Ushahidi: informazione dal basso in scenari di crisi

8 marzo 2012 • Digitale • by

A leggere la più recente lista delle 50 aziende più innovative pubblicata da Fast Company poteva quasi passare inosservata tra altre imprese mediatiche blasonate e internazionali come il New York Times, Twitter o Tumblr. Forse anche per questo, per la sua assoluta alterità rispetto ad altre vicende di aziende che operano nei media, la storia di Ushahidi merita di essere raccontata. A cominciare dal nome, che in Swahili significa “testimone” e sembra già racchiudere tutta la filosofia del progetto. Ushahidi lavora nell’ambito dei software per la comunicazione e realizza programmi ad hoc per la mappatura e la visualizzazione di dati forniti in crowdsourcing, toccando due degli ambiti più dibattuti al giorno d’oggi per quanto riguarda il giornalismo: il contributo effettivo che il reporting “dal basso” del citizen journalism può fornire all’informazione e l’apporto del data-journalism e la sua applicazione tramite infografiche ed elaborazioni visuali.  La storia di Ushahidi coniuga queste due impostazioni, fornendo un servizio irrinunciabile in zone del mondo dove la libera informazione non trova spazi a sufficienza.

La storia inizia nel 2008 in seguito alle elezioni in Kenya del 2007 che videro Mwai Kibaki eletto  presidente in seguito a una competizione elettorale fortemente controversa. Per diversi mesi il paese africano precipitò in una crisi umanitaria e politica gravissima. In quel contesto Ushahidi.com venne messo online come piattaforma cui i cittadini potevano inviare le loro testimonianze di violenze tramite testi ed email geotaggati su una mappa di Google Maps embeddata sul sito. Il software che gestiva la piattaforma si chiamava a sua volta Ushahidi. A questo stadio della sua storia, il sito era gestito da un gruppo di blogger e programmatori volontari guidati da Ory Okolloh, attivista per i diritti umani e Policy Manager di Google in Africa. Ushahidi riuscì a raccogliere i contributi di oltre 45mila citizen journalist in Kenya e si fece notare all’attenzione internazionale fino a convincere i responsabili del progetto delle possibilità di applicazione del software ideato, adattabile a scenari politici simili in altre parti del mondo. Ushahidi ora è un’azienda che ha sede a Nairobi che si sostiene grazie a finanziamenti filantropici – non statali – e dalla realizzazione e vendita di software mettendo a disposizione tre prodotti.

The Ushahidi Platform è il programma utilizzato già in Kenya. Disponibile gratuitamente e in open-source, consente di mappare dati inviati dagli utenti ed organizzarne la visualizzazione su una mappa interattiva e in una timeline cronologica. I dati possono essere acquisiti tramite mail, messaggi di testo o Twitter. Questa piattaforma è stata utilizzata in diverse occasioni da numerose associazioni per i diritti umani o operanti nei media dagli Stati Uniti, all’Europa fino alla già citata Africa. A chiunque fosse interessato Ushahidi mette a disposizione una demo online per studiare il funzionamento del software.

Crowdmap è una versione aggiornata e rivista del software originario Ushahidi rispetto al quale non necessita di essere scaricato ma può essere utilizzato direttamente dal portale dell’organizzazione. Pensato per entrare in funzione in breve tempo, si adatta perfettamente a situazione di crisi imprevista o di difficile condizione tecnologica. Tra gli esempi forniti si trovano il monitoraggio delle elezioni o la raccolta di informazioni per la gestione di un’emergenza.

Swiftriver è invece lo strumento più raffinato ideato da Ushahidi: oltre alla raccolta dati e all’organizzazione di questi ultimi in un discorso coerente consente infatti di individuare quelli giudicati più interessanti, selezionati secondo un argomento di interesse. Grazie all’analisi semantica delle informazioni, Swiftdriver si adatta perfettamente all’analisi dei flussi di messaggi che, ad esempio, fuoriescono da più fonti diverse e allo stesso tempo, come è nel caso dei social media. Una delle applicazioni più note è quella fatta da Wikipedia per mappare e valutare il modo in cui i suoi editor verificavano le fonti per modificare delle schede dell’enciclopedia online fortemente dibattute.

Le tecnologia ideate da Ushahidi possono assomigliare a diversi altri software di analisi e organizzazione dei dati disponibili in Rete a scopi informativi. A rendere peculiare l’offerta di questa organizzazione è però l’applicazione per cui i software sono pensati: scenari di crisi, guerre e disastri naturali dove gli organi di informazione possono riscontrare problemi nel svolgere la loro funzione, lasciando ai citizen journalist il compito di fornire la cronaca degli eventi. Dopo il Kenya Ushahidi è stata utilizzata anche per seguire le elezioni in India e Messico e da Al Jazeera per raccogliere testimonianze durante la guerra nella Striscia di Gaza tra il 2008 e il 2009. L’anno seguente Ushahidi era a Haiti in seguito al tremendo terremoto che ha devastato l’isola raccogliendo circa 40mila segnalazioni da parte dei cittadini. In tempi recentissimi, lo scorso febbraio, Al Jazeera Balcans ha infine utilizzato la tecnologia di Ushahidi per raccogliere dati sulle bufere di neve e l’emergenza metereologica nella regione. Proprio in ambiti difficili o a rischio questi software possono trovare la loro applicazione più efficace, mettendo a disposizione dati preziosissimi che nessun giornalista, per le difficoltà pratiche, l’isolamento o le difficili condizioni ambientali, potrebbe mai divulgare. Ushahidi può diventare un mezzo per incrementare e sostenere la circolazione delle informazioni laddove la stampa non fosse libera.

E nelle democrazie dove i giornalisti e la stampa sono liberi di operare? Tenendo ben separato il giornalismo da ciò che giornalismo non è, più il citizen journalism e l’informazione “dal basso” riescono a essere efficaci e coerentemente organizzati, più questi saranno utili agli organi di informazione come fonte e strumento di analisi aggiuntiva. In un’intervista, Erik Hersman, uno dei responsabili di Ushahidi, interrogato su quale sia nei fatti la funzione svolta dalla sua piattaforma, ha dichiarato: “Abbiamo bisogno di strumenti come il nostro in tutto il mondo per rafforzare la trasparenza e dare voce alle persone. A volte, in un mondo dominato dai media occidentali, ci dimentichiamo di come i cittadini in molti paesi non abbiano garantito l’accesso all’ecosistema dell’informazione che troviamo in nazioni più ricche che ad esempio hanno accesso a Internet”.

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