Autogratificazione professionale

18 gennaio 2006 • Etica e Qualità • by

Epd-medien, Nr. 4, gennaio 2006

Come si comportano le tv in caso di crisi
L’anno delle catastrofi, il 2005, ha lasciato tracce anche nel settore dei media: non è trascorsa nemmeno una settimana senza che redazioni e giornalisti non abbiano dovuto chiedersi se stessero agendo in modo corretto. Non è certo stata la trasmissione, alcune settimane fa, del video del rapimento di Susanne Osthoff ad aver reso evidente l’intensificarsi del ruolo chiave della televisione nelle crisi e in particolare nei momenti in cui la situazione si fa scottante.

L’altra parte della medaglia è stata, ad esempio, l’inesauribile disponibilità di donazioni seguita alla catastrofe dello Tsunami a fine 2004 – che ha dimostrato quanto un’informazione di tipo emozionale, quasi appellativo, possa fare anche del bene. Così lo scorso anno molti giornalisti e redattori – contrariamente al credo di un tempo, caro al moderatore di Tagesthemen, Hanns-Joachim Friedrichs – si sono uniti nel riportare notizie di ogni genere, anche quelle non positive. Il fatto che i rischi e gli effetti collaterali della televisione diventino sempre più incalcolabili e non possano neanche essere sopravvalutati, lo ha dimostrato la strana vicenda di Susanne Osthoff. Un caso esemplare, da manuale di giornalismo. Il dramma del rapimento ha riacceso il timore che la TV procuri dubbi effetti di risonanza proprio in situazioni critiche. Effetti che non influiscono solo sull’opinione pubblica di tutta Europa ma anche sul pensiero e sull’azione politica, fino a toccare le più alte sfere di governo.

Milioni di spettatori involontari
Che i video rivendicazione – in parte per consapevolezza di responsabilità, in parte per obbedienza – ultimamente fossero banditi, come ha annunciato il caporedattore di ARD Hartmann von der Tann durante il rapimento di Susanne Osthoff, può essere considerato esemplare nell’ambito di discorsi idealistici in sede di seminari sull’etica. Tuttavia al di fuori delle sfere accademiche certe decisioni, benché coraggiose, cambiano poco la realtà: la televisione, prima o poi, corre il rischio di diventare l’altoparlante di messaggi criminali. Anche se Internet funge da stazione di passaggio per missive terroristiche e da piattaforma segreta di reclutamento per Al Qaeda, rimane ancora la televisione il canale principale quando si tratta di diffondere il panico tra l’opinione pubblica. La paura di diventare strumento di terroristi e criminali è presente nel giornalismo di informazione internazionale almeno da quando esiste il terrorismo politico – basti ricordare, in questo caso, i milioni di spettatori che involontari assistettero alle azioni del commando terroristico Settembre Nero in occasione dei giochi olimpici del 1972 a Monaco. Quello che un tempo era il semplice e consapevole senso di responsabilità dei notiziari televisivi è divenuto oggi una diffusa nevrosi. I notiziari televisivi che trasmettono 24 ore su 24 somigliano ad un incontrollato martellamento pubblicitario di catastrofi e di crisi.

