Accesso all’informazione, il silenzio italiano

10 maggio 2013 • Digitale, Etica e Qualità • by

Meno di un quarto delle richieste di accesso all’informazione rivolte alle istituzioni italiane si risolve in modo soddisfacente. A confermarlo è il report “The silent state – Access to information in Italy” realizzato da Diritto di sapere insieme ad Access-Info. Il report, presentato al recente Festival del Giornalismo di Perugia, vuole dare luce allo stato dell’accesso all’informazione in Italia, ponendo la situazione del nostro paese in paragone con le legislazioni straniere. La questione ha a che vedere con la trasparenza delle istituzioni italiane su diversi livelli e la conseguente facilità con cui i cittadini (e i giornalisti) possono avere accesso a dati e informazioni come, per esempio, contratti, bilanci o statistiche di interesse pubblico. Per il report sono state coinvolte istituzioni di diverso livello, dai comuni ai ministeri, cui sono state rivolte richieste su 9 differenti ambiti, dalla sanità alle performance finanziarie. Nel 73% dei casi, le risposte alle richieste inviate per la realizzazione della ricerca (300, via mail, tra gennaio e marzo 2013) sono state giudicate “insoddisfacenti” e nel 65% dei casi non vi è stato alcun riscontro. Banalmente, in questi casi, l’istituzione contattata ha preferito lasciare che il silenzio (non) rispondesse al posto suo. Solo il 4% delle richieste ha ottenuto un rifiuto scritto.

graficoTra le poche richieste che si sono tradotte nell’ottenimento dell’informazione ricercata (27%) solo il 13% (40 su 300) è stata “soddisfatta” in modo pieno mentre le risposte “parzialmente soddisfacenti” sono state il 10%. Si tratta di tassi molto bassi, fanno sapere gli autori del report, che fanno precipitare l’Italia molto in basso nei ranking sulla trasparenza e accountability delle istituzioni. In particolare, a preoccupare, è l’enorme numero di domande evitate tramite silenzio: “le risposte mute alienano i cittadini rispetto alle istituzioni limitando la loro capacità di partecipare a pieno titolo al processo di decision-making”, si legge nel report. Il che si traduce in una cittadinanza meno informata e meno partecipe. E più disillusa.

Come scrivono gli autori del report, “l’accesso alle informazioni e ai dati sul lavoro dei governi è uno strumento nelle mani dei cittadini per partecipare pienamente nel processo pubblico di decision-making” e per avere, di conseguenza, la possibilità di far valere le responsabilità degli organi pubblici nei confronti del loro operato. Il diritto all’accesso che, ad esempio, negli Usa è garantito dal Freedom of Information Act (Foia), è un principio della democrazia tutelato come un diritto fondamentale, su un piano internazionale, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani (Art.19) e da istituzioni come la Inter-American Court of Human Rights e la Corte europea dei diritti umani. Secondo “The Silent State” sono 90 i paesi che allo stato attuale si sono dotati di una legge specifica su questo argomento o un Foia, garantendo ai loro cittadini il diritto di accedere alle informazioni detenute dagli organi ufficiali, insieme a procedure poco burocratiche e trasparenti su come ottenerle. La Convenzione sull’accesso ai documenti ufficiali, promulgata dal Consiglio d’Europa nel 2009, è ancora in attesa di essere controfirmata dagli stati membri e non entrerà in vigore prima di aver raggiunto almeno 10 firme. L’Italia non ha ancora firmato.

L’Italia, da questo punto di vista, è infatti fortemente arretrata e un Foia italiano rimane ancora molto lontano. La materia è regolamentata da una legge (241/1990) vecchia di 23 anni e molto limitante: secondo la legge, i cittadini hanno il diritto ad accedere ai documenti ma per farlo devono dimostrare il loro interesse specifico e fornire documenti di identità. Un cittadino (o un giornalista) genericamente interessato a monitorare le attività di una data istituzione incontrerebbe quindi diversi ostacoli prima di poter accedere alle informazioni che cerca. E “The Silent State” lo dimostra in modo inequivocabile.

