Ha ancora senso sovvenzionare la carta stampata?

23 maggio 2012 • Editoria • by

Entrato in vigore il decreto legge con le nuove norme per i contributi all’editoria. Effettivo da subito e per i prossimi due anni. Per una riforma più completa si dovrà invece attendere l’approvazione del disegno di legge che ha iniziato il suo iter parlamentare. I tempi di approvazione? Sicuramente lunghi, lunghissimi. Nel frattempo ragioniamo sulle nuove regole. Ci sono innanzitutto meno soldi, circa 50 milioni di euro, una cifra di gran lunga inferiore a quella dei tempi passati, basti pensare che nel 2006 si era arrivati a spendere 600 milioni di euro e in precedenza somme ancora maggiori. I dati più recenti, resi disponibili sul sito della presidenza del consiglio dei ministri, sono quelli relativi al 2010 e corrispondono a una cifra complessiva di 150 milioni di euro.

E’ sufficiente analizzare le schede riferite alle singole categorie di testata, e a quelle che a tutt’oggi continuano ad usufruire dei finanziamenti, per rendersi conto di quanto iniquo e perverso sia il meccanismo che regolamenta l’erogazione dei contributi.

Al di là della presenza di testate fantasma, il problema di fondo è che la logica cui sono agganciati i benefit prevede un compenso direttamente proporzionale al numero di copie stampate e non a quelle effettivamente vendute. Viene quindi premiata la tiratura. Più questa è alta, maggiore è l’ammontare dei contributi. L’esempio più eclatante è quello de L’Avanti. Per ottenere i rimborsi relativi al 2010 il quotidiano dichiarava una tiratura di 3 milioni e mezzo di copie all’anno, quando quelle effettivamente distribuite in edicola erano solo 60 mila, di cui vendute solo poche centinaia. Insomma, l’erogazione di fondi pubblici dovrebbe essere razionalizzata, rapportata al numero di copie realmente distribuite e mirata a sostenere le attività di coloro che hanno effettivamente in essere delle strutture giornalistiche. La legislazione, soprattutto in passato, ha permesso che si potesse essere accreditati nel novero delle testate sovvenzionate dallo Stato attraverso furbizie ed espedienti di vario tipo. Una situazione che ha danneggiato coloro che avevano le carte in regola per accedere ai sussidi.

Il finanziamento pubblico deve essere rimodulato e deve prevedere delle drastiche restrizioni per la carta stampata a favore dell’editoria digitale. Perché, pur essendo accertato il diritto al finanziamento, si rende legittima la sostenibilità di un sistema che presenta costi nettamente superiori a quelli digitali? Perché, per esempio, tra i giornali di partito, non vi è nessuno che ha approfittato dei contributi alle testate online? Probabilmente per il semplice motivo che l’ammontare del finanziamento erogato sarebbe stato infinitamente minore.

Il Manifesto, giornale storico della sinistra, sta per essere liquidato, eppure non si è mai presa in considerazione l’idea di passare esclusivamente al digitale, operazione che permetterebbe di ridurre drasticamente le spese associate al modello cartaceo. Perché insistere per essere ancora un giornale di carta? Sembrerebbe che l’idea di non essere più in edicola sia vissuta come una estinzione definitiva. Gli ultimi dati relativi al finanziamento, quelli del 2010, evidenziano un contributo erogato nei confronti del Manifesto di 3 milioni e 745mila euro. Se quella stessa cifra fosse indirizzata esclusivamente all’online non potrebbe essere sufficiente a mantenere in vita il quotidiano? Se è vero che in passato, pur tra mille controversie, la sovvenzione pubblica ha garantito la sopravvivenza di alcuni giornali, perché oggi di fronte alla chiara impossibilità di sostenere i costi della carta non si valuta l’opportunità di percorrere un futuro solo digitale? Evidentemente perché, al di là di affermazioni formali, sono in tanti a ritenere che la carta sia ancora un valore insostituibile. O forse perché le forze politiche sono ancora del tutto impreparate a modernizzare l’editoria tradizionale.