Calcolo economico
C’è da meravigliarsi se nello spettatore scatta un effetto di saturazione? Probabilmente è solo una questione di tempo e poi la televisione dovrà inscenare personalmente drammi e crisi, per poter registrare alti ascolti dati i programmi che vanno saturando le programmazioni delle fasce mattutine e serali. La consegna furtiva di video terroristici per alcuni arriva come una manna dal cielo: alcune reti si sono difese dicendo che non possono fare a meno di mostrare interamente i video terroristici perché in ogni caso lo farebbe la concorrenza. Tutto questo ha certo poco a che fare con l’istinto di caccia alla notizia o la libertà di espressione; ha invece molto più a che vedere con il calcolo economico e forse anche con qualcosa che si può definire autogratificazione professionale. Oggi una rinuncia moralmente giustificata somiglia sempre più a un voto religioso: insomma, a qualcosa che negli ambiti mediatici è considerata inattraente e sicuramente non auspicabile. Eppure anche nel momento in cui le redazioni si dovessero preoccupare di assumere un atteggiamento più riflessivo verso le notizie straordinarie, esse incorrerebbero in inevitabili errori di strategia: decisioni quali quelle della Tanns che sono un continuo camminare su un terreno professionale minato tra autocensura, libertà di espressione e propaganda terroristica sono eticamente inattaccabili. Rivendicazioni da parte dei familiari, rapimenti resi pubblici ad ogni costo attraverso riprese video fai-da-te, al fine di esercitare pubblicamente pressione sul governo, sono dal punto di vista dei coinvolti – come la famiglia Osthoff – del tutto comprensibili. Per la tv, però, proprio questo desiderio potrebbe rivelarsi fatale: così facendo i giornalisti non diventano collaboratori dei rapitori?

Strumento di realizzazione
In questa prospettiva è stata istruttiva la trasmissione del video rapimento della giornalista Giuliana Sgrena dalla Rai, in seguito alla quale, nel febbraio 2005, l’opinione pubblica italiana si mobilitò. In questo frangente la politica si è vista costretta ad agire ed ha messo in moto ogni leva diplomatica in suo possesso. L’ostaggio alla fine è stato liberato, tuttavia (secondo l’attuale conoscenza dei fatti) in cambio di un riscatto di un milione di Euro, una considerevole somma di denaro pubblico che, a dispetto di tutte le smentite, è stato probabilmente versato anche per Susanne Osthoff. Questa gestione della crisi ha nuovamente dimostrato la vulnerabilità dei sistemi democratici di fronte al ricatto politico determinato da un’informazione televisiva di tipo emozionale. Il terrorismo moderno, guidato da pura sete di denaro più che da deliri fondamentalisti o ideologici, ha avuto l’idea di fare un uso improprio della televisione al fine di realizzare i propri scopi personali. Proprio l’imperativo marxista, non solo di interpretare il mondo in modo diverso ma anche di volerlo cambiare, diviene per i giornalisti in tempo di crisi un test: i giornalisti devono intervenire? I responsabili televisivi, prima di mandare in onda un video di rivendicazione, devono davvero parlare con gli organi competenti? Quando il tempo stringe quale diviene in ultima ratio il corretto modo di agire? Per la tv della catastrofe, si aggiunge il fatto che se per il lettore il reportage e il commento riportati sui giornali qualitativi sono ancora facilmente e distintamente riconoscibili, lo stesso non si può sempre dire per i reportage televisivi. In occasioni di spontanei avvenimenti di crisi il medium di flusso dispiega una propria dinamica, subito influenzata da diversi fattori: dall’inattesa rapidità con la quale gli avvenimenti critici irrompono nella redazione portandosi spesso dietro decisioni professionali dell’ultimo minuto, dalla durata della notizia che poiché deve uscire per prima, corredata di comunicazioni esclusive, deve comunque tenere conto del diritto di trasmissione delle altre notizie; dall’impulso voyeuristico della televisione, quanto dal veloce disinteressamento che pervade lo spettatore, appena nulla di nuovo è all’orizzonte o non è disponibile del nuovo materiale fotografico.

