BP, l’inquinamento e le strategie di informazione

20 giugno 2010 • Etica e Qualità, Media e Politica • by

Fibonacci Blue's photostream

Corriere del Ticino, 19.06.2010

Nel Golfo del Messico la BP sta cercando di bloccare la fuoriuscita di petrolio; ma non è l’unico fronte su cui è impegnata. L’al­tro è quello dei media, con risvolti interessanti e, per molti versi, inquietanti. Innanzitutto, chi pensa che la democrazia ame­ricana sia influenzata in modo eccessivo dalle lobby, in questa vicenda ha trovato conferma ai propri timori. Supponiamo che l’incidente fosse avvenuto al largo di qualunque altro Stato. Che cosa sarebbe successo? L’interesse della colletti­vità avrebbe prevalso su quello della compagnia; dunque l’esercito o la protezione civile di quel Paese avrebbero preso il controllo delle operazio­ni per tappare la falla. In questa circostanza, invece, la BP ha preteso di fare tutto da sola. E la Casa Bianca glielo ha permesso, limitandosi a inviare degli osservato­ri e cedendo pertanto alle pressioni della lobby petrolifera che preferiva mantenere il controllo della situazione, per ovvi motivi. Ma in questo modo si è perso molto tempo e non sono state trovate soluzioni adeguate. Solo fra dieci giorni, forse, la responsabilità passerà all’esercito. Deci­samente troppo tardi.

E qui si inserisce il secondo risvolto. Potendo con­trollare le operazioni di salvataggio, la BP ha im­bastito una campagna di comunicazione volta a dissimulare la realtà e a limitare i danni di im­magine.

Come? Innanzitutto, manipolando le cifre. Oggi sappiamo che i barili di greggio riversatisi in ma­re sono di gran lunga molti di più di quanto am­messo dalla BP, che ha cercato di nascondere al­tri dati molto sensibili. Ad esempio: i vertici han­no dichiarato che la macchia era presente solo sulla superficie del mare; in realtà i solventi usa­ti hanno provocato immense masse nere anche in profondità. Il danno è gigantesco. Ma il mon­do lo ha saputo solo quando il figlio di Jacques Cousteau si è calato con un sottomarino e ha fil­mato la situazione. Senza Cousteau jr. non lo avremmo mai saputo. Nonostante l’evidenza, la British Petroleum si ostina a negare.

E ancora. BP ha applicato la tecnica di «google­washing» che permette di spedire indietro nei motori di ricerca i siti sgraditi e avanti quelli gra­diti. Così, digitando in inglese le parole «petro­lio e fuoriuscita» su Google, emergevano tra i pri­mi link quelli intitolati «scopri in che modo BP sta aiutando». Inoltre la società britannica ha acquistato anche spazi pubblicitari, sempre su Google, per rafforzare l’effetto.

Il popolo dei social network su Facebook ha de­nunciato la manovra, ottenendo molti riscontri e questo ha in parte neutralizzato la manovra, ma non del tutto. Sebbene il giudizio delle mas­se resti critico, la BP è comunque riuscita a limi­tare i danni di immagine, prodigandosi anche in altre direzioni.

Ad esempio ha ingaggiato diverse società di PR e assunto Anne Womock-Kolton, l’ex spin doctor di Dick Cheney; il tutto condito da decine di spot televisivi in cui il numero uno della società To­ny Hayward si mostra contrito e apologetico. Pec­cato, però, che durante una conferenza stampa se ne sia uscito con la battuta – «da quando c’è la falla non vivo più. Voglio la mia vita indie­tro» – che ha suscitato un’ondata di indignazio­ne, pensando ai danni alla natura e ai tanti che hanno avuto la vita rovinata sul serio, ma che non hanno certo le sue disponibilità finanziarie. La BP avrebbe inoltre ingaggiato testimonial di rango internazionale, tra cui Romano Prodi (che in realtà era già consulente della società e ha smentito un incarico d’immagine ad hoc), Jos Bolten, ex potentissimo chief of staff di Bush e Peter Sutherland, ex presidente della società e ora a Goldman Sachs.

BP ha speso moltissimo per fermare la marea. Ma un bel po’ di milioni anche per combattere la guerra dell’informazione; con metodi etica­mente discutibili.

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