Il problema con l’online dei giornali giapponesi

26 settembre 2014 • Economia dei media • by

Ad un europeo in visita in Giappone, i giornali sembrano godere di ottima salute: le tirature sono alte, gli abbonati alla carta stampata sono molti e le redazioni stanno assumendo sempre più giornalisti. Eppure le cose potrebbero non essere così positive come sembrano.

Sono appena tornato da un breve soggiorno a Tokyo, dove ho visitato diversi organi di informazione. Un obiettivo era quello di rispondere ad alcune delle molte domande emerse dai dati giapponesi raccolti nel Reuters Institute Digital News Report 2014. Come prima cosa, ci si potrebbe chiedere per quale motivo un paese che ha un numero di lettori fra i più alti al mondo abbia anche uno dei settori dell’informazione fra i più turbati dai nuovi attori digitali. Il Giappone, infatti, è stata l’unica nazione, tra le dieci esaminate nel Report, in cui un portale come Yahoo Japan ha fatto registrare più del 50% dell’uso settimanale dedicato all’informazione.

I giornali giapponesi sono tuttora incredibilmente forti e hanno numeri che molti in Occidente possono soltanto sognare. I giornali di qualità come l’Asahi Shimbun e lo Yomiuri Shimbun hanno infatti tirature rispettivamente di 7 e quasi 10 milioni di copie. E queste cifre non derivano dal fatto che i giornali giapponesi siano dei prodotti catch-all che massimizzano la loro portata occupando una posizione centrale ed equilibrata. Al contrario, le testate più grandi tendono ad avere posizioni chiaramente identificabili, che possono portare alcuni giornali a lottare gli uni contro gli altri, come accade ad esempio nel Regno Unito.

In Giappone, al momento, molti conservatori stanno attaccando l’Asahi Shimbun di centro sinistra per errori editoriali che, proprio questo mese, sono costati al suo executive editor il posto di lavoro. Similmente al Regno Unito, il Giappone vanta un’emittente pubblica molto seguita, NHK, che cerca di offrire informazioni imparziali ma è accusata dalla destra di essere istintivamente schierata a sinistra. Anche nel settore business, un’organizzazione come Nikkei ha vendite su carta stampata molto alte, circa 2.7 milioni al giorno. Considerando che il Giappone ha una popolazione pressappoco doppia rispetto a quella del Regno Unito, questo equivarrebbe alla vendita di 1.4 milioni di copie del Financial Times nel Regno Unito, ovvero 15 volte le sue vendite attuali.

Per i giornalisti della carta stampata queste potrebbero sembrare buone notizie. In Giappone ho incontrato cinque aziende mediatiche che occupano tra 1000 e 2000 giornalisti e ne stanno assumendo altri. Tra queste, un giornale che ho visitato assumerà quest’anno ben 100 giornalisti. È difficile pensare che qualsiasi organo d’informazione occidentale possa assumere anche solo una frazione di quelle persone, e molti ancora offrono contratti a vita.

Dunque, come mai giornali giapponesi così affermati stanno avendo così tante difficoltà sul Web? Quello che sembra essere successo è che per anni questi giornali non si sono occupati di Internet, per mancanza di interesse o per paura di cannibalizzare le loro vendite della stampa. Alcuni non si sono preoccupati di avere un sito Internet e coloro che invece ne hanno creato uno vi hanno caricato solo pochissimi contenuti oppure hanno concesso serenamente e per anni a Yahoo News e ad altri aggregatori accesso gratuito ai loro articoli. Il risultato è che queste aziende hanno contribuito alla creazione di portali online che riscuotono un successo tale da rendere impossibile ad ogni sito Web di un giornale di raggiungere la loro portata o la varietà di informazioni che offrono. Anche l’emittente pubblica NHK non è in grado di colmare questo gap, perché sottosta a severe restrizioni rispetto alla sua possibilità di offrire servizi online.

Attualmente, secondo i dati del Digital News Report, Yahoo News detiene il 59% della fruizione delle news online, mentre Google News è appena al 17%. I primi tre giornali e la rete NHK arrivano solo al 10-14%. L’unicità di Yahoo Japan sta nel fatto che il portale non si occupa solo di aggregare le informazioni, ma aggiunge anche valore ai contenuti dei giornali che aggrega, rivisitando i titoli per massimizzare la fruibilità e riportando link per approfondimenti e chiarimenti alla fine di ogni pagina. Il Yahoo gapponese fornisce anche molte hard news, oltre alle notizie di intrattenimento e ha uno staff di giornalisti che cura i suoi 4000 articoli giornalieri, senza generarne di originali. Proprio ora che alcune testate giapponesi stanno riflettendo su come gestire la prima ondata di disruption causata da Yahoo  – almeno una di loro ha recentemente ritirato i propri contenuti dal portale -, già una seconda ondata si sta avvicinando, minacciando di turbare le cose di nuovo.

Con lo spostamento della fruizione delle news su mobile e la crescita di questo settore, infatti, nuovi player stanno entrando nel mercato, rubando quote a Yahoo. Brutte notizie per Yahoo, ma potenzialmente anche per quegli organi di informazione affermati che non possono offrire applicazioni mobile e che non possono, di conseguenza, fornire accesso veloce alle news online per competere con provider di mobile news come Smart News e Gunosy. Ancora una volta, le nuove aziende tecnologiche sembrano beneficiare sia delle migliori interfacce utenti che, con l’assemblaggio di contenuti informativi mainstream, del più ampio range di news che attrae tutti gli interessi, opinioni politiche e passioni.

Quindi, che cosa succederà ai potenti organi di informazione tradizionali? Per il momento la maggior parte sono ancora redditizi, alcuni anche molto, ma sul lungo periodo esiste la preoccupazione che non riescano a innovarsi velocemente nel digitale. Mentre le persone più anziane che preferiscono la stampa se ne vanno, queste testate sembrano destinate a rimanere senza una strategia digitale per rimpiazzare quello che perderanno. Alcune aziende mediatiche stanno lavorando duramente su come adattarsi, ma i costi ingenti rallentano il processo di adattamento. Altre, invece, sono ancora scettiche rispetto al digitale, perché la stampa continua a dare buoni profitti. Ma la situazione potrebbe cambiare molto velocemente: non mancano di certo, infatti, attori digitali in grado di beneficiare di un eventuale cambio di scenario.

Come europeo in visita agli organi di informazione giapponesi, la prima reazione è l’invidia verso la grandezza delle loro redazioni, il grande numero di loro abbonati e le loro vendite massicce. Ma dopo uno sguardo più attento, è facile pensare che il Giappone dimostra che c’è sicuramente di peggio che vivere in un paese i cui i giornali sono in crisi: vivere in paese in cui le vendite della stampa e i profitti sono talmente alti da non incentivare l’innovazione.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Georgia Ertz

Photo credits: Elvin / Flickr Cc

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