Lotta per una fetta di mercato
Dopo l’11 Settembre, il settore della comunicazione ha sperimentato una nuova fase della sua crisi, che porta allo sproporzionato avanzamento delle Breaking News, nella scaltra inscenazione mediatica di inaspettati eventi live e nell’acuirsi della crisi del giornalismo. Indubbiamente l’introduzione di magazine mattutini e notturni e di riflesso l’eliminazione di spazi notturni dalle programmazioni sature, risalgono a decisioni prese ai tempi della prima guerra in Iraq e della guerra in Bosnia, ma in molte redazioni giornalistiche si riscontrano i primi, decisivi, provvedimenti solamente a partire dalla sensazionale diretta tv del crollo delle torri gemelle. Altrettanto nuovo è anche il fenomeno di dipendenza da crisi di molti colleghi del settore. Si nota, infatti, come proprio nei periodi di crisi la lotta per l’audience sia particolarmente omogenea, ammette brevemente il direttore Fritz Pleitgen del WDR (West Deutsches Rundfunk). Bisogna comunque dare atto del fatto che la televisione contribuisce anche all’orientamento e al superamento delle crisi. Negli ultimi mesi, anche se il riportare notizie di crisi, conflitti e catastrofi, inizialmente provocava paura e stress, allo stesso tempo soggiaceva l’intenzione di fornire ai telespettatori i retroscena, le spiegazioni e le interpretazioni in tempi rapidissimi per dare un senso all’accaduto. In questo modo la televisione, per una grande parte della popolazione, contribuisce a evitare il panico e a trasmettere una sensazione di sicurezza. Poiché i moderatori, gli esperti e i corrispondenti quando riportano di fatti di crisi non lo fanno in modo sobrio ma tendono sempre a raccontare, a drammatizzare e ad ironizzare, la funzione logica delle televisione si rende evidente soprattutto laddove essa giunge ai suoi potenziali limiti. Non appena la routine dell’informazione si interrompe, la televisione rende comprensibile la minaccia suggerendo allo spettatore l’impressione di avere ogni cosa sotto controllo. Attraverso la filettatura dell’evento tra trasmissioni speciali, esperti comunicatori e reportage di corrispondenti, la dialettica mediatica dimostra come certi sconvolgenti avvenimenti non turbino tanto facilmente i produttori televisivi. La televisione può cioè svolgere – al di là del temuto atrofizzamento dei propri osservatori – un’importante attività di rielaborazione delle informazioni. Nel caso di registrazioni, per i telespettatori diventa un rituale terapeutico, in quanto la televisione comunica al suo pubblico di essere al sicuro al momento della visione. Tale funzione protettiva si rafforza attraverso il flusso ininterrotto di 24 ore della programmazione: fino a quando si trasmette, il mondo deve essere intatto. Prima e dopo vale sempre il concetto per cui la televisione deve informare. Da discutere rimane però la questione: secondo quali linee direttive? Messaggi registrati su nastro, scenari di emergenza e pagine piene di liste di esperti per essere pronti a trasmettere nei momenti di crisi, sono solo ritocchi cosmetici. Per ridurre il numero di errori nel caso di situazioni critiche, ci vorrebbero concrete direttive editoriali, come, per esempio, quelle introdotte dalla BBC. Veri modelli comportamentali per un’etica del giornalismo, sono contenuti nelle 225 pagine dell’Editorial Guidelines, rivedute e corrette nel Giugno 2005 a causa dell’affare Gilligan-Kelly. Se in Germania, in molte redazioni televisive, le regole vengono date per scontate o, nel migliore dei casi, discusse internamente e in casi estremi esternamente, la BBC replica con standard redazionali in parte facoltativi, in parte obbligatori, riguardanti praticamente tutto ciò che produttori di programmi, giornalisti e moderatori possono incontrare nel quotidiano lavoro in redazione. A fianco di valori a carattere generale, sono fornite istruzioni pratiche in merito all’impiego di reporter in territori di guerra, all’informazione sulle elezioni e in merito alla trasmissione di matrimoni reali.

