici della notizia; per dirla con le parole di Dan Gilmore – gior­nalista, blogger ed esperto di nuo­vi media: «assieme, i miei lettori ne sanno più di me in merito a qualsiasi argomento».

Non vogliamo privilegiare un punto di vista, un’inquadratura, per dirla in termini cinematogra­fici, della realtà, vogliamo che più punti di vista aiutino a capire quello che succede. Non voglia­mo un’informazione di parte ma più parti che costruiscono un’in­formazione ».

Cosa differenzia Agoravox dal classi­co quotidiano on-line o cartaceo?

«Agora Vox intende raccogliere i contributi dei cittadini, con l’obiettivo di mettere on-line, sotto lo stesso cappello, le im­magini degli scontri di Chiaia­no, le testimonianze delle per­sone e le dichiarazioni ufficiali: aggiungere alla notizia, non to­gliere. Fornire ai lettori-autori un luogo ordinato di confronto; un giornale fatto dagli utenti che stabiliscono, da soli, le proprie priorità.

Non esistono, per noi, notizie più o meno importanti, l’informazio­ne non deve essere materia iner­te perché assume forza solo quan­do è letta. La notizia da secondo sfoglio può essere tale per chi im­pagina ma non per chi legge».

Chi scrive su AgoraVox?

«Chiunque, siamo aperti a qual­siasi contributo, dal giornalista professionista al cittadino comu­ne. Chiunque può diventare re­porter per AgoraVox, a prescin­dere dai suoi orientamenti poli­tici, religiosi, sociali, culturali o economici. In egual misura la re­dazione è assolutamente etero­clita. Crediamo che questa diffe­renza di profili apporti ricchezza all’informazione ed al dibattito. Per questo lasciamo che tutti gli articoli siano commentabili».

C’è una redazione? Come è compo­sta?

«Vista la specificità di AgoraVox la redazione non riproduce quel­la di un giornale «tradizionale» ma è composta da redattori indi­pendenti, che hanno richiesto di farne parte, e da una redazione ristretta di professionisti. Tutti i moderatori votano gli articoli in funzione della loro pertinenza, della loro attualità e, soprattutto, della loro originalità. Oltre al fil­tro effettuato dai moderatori, AgoraVox spinge verso un pro­cesso d’intelligenza collettiva per verificare le informazioni pubbli­cate.

Questo processo si basa sul commento e sul voto dei lettori».

Come avviene il processo di produzio­ne della notizia? Ci sono dei criteri di qualità?

«La politica editoriale di Agora Vox è di pubblicare notizie d’attualità su avvenimenti o fatti oggettivi e, nella misura del possibile, inediti. Siamo sicuri che gli internauti so­n­o capaci di trovare e fornire infor­mazioni che sono, spesso, inacces­sibili. Pubblichiamo il 75% circa degli articoli che ci vengono sotto­posti. Non ci sono criteri di quali­tà ma certamente un articolo non deve avere un contenuto razzista, pedo-pornografico, né incitare al­l’odio o alla violenza ».

40 mila euro di pubblicità al mese. Come è possibile?

«Il sito francese fa un milione di visitatori ed è il secondo medium più citato su internet dopo Le Figa­ro

È quanto riceviamo dalla pubblicità in base alla nostra au­dience… Sono i numeri standard della pubblicità on line».

Da tempo si legge ormai che il web minaccia la carta stampata, soprattut­to perchè molta della pubblicità dal cartaceo si trasferisce su internet. Eppure Carlo Revelli in un’intervista dice: «il giornalismo partecipativo è complementare ai media tradizionali, non è una minaccia ma un’apertura democratica». Può spiegarci questa affermazione?

«Giornalismo diffuso, citizen journalism, giornalismo di pros­simità non sono in contrasto con il giornalismo professionale. Un cittadino che documenta, con la sua telecamera, quanto accade sotto il suo palazzo non è in «competizione» con il giornali­sta che passa le ore in redazio­ne, che scava, investiga, cerca in­formazioni, per fornire al letto­re il «perché» di quello che ha vi­sto e documentato. Non siamo in competizione, siamo le due facce della stessa medaglia, sia­mo due facce della notizia ai tempi del Web 2.0».

Quando sarà online AgoraVox Italia?

«Da oggi siamo on line in versio­ne beta chiusa, chiunque faccia richiesta può testare il sito in an­teprima (www.agoravox.it). Al momento ci sono circa 150 blog­gers, giornalisti, web editor e cit­tadini che hanno l’account. Apri­remo al pubblico da settembre».

Pensa che avrà lo stesso successo che ha avuto finora in Francia?

«Su questo devo chiederle scu­sa ma sono napoletano e scara­mantico e pertanto non faccio previsioni…».

Dunque da questa intervista sembra tutto molto chiaro. Il giornalismo online è fatto dai cittadini per i cittadini, persone che non hanno una formazio­ne giornalistica. È bottom-up, dal basso verso l’alto. Globale, di diffusione immediata. Col­lettivo. Multimediale. Demo­cratico e garante di libertà di espressione. Ma è giornalismo? Si avvale di quegli strumenti di verifica, di quel sapere e di quella pratica che contraddi­stingue i giornalisti e le reda­zioni dei quotidiani?

O semplicemente è qualcosa che assomiglia, è complementa­re ma in fondo per natura diver­so, perché proprio di un suppor­to digitale e non cartaceo?

Ognuno di noi non può che far­­si la sua personale opinione, ma­gar­i proprio navigando in inter­net sui siti di informazione e non.

Poi, saranno il tempo e l’evolu­zione della rete e della comu­nicazione multimediale a fare il resto.

GUIDA AL CITIZEN JOURNALISM
Steve Outing sul sito PoynterOnline (www.poynter.org) ha elaborato una sorta di linea guida in cui spiega che cos’è il citizen journa­lism e come si può integrare ad esempio nelle redazioni online dei quotidiani, delineandone modi e tecniche. Ecco qui riassunte le principali:

  • Aprire al commento dei lettori il proprio sito attraverso video­chat, blog o forum di discus­sione (cosa che fanno ormai quasi tutti i più importanti quotidiani – ad. es. il Corriere della Sera con le rubriche «Ita­lians » di Beppe Severgnini e «Media Blog» di Marco Pratel­lesi.).
  • Implementare gli articoli e le informazioni di giornalisti pro­fessionisti con i contributi degli utenti, sempre però sottoforma di commento esterno.
  • Giornalismo «open source» ov­vero la richiesta da parte del giornalista al reporter di strada di fornire, verificare, implemen­tare le informazioni a sua dispo­sizione integrandole poi nell’ar­ticolo finale.
  • Aprire al contributo dei lettori il proprio blog (vedi Blogosfere , blog professionale di informa­zione: http://blogosfere.it)
  • Creare un vero e proprio sito di giornalismo partecipativo in cui i contenuti vengono filtrati, cor­retti e verificati come nel caso europeo di Agoravox (www.ago­ravox.com), oppure americano di My Missourian.com (http://mymissourian.com), creato e gestito da studenti, o WestportNow (http://www.we­stportnow.com), un sito indipen­dente.
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