Un altro motivo di preoccupazione proviene dal fatto che gli stessi media soffrono delle medesime restrizioni. Le richieste inviate in modo esplicito da giornalisti non hanno ricevuto risultati significativamente migliori rispetto a quelle inoltrate da cittadini comuni. Il che pone la questione anche sul piano della libertà di stampa, ponendo evidenti limiti all’esercizio della professione giornalistica, disincentivando, ad esempio, potenziali inchieste di stampo investigativo, soffocandole con la burocrazia o, peggio, con il silenzio.

L’Italia, o almeno le sue istituzioni, è ancora un paese silenzioso, molto poco trasparente e arretrato dal punto di vista legislativo in materia di accountability, trasparenza, open government e accesso all’informazione. Per approfondire, abbiamo rivolto qualche domanda a Guido Romeo, giornalista di Wired, membro di Diritto di sapere e co-autore di “The Silent State”.

Quali sono i limiti dell’attuale legislazione italiana sull’accesso all’informazione? Il gap è solo tecnologico e dovuto alla data di promulgazione?
“La nostra legge sull’accesso – la 241/90 – era già datata quando è stata promulgata 23 anni fa. Lo sviluppo del Web ha certamente aumentato la richiesta di accessibilità e trasparenza, ma quei concetti c’erano già da molto tempo nella filosofia del diritto. Il primo a parlare di un diritto dei cittadini di conoscere cosa fa lo Stato è stato Anders Chydenius e lo fece più di 240 anni fa. In questo senso la legge italiana è il termometro della cultura dove è nata. E la cultura di apertura e trasparenza dell’amministrazione è ben più importante della legge. La prova sono Paesi come la Svezia, che solo da poco hanno formalizzato un Foia, ma da anni vantano una fortissima cultura che gli ha permesso di risultare sempre al top delle classifiche sul diritto di accesso all’informazione. In Italia c’è molta strada da fare. La cultura del Web aiuta, ma non basta”.

Sei fiducioso sulla possibilità che il nuovo governo possa finalmente varare un Foia italiano?
“Il governo Monti ha spinto molto sulla trasparenza e di questo gli va dato atto. Il recente decreto trasparenza (33/2013) non è però un Foia come è talvolta raccontato e l’accesso civico che introduce è in realtà una “toppa” a un sistema che non funziona. È una legge sulla trasparenza “proattiva”: prescrive cioè semplicemente che le amministrazioni pubblichino una serie di documenti. Ma le amministrazioni italiane sono pessime in questo e basta guardare il monitoraggio Era della trasparenza condotta da Agorà Digitale. Se questi documenti non ci sono, il cittadino può appunto ricorrere “all’accesso civico” per richiederli in maniera semplificata. Il decreto non modifica in alcun modo l’attuale legge 241 che conserva tutte le sue limitazioni. Quello che veramente serve in Italia è una società civile più attiva e in grado di chiedere conto a Governo e Parlamento dei progressi in questo senso. Va fatto in maniera puntuale e non ideologica. Sicuramente c’è tanto da lavorare”.

Come valuti il fatto che i giornalisti non abbiano molta più fortuna se si rivolgono alle istituzioni per avere informazioni?
“Anche questo è un pessimo segnale. Non perché i giornalisti debbano di per sé avere più diritti, ma perché lo stesso Stato riconosce che chi fa informazione è portatore di un pubblico interesse come conferma la decisione 570/96, della Quarta sezione del Consiglio di Stato. La realtà purtroppo non corrisponde a ciò che è scritto sulla carta e questo è un handicap che ha contribuito a plasmare la nostra professione come meno indipendente di quanto potrebbe essere. C’è un’enorme differenza tra un giornalista che può chiedere e ottenere prove documentali (ad esempio sugli investimenti finanziari degli enti locali – che non appaiono nei bilanci) e uno che deve aspettare che qualcuno glieli consegni”.

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