La Bibbia della BBC
Le Editorial guidelines sono distribuite ad ogni nuovo collaboratore già durante il colloquio di lavoro e valgono come «Bibbia della BBC». Regole di questo tipo non sono solo vincolanti ma danno un senso di appartenenza, quasi religiosa, tra i collaboratori della BBC. Per quanto concerne la comunicazione del terrore e della crisi, già da alcuni anni valgono dettagliate linee guida che sono rintracciabili anche in internet alla sezione 11 – War, Terror and Emergiens. Vi è scritto «Per evitare pregiudizi, ci si senta in dovere di usare maggiore sensibilità nel rapporto con certi modi di dire ed espressioni» (ad esempio ‘Terrorista’, ‘Terrore’). Non è solo dall’attacco bomba di Londra del luglio del 2005 che i caporedattori sono esortati a non giocare con i sentimenti dei loro spettatori attraverso rappresentazioni di grande effetto o attraverso un’esagerata scelta di parole. Sono considerati anche scenari quali le prese in ostaggio, i sequestri e i ricatti. Inequivocabilmente, per esempio, è stabilito il divieto di trasmettere video o interviste dal vivo che mostrino i criminali. Inoltre i collaboratori in caso di contatti con i criminali devono costantemente tenere informati il governo ed i servizi segreti. Nelle Editorial guidelines sono anche preventivamente considerati eventi organizzati che lasciano intuire uno sfondo terroristico: «Qualsiasi proposta di assistere ad un evento inscenato da organizzazioni o gruppi con un passato terroristico», dice il regolamento «deve essere affidata ad un responsabile di redazione o – nel caso di collaboratori liberi – ad un redattore qualificato. »

In caso di emergenza, ritirarsi
Analogamente, anche se non con altrettanta precisione, ha fatto la rete americana PBS (Public Broadcasting Service) negli anni 70’, creando le Editorial Standards and Policies, riviste e completamente aggiornate nel 2005 per aumentare la trasparenza. Sotto la voce «Unacceptable Production Practices», durante gli eventi terroristici o simili momenti di crisi, ai team di produzione è richiesto, nel caso in cui si delineasse una situazione per la quale le telecamere possano in qualche modo influire sullo stato delle cose, di ritirarsi. Tali impegni redazionali stabiliscono la prerogativa che nel riportare cronache di fatti di crisi si è confrontati con una realtà in cui vi sono dinamiche più importanti della rapidità ed esclusività dell’informazione. C’è poco da meravigliarsi, dunque, se le reti private rendono la vita difficile grazie al loro impatto commerciale. Ormai da tempo in Germania ci si è resi conto della mancanza di determinate linee guida per quanto riguarda le televisioni pubbliche e, anche se la loro validità resta tutta da verificare, sono stati presi i seguenti provvedimenti: nell’ottobre del 2004 la ARD ha formulato le cosiddette Linee guida per l’organizzazione dei programmi di ARD 2005/06 (epd 79/04), le quali secondo le parole di Jobst Plog «rappresentano le dichiarazioni basilari per l’impegno preso da tutti i programmi ARD.» Anche se la Bibbia della BBC è stata presa come modello per la stesura della Brochure di 96 pagine, le linee guida della ARD restano astratte e in fatto di crisi, terrorismo e guerre non si sbilanciano. Sulle tracce dell’ARD, anche ZDF ogni due anni vuole fornire spiegazioni, intese a concorrere per il miglioramento «della qualità e del profilo nello scambio critico tra direzione televisiva, spettatori e opinione pubblica» del canale tv, scrive il direttore Markus Schächter nel preambolo agli impegni personali della rete ZDF. Le Prospettive di programma, pubblicate contemporaneamente alle linee guida ARD, sono molte concise e altrettanto lontane dalle linee guida della BBC. In generale mancano le raccomandazioni per un corretto agire nel lavoro di redazione, per esempio mancano le linee guida per i reportage di fatti di crisi. Proprio con un occhio ai notiziari televisivi, si denota come il concetto di linea guida non sia ancora stato implementato completamente poiché esse si preoccupano più dell’immagine esterna piuttosto che di dare un codice etico-comportamentale ai propri collaboratori. In Germania dunque esiste ancora una profonda lacuna comunicativa che deve essere colmata affinché la comunicazione possa dimostrarsi all’altezza nel nuovo ruolo che la televisione ricopre quale compagna di momenti di crisi. I produttori televisivi tedeschi devono riconoscere che nei momenti critici non è sufficiente fare notizia in maniera generica e veloce. In certi momenti significa anche farsi carico della responsabilità sociale delle informazioni riportate, riconoscendo che la televisione, in questi casi, necessita di direttive guida redazionali che stabiliscano inequivocabilmente cosa comporta andare in onda per primi.

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