È ancora possibile proteggere le fonti giornalistiche?

8 luglio 2015 • Etica e Qualità, Più recenti • by

Philip Di Salvo / EJO

Philip Di Salvo / EJO

Londra – “Le leggi che proteggono le fonti giornalistiche confidenziali sono in pericolo nell’era digitale”, ha dichiarato Julie Posetti ieri sera a Londra, aprendo un panel sul tema organizzato dal Frontline Club. Posetti, research fellow del World Editors Forum e della World Association of Newspapers and News Publishers (Wan-Ifra) è la principale autrice di “Protecting Journalism Sources in the Digital Age”, uno studio di prossima pubblicazione commissionato dall’Unesco sulla situazione della protezione delle fonti in 121 paesi. I risultati preliminari sono stati oggetto del panel londinese.

Secondo Posetti, la sorveglianza mirata e di massa contro i giornalisti sta mettendo a repentaglio la possibilità di proteggere l’identità delle fonti giornalistiche e i casi di questo genere stanno diventando purtroppo sempre più frequenti: l’ultimo in ordine di tempo è rappresentato da quanto emerso dalle ultime rivelazioni sulla sorveglianza della Nsa, che ha colpito le comunicazioni del settimanale tedesco Der Spiegel e che ha portato all’identificazione di una fonte confidenziale. In precedenza, ha ricordato ancora Posetti, i file di Snowden avevano mostrato come il britannico Gchq avesse messo sotto sorveglianza le email di diversi giornalisti appartenenti a importanti media internazionali.

I risultati preliminari dello studio dimostrano come le protezioni per le fonti nei 121 paesi analizzati si stiano progressivamente indebolendo o stiano diventando meno efficaci, dato che la sorveglianza digitale e le policy di data retention espongono i whistleblower e i giornalisti che collaborano con loro a nuovi e crescenti rischi. Tutti questi aspetti, combinati, potrebbero anche avere un effetto devastante di lungo periodo sul giornalismo investigativo nel complesso, come per altro già denunciato da ricerche precedenti, dato che i whistleblower  potrebbero essere costretti al silenzio per paura di essere intercettati e i giornalisti, dal canto loro, potrebbero optare per l’autocensura, pur di non correre rischi.

Lo studio, che è basato su una ricerca online, un sondaggio svolto da 130 persone e 50 interviste con esperti di media, giornalisti, editor, accademici, avvocati e Ong, mostra anche evidenza di come un numero crescente di giornalisti abbia cambiato abitudini quanto a comunicazioni con le proprie fonti, proprio al fine di evitare o scongiurare possibili intercettazioni. In questo senso, ha spiegato Posetti, la digital security gioca un ruolo cruciale ed è fondamentale quindi che le redazioni ricevano training e formazione in questo settore, cosa che non avviene di frequente, come ha riscontrato anche il Pew Research Center.

Inoltre, al fine di rafforzare la protezione delle fonti giornalistiche in tutto il mondo e promuovere la creazione di standard internazionali anche per la protezione delle comunicazioni tra giornalisti e fonti, lo studio propone anche 11 punti di analisi del problema con possibili soluzioni che rappresentano ottime linee guida.

L’avvocato Gavin Millar QC ha poi aperto la discussione, moderata dalla Presidente della Foreign Press Association Paola Totaro, focalizzandosi sui più recenti sviluppi legali della questione, sottolineando quanto facilmente le agenzie di indagine e le autorità possano mettere sotto sorveglianza i giornalisti al fine di risalire alle loro fonti. Secondo Millar, le autorità del Regno Unito hanno preso l’abitudine di bypassare l’approvazione di un giudice, come è successo ad esempio nel caso Plebgate, dove il Ripa, una legge anti-terrorismo, è stata abusata e sfruttata per intercettare le comunicazioni di diversi giornalisti. Nonostante sia in conflitto con gli standard europei e internazionali, ha spiegato Millar, questo modus operandi sta diventando routine.

Jonathan Calvert, giornalista investigativo del Sunday Times e autore di una delle più recenti e maggiori indagini nei confronti della Fifa, ha fornito il punto di vista del muckraker, ricordando quanto la protezione delle fonti sia al centro della pratica del giornalismo anche nell’era digitale, un contesto in cui bisogna però convivere con il fatto che non vi sia possibilità di sicurezza al 100%. La paranoia, ha ribadito il giornalista, rischia però anche di facilitare l’autocensura, un problema che andrebbe evitato grazie a una legge che “rispetti il rapporto tra giornalisti e le loro fonti”.

Dal punto di vista tecnologico, invece, l’esperto di Internet research della Bbc e fondatore di The Internet Research Clinic Paul Myers ha presentato diversi modelli di rischio cui i giornalisti potrebbero venire esposti nella pratica del loro lavoro. Le possibilità vanno, sul livello più basso, dal lasciare tracce digitali con il proprio Ip dopo aver visitato un sito web, passando dal doversi difendere dagli attacchi cracker o malware (si pensi a quanto emerso dal leak su HackingTeam), fino ad arrivare alla sorveglianza dei governi o alla possibilità di sequestri di materiali e hardware negli aeroporti, come accaduto nel 2013 a David Miranda.

Per mettersi al sicuro da questi rischi, Myers ha ribadito una volta di più l’importanza della digital security come strumento irrinunciabile per il giornalismo e citato alcuni strumenti che dovrebbero diventare familiari a chi si occupa di informazione, come Tor, Tails, Telegram o i Blackphone. Quello che è fondamentale, ha chiosato Myers, è che i giornalisti facciano il massimo per proteggere le loro fonti anche dal punto di vista tecnologico, troppo spesso messo da parte o sottovalutato.

In conclusione del panel, Posetti ha fatto qualche osservazione finale, ribadendo anche la necessità di maggiore educazione in questo settore, elemento fondamentale per la diffusione della consapevolezza e dell’urgenza del problema sorveglianza. Tenere alta la pressione nei confronti dei governi, inoltre, affinché smettano di sorvegliare il lavoro dei giornalisti, gioca a sua volta una parte cruciale nel cambiare l’attuale scenario, ha dichiarato la ricercatrice. Ai giornalisti, invece, resta anche il fondamentale compito di continuare a scrivere di queste questioni, affinché non vengano messe da parte.

Articolo disponibile anche in inglese

Articolo modificato il’08/07/2015 alle ore 14 con l’aggiunta di ulteriori dettagli sulla metodologia della ricerca

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