 

 

 

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  • Pingback: Data journalism, arriva sul Guardian ‘’Morire di carcere in Italia’’ | LSDI()

  • Caro Piero,
    grazie per il tuo articolo, anche se continuare a parlare di vecchie regole (quelle relative alla distribuzione non esistono dall’anno scorso, con l’approvazione del regolamento Bonaiuti) e di vecchi fondi (addirittura quelli del 2006, che comprendevano anche le tariffe postali per i grandi gruppi) non aiuta a comprendere la drammatica situazione attuale dell’editoria non profit, di idee, di partito e, last but not least, in cooperativa.

    Finché ci sarà possibile non abbandoneremo mai il giornale su carta. Per motivi politici (abbiamo la presunzione di confrontarci alla pari con i “giornaloni” di banche, palazzinari, imprenditori sanitari e dell’energia, etc.) ma soprattutto economici, culturali ed editoriali.

    Se il mezzo è il messaggio è impossibile non comprendere che la fruizione dell’informazione su Internet viaggia da punto a punto, da molti a molti, senza gerarchie prestabilite di senso. Al contrario, un giornale oltre alle notizie è la faticosa costruzione di un senso quotidiano a una serie di eventi apparentemente scollegati. Un giornale è informazione strutturata (se metto una cosa in prima pagina o in breve è una scelta precisa, che il lettore può valutare e condividere o respingere). Perciò un giornale racconta fatti e costruisce nessi.

    il manifesto, per paradosso, ha vinto. Oggi tutti i giornali italiani sono giornali “politici” o “di partito”. “Il manifesto è una forma originale della politica”, c’è scritto nel nostro statuto. E’ perciò uno strumento, un mezzo, per trasformare le cose. Non ci rinunceremo mai a cuor leggero.

    Passare sul Web, inoltre, non è sostenibile per piccole imprese editrici come la nostra. L’iva al 21% sulle copie digitali più il 30% di aggio dei grandi distributori on line (come Apple per l’iPad) è un furto legalizzato: prima ancora delle tasse, metà dei ricavi dell’editore sparisce. Il 30% di aggio di iTunes store è quasi il doppio di quelli cartacei (giornalai e distributori prendono il 19% di ogni copia).

    Far pagare i contenuti su Internet non è redditizio nemmeno per i giornali anglosassoni che godono di un audience mondiale 24 ore su 24 (il Guardian ha realizzato un utile per la prima volta l’anno scorso e il Nyt lotta sul filo, per il resto è un bagno di sangue). Per un quotidiano di idee italiano passare on line significherebbe diventare poco meno di un un super blog. Ce ne sono tanti e di ottimi in giro, non è il caso di aggiungerne un altro.

    Per quanto riguarda il contributo pubblico alla carta stampata, abbiamo preso posizione infinite volte e non è il caso di ripeterlo qui. Chi ci segue lo sa. Solo una cosa ci preme dire: in tutte le proposte che portiamo avanti da anni chiediamo di NON finanziare i giornali con le TASSE dei cittadini ma con un RIEQUILIBRIO fiscale all’interno del sistema della comunicazione, cioè facendo pagare i grandi editori che prendono tutta la pubblicità. Per esempio con una quota delle concessioni televisive nazionali, l’aumento dell’Iva sui gadget non editoriali (bamboline, occhiali, giochi in edicola, etc.), un prelievo minimo sul fatturato pubblicitario.

    Sul piano editoriale, crediamo che il futuro sia una SINERGIA tra carta e Web. Camminare con un piede in una scarpa sola è insostenibile.
    Grazie per l’ospitalità

    il manifesto

  • Caro Manifesto,
    Grazie per il tuo intervento,

    Al di là dei probllemi legati ai finazimanti pubblici, è interessante quanto affermate riguardo ai prodotti digitali: i costi associati a questa distribuzione, tassazione diretta e indiretta non sono, come spesso si è portati a credere, così vantaggiosi rispetto alla carta. E così è altrettanto complicato e complesso sostenere una presenza su web. Eppure quello che mi chiedo è se questa sifda possa essere rimandata. Da un punto di vista editoriale affermate che il futuro sia una sinergia tra carta e web, ma lo è anche da un punto di vista economico? Non capisco per quale motivo sostenete che passare online significa diventare poco meno di un super blog. Mi sembra che le esperienze raccontino una storia diversa. Insomma secondo voi il giornalismo senza carta non ha futuro. Detto questo mi auguro che Il Manifesto possa continuare la sua storia, anche se credo sarà inevitabile ripensare la distribuzione su carta e riformulare il rapporto di quest’tulima con l’online.

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