Un nuovo equilibrio tra audience e inserzioni

22 gennaio 2009 • Economia dei media, Editoria • by

Corriere del Ticino, 21.01.2009
È una svolta, verosimilmente gradita ai telespettatori, ma fonte di pole­miche. In Francia da qualche gior­no nella fascia di massimo ascolto, quel­la serale, le due reti pubbliche non tra­smettono più pubblicità. Ed è solo l’ini­zio; perché tra qualche mese gli spot spa­riranno del tutto.

La logica è ineccepibi­le: Sarkozy ritiene che il servizio pubbli­co non debba offrire un servizio commer­ciale; ma lo scopo finale sarebbe un al­tro: favorire Tf1, rete privata posseduta da Martin Bouygues, grande amico del presidente della Repubblica. Chi vorrà fa­re pubblicità dovrà per forza scegliere que­sto canale o accontentarsi di canali mi­nori come M6 o puntare sui canali a pa­gamento, che però hanno un pubblico li­mitato. Il favore, insomma, è colossale e sta suscitando non poche polemiche.

In teoria il modello dovrebbe essere quel­lo della Bbc che punta tutto sulla quali­tà; ma molti pensano che le risorse mes­se a disposizione dall’erario non saranno sufficienti a garantire trasmissioni di pre­gio e che dunque France 2 e France 3 nel­l’arco di qualche mese vedranno crollare l’audience, diventando di fatto margina­li o di nicchia. Insomma, la rivoluzione annunciata da Sarkozy non sembra fa­vorire il pluralismo né una migliore qua­lità televisiva. Da qui tanti dubbi e non poche polemiche; in un momento peral­tro di grande crisi del settore editoriale.

Sono infatti sempre più i giornali in dif­ficoltà e il governo francese ha convoca­to gli Stati Generali per elaborare misure di rilancio. Ne è scaturito un dossier con novanta raccomandazioni, che però con­tiene poche idee nuove, se non su aspetti tecnici come una rimodulazione dell’ Iva o delle tariffe postali. Il messaggio com­plessivo è però chiaro: gli editori francesi sperano che sia lo Stato ad alleviare le lo­ro sofferenza, ad esempio varando mas­sicce campagne persuasive su temi di uti­lità sociale e riservate ai media tradizio­nali; insomma, un’iniezione di denaro fre­sco in un’epoca in cui il mercato pubbli­citario risente della recessione; oppure sov­venzioni ai giornalisti in esubero.

È questa la strada che anche l’ Italia si ap­presta a intraprendere. Il governo Berlu­sconi ha deciso di stanziare dieci milioni di euro all’anno per i prepensionamenti al fine di alleviare l’ Inpgi, la Cassa pen­sioni dei giornalisti, che altrimenti non riuscirebbe a sopportare i costi. E si pre­vede che saranno 1500 nei prossimi due anni i professionisti in uscita, soprattut­to dalle grandi testate che soffrono in mo­do particolare la riduzione dei budget pubblicitari da parte dei grandi inserzio­nisti. I dati sono impietosi: tutti i princi­pali quotidiani hanno perso copie nel 2008, mentre i giornali locali hanno resi­stito meglio, anche sul fronte pubblicita­rio, sebbene siano rare le testate in cresci­ta o comunque non in perdita. La lettu­ra dei siti dei giornali su internet invece è in continua crescita, il problema è che per ora questa pioggia di contatti non è stata sufficiente ad attirare pubblicità.

E fino a quando non verrà trovato un nuovo equilibrio tra audience e inserzio­ni, agli editori non resta che fare appello al vecchio Stato, poco tecnologico, ma molto affidabile. Anzi, provvidenziale…

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