Come si finanziano i siti indipendenti di opposizione

18 aprile 2017 • Economia dei media, In evidenza, Ricerca sui media • by

Rocío Lara / Flickr CC / BY-SA 2.0

I siti di informazione indipendenti che operano in contesti politici oppressivi devono essere più innovativi quando si tratta di cercare finanziamenti. A sostenerlo è una una nuova ricerca, il primo studio accademico dedicato alle strategie economiche dei siti di news d’opposizione – imprese critiche in modo diretto nei confronti dei regimi di cui si occupano. Il paper ha identificato le sfide più importanti che le organizzazioni di questo tipo devono affrontare: queste includono in primis la necessità di sperimentare con strategie alternative per finanziare il proprio giornalismo e per poter rimanere autonomi tanto finanziariamente quanto politicamente.

“Fragile finance: The revenue models of oppositional news outlets in repressive regimes” di Clare E. Cook, ricercatrice della University of Central Lancashire, ha studiato 19 aziende mediatiche in Uzbekistan, Siria, Zimbabwe e Caucaso. Gli studi di caso analizzati mettono in evidenza i pericoli affrontati da queste piattaforme: i loro giornalisti sono stati uccisi, minacciati o reclusi; i siti web sono stati chiusi o colpiti con cyberattacchi, mentre i loro uffici sono stati in alcuni casi distrutti.

Lo studio ha passato in rassegna le modalità di raccolta fondi utilizzate da queste testate e ha discusso approcci alternativi, come la creazione di collaborazioni con altri siti mediatici, nuovi modelli pubblicitari o approcci innovativi come i micropagamenti, le donazioni o il crowdfunding. I siti d’informazione d’opposizione sono stati classificati come “esiliati” (aziende che operano in un auto-imposto o forzato esilio e che alimentano l’informazione indipendente dall’esterno del paese d’origine) o come basati in  ambienti “restrittivi” (organizzazioni che forniscono contro-informazione dall’interno).

I siti di entrambe le categorie operano in mercati imperfetti e questo spesso li costringe a basarsi sulle sovvenzioni piuttosto che ricercare altre fonti di profitto meno affidabili. Un giornalista dello Zimbabwe impiegato presso un sito di news indipendente ha spiegato che ricorrere ad aiuti esteri e alle sovvenzioni sembra “più efficiente che muoversi in territori meno conosciuti. Abbiamo anni di esperienza nel finanziamento tramite donazioni e quasi nessuna negli altri modelli di finanziamento”.

I finanziatori pretendono di più
Fare affidamento solo sulle sovvenzioni è però diventato un affare rischioso. Spesso gli aiuti stranieri possono essere collegati a interessi politici diretti dei paesi donatori e comportare lunghi processi e standard che devono essere soddisfatti dagli applicanti e alcuni finanziatori, ora, richiedono anche prove di profitti diversificati. Inoltre, sempre più donatori considerano le loro sovvenzioni come una principale o iniziale fonte di finanziamento, piuttosto che come l’unica. La pressione crescente sui media indipendenti per trovare altri fonti di sostegno economico ha portato ad alcuni fallimenti: testate affermate come Short Wave Radio (Zimbabwe) o Uznews.net (Uzbekistan) hanno chiuso a causa della mancanza di fondi.

Pubblicità e le collaborazioni possono far accrescere i profitti
Quasi la metà (47%) delle aziende mediatiche prese in esame ha sperimentato con la monetizzazione attraverso un mix di native e display advertising. Questo metodo in generale fornisce però ingressi incostanti di guadagno a causa di una diffusa mancanza di conoscenza presso il campione incluso nello studio per quanto riguarda le tipologie e le terminologie della pubblicità. Cook ha riscontrato un caso di successo in cui un numero di siti mediatici indipendenti aveva collaborato per formare un’unica piattaforma pubblicitaria. Questa idea aveva creato un potenziale mercato globale per gli inserzionisti e aveva generato guadagni grazie alla pubblicità internazionale che altrimenti sarebbe rimasta inarrivabile.

Il principale vantaggio del lavorare come una rete collaborativa era la capacità di distribuire i costi per la realizzazione di strutture pubblicitarie, riducendo la spesa delle singole aziende. Molti siti hanno tuttavia riferito che gli inserzionisti in genere non erano entusiasti all’idea di essere associati ai media d’opposizione. Una piattaforma di notizie che si occupa del Caucaso a questo proposito ha dichiarato che “noi scriviamo di sparizioni, torture, le storie più dure sulla violazione dei diritti umani, e gli inserzionisti non vogliono essere associati a questo”.

