Quando il giornalismo fa rima con precariato

8 novembre 2010 • Editoria • by

La ricerca sulla condizione dei giornalisti italiani realizzata da Lsdi permette di analizzare quanto e come la professione giornalistica è cambiata sotto l’effetto della rapida trasformazione operata da internet e dai nuovi media. In particolare si nota che la professione giornalistica è sempre più ricercata, dal 1975 a oggi il numero di iscritti all’Ordine è più che quadruplicato, ma aumenta al contempo la percentuale di lavoro precario e sottopagato.

Di fronte alla tenuta del giornalismo garantito dai contratti e dagli istituti di categoria, si afferma nello studio, il giornalismo autonomo ancora annaspa, senza riuscire a trovare uno statuto, contrattuale e professionale, adeguato alla sua forza quantitativa, che ormai è pari se non superiore a quella del lavoro dipendente. Il 55,25% dei giornalisti free lance iscritti all’ordine così come il 49,5% dei giornalisti a contratto subordinato dichiarano complessivamente entrate sotto il 5.000 euro lordi annui.

Lo studio, scrive Pino Rea che insieme a Vittorio Pasteris è autore della ricerca – conferma una vistosa spaccatura fra lavoro dipendente (il lavoro che vive prevalentemente dentro le redazioni) e lavoro autonomo, che nell’industria editoriale cresce e diventa sempre più vitale per la macchina dell’informazione, ma che non riesce ad acquisire una vera, concreta, dignità professionale. Una condizione – prosegue Rea – che, nella fasce più basse e meno protette, confina visibilmente e si intreccia col precariato da 2,50 euro lordi a notizia e con tutto il variegato mondo del lavoro sommerso che ruota all’esterno delle redazioni o è addirittura la base produttiva dei nuovi media.

Se oggi gli iscritti all’albo sono quasi 110.000 – afferma Franco Siddi della Fnsi – bisogna con chiarezza saper dire a tutti i nuovi giornalisti che il sistema complessivo dell’informazione, per quanto si sia dilatato, non consente di assorbire una massa cosi elevata di addetti (…) Una forza lavoro cosi smisurata rispetto alle richieste di mercato si risolve ineluttabilmente nel precariato, nella marginalizzazione, nella disoccupazione. E’ bene non farsi illusioni né demagogicamente illudere tutti coloro, soprattutto i giovani, che sono ammaliati dal fascino della nostra professione.

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