Agcom, Rai e la governance della comunicazione in Europa

13 giugno 2012 • Etica e Qualità, Giornalismo sui Media • by

 Il dibattito infuocato sulle nomine Agcom e Rai fa apparire l’Italia molto distante dal mondo freddamente superpartes dei “regulators” delle comunicazioni del resto d’Europa. Effettivamente non è difficile riscontrare le anomalie del sistema italiano. Ma come vedremo la tensione tra indipendenza e condizionamenti del potere politico si verifica, pur in modi diversi, anche in altri grandi Paesi del continente.

Anzitutto è bene ricordare il ruolo promotore e di coordinamento svolto dall’Unione europea ad esempio  attraverso  il Berec (Body of European Regulators for Electronic Communications), che raggruppa tutte le autorità di settore presenti a livello nazionale. La funzione di impulso di questo organismo, e delle istituzioni europee in generale, si riflette nelle attività degli Stati membri e contribuisce ad armonizzarne gli approcci e la disciplina. Già nel 1987 il Libro verde sulla liberalizzazione delle telecomunicazioni diffuso dalla Commissione europea lanciava il sasso nello stagno, e da allora numerose direttive e provvedimenti hanno dimostrato l’attivismo di Bruxelles e Strasburgo in materia. I singoli Paesi mantengono comunque una propria autonomia, che si declina anche nelle diverse governance degli organismi regolatori nazionali.

Ad esempio l’authority francese ARCEP (Autorité de regulation des communications électroniques et des postes) è composta da un collegio di 7 membri di cui tre nominati dal Presidente della Repubblica su proposta del primo ministro, quattro designati dal Presidente dell’Assemblea nazionale e da quello del Senato.  Anche oltralpe quindi, fatta salva la indipendenza de iure dell’organismo, di fatto la procedura di scelta dei membri è affidata ad organi politici. L’autonomia dei componenti, sin dalla selezione, è garantita da una buona pratica istituzionale più che da particolari leggi. E per quanto le procedure di lottizzazione selvaggia non finiscano sul giornale come in Italia, basta sfogliare i curriculum dei prescelti (tutti notevoli) per osservare che alcuni si distinguono anche per il loro cursus honorum politico. Mancano agli atti, in ogni caso, esempi di nomine di dermatologi all’ARCEP. E se in Gran Bretagna l’Ofcom regola attraverso tutti i suoi settori tv,  radio, telefonia, servizi postali e altro, rari sono i casi come quello italiano in cui l’authority arriva a occuparsi di settori amplissimi.

AGCOM: SIC E ALTRE ANOMALIE 

Dal giorno della nascita dell’Agcom (con la legge Maccanico del 1997 e poi di fatto l’anno successivo) a oggi c’è stato un passaggio significativo che non ha lasciato indifferente l’Europa. Se l’Agcom come ente di regolazione e controllo si occupa quindi necessariamente di concentrazioni proprietarie, la legge Gasparri del 2004 ha fatto la differenza, ampliando il paniere della “comunicazione” e includendovi svariati settori dall’editoria al cinema passando per la pubblicità. Non è un caso allora che in una delle relazioni annuali l’Agcom possa vantarsi di competenze ampie paragonabili solo, e in parte, all’autorità finlandese e a quella svizzera, in cui il legislatore ha dato rilievo particolare all’”ottica di convergenza”. Tra le particolarità del caso Italia sono riscontrabili almeno tre anomalie, di cui nessuna è slegata dal difficile equilibrio con la politica che ha acceso il dibattito sulla scarsa trasparenza e indipendenza delle nomine recenti. La prima tipologia di deviazione di fronte alla quale l’Unione mette in allerta è quella in cui il Parlamento interviene in materie di competenza della authority. Un caso recente riguarda il caso “unbundling”: la commissaria all’agenda digitale, Neelie Kroes, ha espresso a riguardo preoccupazioni sull’indipendenza di Agcom. Tipologia opposta  e per certi versi analoga è invece quella in cui la authority interviene su materie di competenza parlamentare. Un esempio riguarda la normativa sul copyright. “Forme di controllo della rete ne possono mettere a rischio la libertà, e la materia poi non può essere disciplinata da un semplice regolamento amministrativo”, hanno dichiarato due membri della stessa Agcom, Nicola D’Angelo e Sebastiano Sortino. Un terzo e non meno rilevante punto di fragilità della Agcom sta nella debolezza sanzionatoria e deterrente mostrata nella recente storia italiana in casi di forte squilibrio informativo che minava il pluralismo. Una anomalia, questa, messa ben in evidenza in una puntata di Report di due anni fa, che dimostra anche gli stretti legami tra condizionamento politico-partitico e fiacchezza dell’azione di controllo.

RAI E ALTRE TV:  QUESTIONE DI GOVERNANCE

Alle asperità del rapporto tra poteri nel caso Agcom, si aggiunge il delicato equilibrio interno alla gestione della televisione pubblica. La particolare governance della Rai prevede che 7 consiglieri del cda vengano eletti dalla Commissione parlamentare di vigilanza e due vengano indicati dal ministero dell’Economia. Il Presidente viene indicato dal ministro dell’Economia e deve ottenere il voto favorevole di almeno due terzi della Commissione di vigilanza. Il cda approva inoltre il direttore generale, a sua volta nominato dal ministro. Anche per ciò che riguarda la governance della Rai, le accuse di interferenza fra partiti e gestione della tv non si contano sulle dita di una mano. Il governo Monti ha annunciato in questi giorni di stare elaborando una riforma, che consisterebbe nell’ affidare piu’ poteri al Presidente. Quest’ultimo avrà carta libera, dietro proposta del direttore generale, sugli atti ed i contratti da 2,5 a 10 milioni di euro. Con lo stesso meccanismo di proposta e nomina, spetterà al Presidente nominare i dirigenti di primo e secondo livello, pur lasciando al cda le nomine editoriali. Quanto queste variazioni saranno davvero incisive per un assetto plurale ed efficiente della televisione pubblica, lo si può ipotizzare. In ogni caso la selezione pubblica e trasparente dei candidati non è al momento garantita nella pratica. E per quanto il caso italiano non spicchi né per efficienza né per pluralismo, anche realtà esemplari come quella inglese e francese non sono esenti da attacchi e critiche. La governance della BBC spetta al “BBC Trust” (che sceglie un direttore generale) e il Trust è nominato dalla regina su suggerimento del dipartimento di cultura, media e sport. Ma persino la governance della invidiabile BBC viene accusata di subire troppe pressioni dalla maggioranza di governo, tant’è che le forze di opposizione non di rado ne hanno chiesto una governance che desse più spazio a una regolazione esterna al governo. Quanto alla Francia poi, se in Italia non sono in pochi a chiedere alla Rai di optare tra canone e pubblicità, la scelta di Sarkozy di eliminare la pubblicità dalla tv pubblica in una ampia fascia oraria ha lasciato adito a commenti sulle interferenze governative. I più critici hanno inteso la riforma del 2009 come una sottomissione della tv pubblica al potere politico. Da una parte, la pubblicità così deviata sulle tv private è stata interpretata come un favore a queste ultime da parte dell’ormai ex Presidente della République. Dall’altra, il nuovo potere di nomina e revoca del presidente della tv pubblica da parte del Capo di Stato è parsa confermare una eccessiva interferenza della politica. Anche in Italia, come gli ultimi sviluppi evidenziano, il dilemma sull’indipendenza nel settore della tv e delle comunicazioni in genere non è affatto risolto.

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