Nei Paesi più poveri, come lo Zimbabwe, le vendite delle copie cartacee hanno contribuito in più larga proporzione ai guadagni rispetto alla pubblicità (fino al 60% in un caso). Alcune aziende mediatiche si basano ancora sui guadagni dalle vendite in edicola per finanziare le lor operazioni: questo approccio fornisce un flusso di entrate significativo se comparato ai guadagni pubblicitari, specialmente in luoghi dove gli inserzionisti si prendono di norma 45 giorni circa per pagare i conti.

Micropagamenti, crowdfunding e donazioni
La maggior parte (14 sui 19) dei media intervistati per lo studio ha sperimentato con donazioni, crowdfunding e micropagamenti. Tuttavia solo sette hanno guadagnato qualcosa grazie a queste attività e anche in questi casi il ricavo era piuttosto basso. Un’azienda uzbeca ha sperimentato con Flattr, un sito social di micropagamenti, dove gli utenti “danno una mancia” ai contenuti che apprezzano pagando con le carte di credito o con PayPal. A dire il vero solo una frazione del budget totale della testata è stata coperta con queste donazioni: l’apatia e la povertà sono state indicate fra i maggiori ostacoli al modello dei micropagamenti.

Parlando della propensione dei lettori nei confronti dei pagamenti, una testata uzbeca ha anche ricordato: “le persone non sono molto attive politicamente e danno tutto per sceontato”, mentre un operatore mediatico dello Zimbabwe ha dichiarato: “sono tutti poveri […] persino gli expat si sono fatti il culo nel primo mondo per inviare abbastanza soldi a casa, quindi l’ultima cosa a cui pensano è donare ai media”. Gli aspetti burocratici del settore bancario e dei pagamenti possono inoltre provocare dei problemi di privacy per le organizzazioni mediatiche di opposizione clandestine e anche ostacolare la creazione di profitti, ha rilevato lo studio. Le piattaforme di pagamento digitale, come PayPal, spesso richiedono specifici dettagli bancari, che possono essere tracciati dai governi. Questo può rendere le aziende mediatiche e i loro sostenitori finanziari più vulnerabili.

Mettere in piedi strutture digitali alternative richiede anche capacità tecniche che spesso sono assenti nei team delle testate di opposizione. Tuttavia, un approccio coordinato fra diverse organizzazioni (simile al network pubblicitario illustrato sopra) potrebbe essere una soluzione interessante per facilitare le donazioni anonime o i pagamenti online e da mobile, elementi sarebbero troppo costosi da implementare singolarmente.

Le finanze fragili sono il prezzo dell’indipendenza?
Indipendentemente dagli sforzi per diversificare i canali di guadagno e ottimizzare i finanziamenti, i risultati della ricerca sollevano una questione: le finanze fragili sono un marchio di fabbrica dei media di opposizione? In altre parole: la dissociazione da tutto ciò che ha a che fare col profitto è percepita dai lettori come la medaglia al valore di una stampa realmente incorrotta? Come ha lamentato un giornalista siriano: “[I lettori] ci ascoltano proprio perché siamo dei combattenti e siamo non-profit. Se vedessero che ne ricaviamo del guadagno perderebbero fiducia”.

La ricerca conclude che l’approccio maggiormente adottato fra i siti d’informazione indipendenti analizzati sia quello che Cook descrive come il metodo “bricolage”, col quale le organizzazioni di news d’opposizione ‘si arrangiano’ applicando una combinazione delle fonti di ricavo sopracitate. Questo particolare modello di business scelto (o imposto) dalle organizzazione di opposizione è per forza di cose creativo, collaborativo e diversificato. Forse, conclude lo studio, questo approccio potrebbe offrire anche ai manager delle organizzazioni mainstream una gamma di alternative di finanziamento originali, creative e come tali da considerare.

Articolo pubblicato nel contesto del corso di “Economics of Journalism and quality management in newsrooms” del Master in Gestione dei media dell’Università della Svizzera italia. Traduzione dall’originale inglese a cura di Giulia Quarta

 

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