I diversi mondi mediatici arabi

2 marzo 2016 • Economia dei media, Più recenti, Ricerca sui media • by

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Osama Saeed Bhutta / Flickr CC

In molti si saranno accorti di come la rete televisiva pan-araba Al Jazeera abbia diminuito il numero di programmi in lingua inglese. Le operazioni di Al Jazeera America, inoltre, cesseranno completamente a fine aprile sia per quanto riguarda la tv che la rete. Senza le trasmissioni di Al Jazeera, noi europei non sappiamo quasi nulla di quanto avviene nei media arabi, anche se le posizioni di questi organi di informazione su cosa succede nel mondo riguarda tutti noi. Soprattutto il modo in cui lo fanno. I flussi migratori, ad esempio, vengono scatenati non da ultimo anche dalla cronaca mediatica e dalle immagini che contrappongono guerra, miseria e le città distrutte dai bombardamenti in Siria al presunto paradiso europeo.

Richter-arabisch-9783867645096.inddChi vuole sapere di più e vedere quanto diversi siano i mondi mediatici arabi può ora farsene un’idea grazie ai ricercatori Carola Richter (Freie Universitaet, Berlino) e Asiem El Difraoui (Institut für Medien und Kommunikationspolitik, Berlino) e al libro da loro curato. Arabische Medien (I media arabi, ndr) riunisce infatti contributi da parte di 22 esperti che mostrano come i media nel mondo arabo si siano evoluti, grazie ad analisi comparative e a ricerche specifiche nei singoli Paesi, permettendo comunque di fare confronti grazie ad una struttura comune.

Dalla complessità delle ricerche emerge chiaramente come la fonte di notizie più importante nel contesto arabo sia rimasta ancora la televisione satellitare, che si è evoluta in almeno due fasi. Prima sono stati adottati dei format d’intrattenimento mutuati dai paesi occidentali, mentre più tardi questi sono stati accompagnati da soap opera latinoamericane e produzioni di Bollywood. In seguito, a partire dal 2005, Al Jazeera ha fatto la sua comparsa, portando confusione all’interno del giornalismo politico e, guardando indietro, indebolendo anche certi domini strutturali, fattore che ha contribuito anche ad avere una Primavera araba troppo corta.

In Tunisia ne sono rimaste ancora le tracce: il paese si sta democratizzando timidamente, e sta elaborando una nuova legge sui media, per garantire la libertà di stampa. In Libia, invece, le strutture statali continuano a dissolversi, facendo cadere il paese anche in un caos strutturale che colpisce anche i media. Il polo opposto, invece stando al contributo di Almut Woller (Freie Universitaet, Berlino), è composto dalle “media cities” a Dubai, in Qatar e in altri stati petroliferi: metropoli mediatiche moderne martellate sulla testa del mondo arabo, nonché zone di libero commercio, che fanno da collante per chiunque conti nell’industria della comunicazione occidentale.

Fonte: Carola Richter/ Asiem El Difraoui (Hg.) (2015); Arabische Medien, Konstanz/München: UVK

Articolo pubblicato originariamente da Tagesspiegel il 31/01/2016, traduzione dal tedesco a cura di Georgia Ertz

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