Il futuro del giornalismo
è paperless

18 gennaio 2013 • Editoria • by

L’avvento di Internet e la nascita di forme di comunicazione e distribuzione delle informazioni in una dimensione digitale, online, via web o mobile, ha creato una profonda frattura nel mondo dell’editoria e del giornalismo. Le organizzazioni mainstream, quelle che nello scorso secolo hanno prosperato facendo leva sul modello paper based, si sono trovate di fronte non solo a una nuova competizione, rappresentata da soggetti in grado di erogare contenuti in modalità innovativa, ma a una a vera e propria sfida di sopravvivenza. Per le vecchie organizzazioni, il problema di fondo, come più volte evidenziato nelle pagine dell’Osservatorio e come emerso nello studio condotto dal Pew Research Center, è riuscire a monetizzare il business digitale in modo da compensare le perdite di ricavi sulla carta stampata. E’ un percorso che nasconde opportunità e rischi, il cui esito finale è ancora in gran parte sconosciuto.

Clayton M. Christensen, professore dell’Harvard Business School, è dell’opinione che quanto sta accadendo nel mondo dell’informazione non sia nulla di diverso da quanto successo in altri settori dell’ industria. E’ un fenomeno che si ripete ogni qualvolta si innesca un cambiamento sostanziale nel modo di produrre in virtù della disponibilità di nuove tecnologie. Un fenomeno che Clayton etichetta come Disruptive Innovation, ovvero innovazione che crea una frattura rispetto ai modelli di business esistenti. Uno scenario dove si assiste a una stessa sequenza: l’ingresso di nuovi player e la conseguente sfida per gli incumbent nel sostenere una competizione fondata su nuovi modelli di industry.

Nel business dell’informazione si ripete quanto successo in passato: i nuovi player adottano inizialmente una strategia a basso margine di profitto, mettendo in crisi la logica mainstream della componente legacy e, nello stesso tempo, introducono elementi di competitività che si rivelano poi essenziali, come velocità e personalizzazione.  Le nuove strutture sono leggere, non devono sostenere i costi delle vecchie organizzazioni, investono soltanto nelle risorse necessarie per sopravvivere nel nuovo mondo.  Sono organizzazioni che creano una nuova domanda coinvolgendo nuovi soggetti. All’inizio il prodotto dei newcomer viene considerato di scarsa qualità rispetto agli incumbent, ma il concetto di qualità varia nel tempo e la logica dei newcomer diventa progressivamente sempre più competitiva.

Come possono organizzazioni tradizionali creare strutture finanziariamente sostenibili in uno scenario caratterizzato da un costante cambiamento? Attendere che la quota pubblicitaria online riesca a compensare le perdite della carta stampata? Del tutto inutile. Occorre abbracciare il nuovo mondo e trovare percorsi alternativi.

E questo è quanto sta accadendo.

La velocità dei cambiamenti ai tempi di Internet è così elevata che si fa fatica a ricordare che solo fino cinque anni fa non esistevano tablet e smartphone, ovvero tutti quei dispositivi che hanno consentito di mettere a punto nuovi canali di distribuzione dei contenuti. In questi anni si sono sperimentate, e in parte attuate, logiche di accesso e politiche commerciali fondate sul paywall. Si sono iniziati a utilizzare social network e si è dato ampio spazio a contenuti multimediali: Tv streaming, videogallery, filmati sono diventati elementi portanti della comunicazione internet così come interpretata dal sistema legacy dell’editoria.

L’ondata di cambiamento è stata in parte gestita con successo e ha inciso profondamente nelle dinamiche del business digitale. Incumbent e newcomer, entrambi i soggetti devono lottare per preservare una propria sostenibilità economica. Nessuno regala nulla di questi tempi. Qualsiasi progresso e successo, anche solo parziale, è frutto di una costante ricerca di innovazione.

Ovviamente, la Disruptive Innovation, così come definita da Clayton, ha fatto delle delle vittime. I primi a cadere sotto la pressione della trasformazione del mercato sono state aziende che operavano nei mercati più evoluti, dove la progressione del cambiamento e l’affermazione dell’era digitale si sono imposti prima che in altri paesi. E’ il caso degli Stati Uniti.  Il cambiamento avvenuto negli USA ha prodotto un’onda lunga che si è propagata nel resto del mondo, con conseguenze più soft, magari, ma non per questo meno preoccupanti.

D’altra parte, non illudiamoci, pensare che possano essere i lettori a tornare a riempire le tasche degli editori, e restituire loro le certezze economiche della carta, è un’ipotesi che appartiene sempre più al mondo dei sogni. Il futuro è paperless, l’informazione globale e il decennio è digitale. Così come le internet companies cercano di dare vita a nuove forme di redditività, vedi Facebook, così il giornalismo deve riuscire ad approdare a formule di business e sapere interpetare il futuro con un una lente digitale.

 

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