È lecito far rileggere i pezzi agli intervistati?

13 maggio 2008 • Etica e Qualità • by

Schweizer Journalist, 4+5 2008
Nelle redazioni  i pezzi si passano ancora? Quando i giornalisti dovrebbero pubblicare i loro testi –  e quando invece no.
«Rileggerò volentieri il suo articolo (testo radiofonico, pezzo televisivo…)» – la rilettura suona come un regalo che protegge i giornalisti da errori imbarazzanti, ma il controllo dei fatti è spesso un cavallo di Troia che dà adito ad interessi e perfino a tentativi di censura. Qual è il punto, cosa bisogna fare?

L’aiuto dei colleghi
Dobbiamo innanzitutto distinguere tre punti.
Primo: le persone. A effettuare la rilettura sono colleghi e caporedattori o coloro citati nell’articolo. . In alcune redazioni esistono dei “gruppi di lettori” volontari, che apportano ai testi delle rifiniture linguistiche e di contenuto la cui efficacia in fondo dipende dai gusti: alcuni ritengono che nei loro testi non ci sia nulla da migliorare, altri apprezzano questo tipo di aiuto, che oltretutto non ha ripercussioni su incarichi futuri. Quando a eseguire la rilettura sono i capisettore e i caporedattori, le cose vanno diversamente. Può succedere che si debba rielaborare un commento o che una notizia non venga neppure data alla stampa. In particolare se è un fatto che scotta. Il Tages-Anzeiger nell’autunno del 1988  – molto dipese da chi era in servizio in quel momento – pubblicò  le controversie del marito della allora consigliera federale Elisabeth Kopp rendendole di dominio pubblico. In questi casi la rilettura diventa una questione delle diverse culture redazionali. Al contrario, la rilettura da parte di “esterni” rischia di scontrarsi con l’orgoglio professionale del giornalista.

Secondo: dovremmo individuare lo scopo per cui viene rivisto un pezzo e apportarele opportune distinzioni. Se il principio attivo di un sonnifero si chiama Gaboxadol e non Gaboxadan, chiunque è grato della correzione prima che l’articolo sia pubblicato.  Molti giornalisti scientifici – data la complessità della materia di cui si occupano quotidianamente – confidano volentieri nella rilettura dei loro testi da parte degli specialisti intervistati per scrivere il pezzo, Anche diversi giornalisti economici apprezzano questa formula temendoo di essere colpiti dalla spada di Damocle nel caso in cui – per esempio – provochio dei danni economici ad un’azienda a causa di errori (fattuali) oppure quando vengono citati in giudizio. Ad essere in gioco è la credibilità: gli errori (fattuali) quasi inevitabilmente risvegliano nei lettori la sensazione che uno scribacchino, un imbrattacarte, gli propini una storia mal concepita e di livello scadente. È possibile che chi è troppo stupido per riportare correttamente il nome di un’istituzione stravolga anche altri “fatti”…

Terzo: dobbiamo distinguere se si tratta della rilettura di un intervista o di altri testi. Un esempio estremo ma ricco di conseguenze, su cui nel 1995 si è concentrato il Consiglio svizzero della stampa  è l’intervista di Facts con l’allora presidente del PPD Anton Cottier, di cui sono state effettuate più stesure. Alla fine Facts ha pubblicato una versione che non corrispondeva all’intervista originale, né tantomeno era stata approvata da Cottier, contrapponendo le risposte modificate da Cottier a quelle originali. Cottier ha sporto reclamo presso il consiglio della stampa, affermando che ciò che gli era accaduto era in contraddizione con la prassi e con l’etica giornalistica, oltre che con il suo «diritto ad esprimere la propria opinione», costituendo anche un attacco indiretto alla sua immagine. Jürg Wildberger e Catherine Duttweiler, responsabili di Facts, hanno replicato che  Cottier avrebbe operato cambiamenti sostanziali – a tal punto – da non poter attribuire loro la responsabilità nei confronti delle lettrici e dei lettori per la versione riveduta. Il consiglio della stampa ha redarguito entrambi e ha stabilito dei limiti, spiega Esther Diener-Morscher, vice presidente del consiglio della stampa. Le interviste devono essere autorizzate, le citazioni devono poter essere rilette a richiesta. Ciò vale anche per affermazioni citate in forma indiretta. «Non si dovrebbe poterla fare franca», ma si dovrebbe anche rendere pubblico ciò che succede dietro le quinte – ad esempio se ci si è messi d’accordo di non porre determinate domande. Gli intervistati non possono cambiare retroattivamente il senso delle loro risposte, cancellare o aggiungere domande, ma solo correggere errori palesi. Se entrambe le parti non riescono a trovare un accordo, i media sono liberi di non pubblicare nulla o anche di rendere noti i controversi retroscena.

I politici

«Io do tutto da rileggere», spiega Georges Wüthrich (Blick), citando come esempio un’intervista a Eugen Haltiner, ex-dirigente UBS ora presidente della Commissione federale delle banche, per la sua nuova rubrica “Interviste dirette/a bruciapelo”. «Haltiner fece un paio di piccole correzioni, accettabilissime. Per la maggior parte si trattava di chiarimenti, più che di cambiamenti.» Wüthrich considera sempre più faticoso il ruolo degli uffici stampa, che si trovano a dover agire in modo sempre più professionale: «Questi PR vogliono intervenire troppo pesantemente. Hanno quasi più potere degli intervistati.» Nei finora rari casi in cui i cambiamenti secondo lui sono stati troppo drastici, egli ha deciso di non pubblicare. Ciò impone il mantenimento del testo così com’è o flessibilità: nessun giornale, anche in caso di emergenza, esce con degli spazi bianchi piuttosto che con un testo rielaborato.

Alcuni intervistati fanno volentieri dei suggerimenti prima della registrazione (off the records), racconta Peer Teuwsen (Weltwoche). Lui lo vieta a sé stesso: «Questo mi rende complice. Quello che mi interessa è solo ciò che posso anche utilizzare.» Mentre gran parte dei giornalisti continua l’intervista a queste condizioni:. «Vogliono togliersi un peso. Mettere le mani avanti spesso non è nient’altro che una tattica.» Georges Wüthrich racconta di quando dopo aver intervistato Kofi Annan, il capo dell’ufficio stampa gli ha chiesto se voleva rileggere l’intervista. Egli  mi ha fissato semplicemente con orrore, dicendo: “Ma tutto quello che ci siamo detti era ufficiale  (on the records)”. Anch’io preferirei così: vale quello che uno dice e può essere stampato. Subito».

Ritratti

Per tutto ciò che non rientra nelle citazioni letterali vale lo stesso principio. «In linea di massima i testi non vengono riletti. Tuttavia, in caso ciò avviene previo accordo, di regola il giornalista si limita a correzioni di contenuto ma mai di forma» scrive Impressum, la federazione svizzera dei giornalisti, nella sua brochure Comunicare con i media. Ma il controllo dei fatti può diventare anche un cavallo di Troia. Per dirla con le parole di un redattore locale «È come nei bazar»,. «Chi segnala un errore pretende spesso in cambio un proprio tornaconto: qui dovrei cancellare qualcosa, lì aggiungere qualcos’altro…» Particolarmente ostinate sono le persone che si sono messe a disposizione per un certo ritrattoo. Dato che si tratta di una cosa molto personale, qualche giornalista si lascia intenerire, manda il proprio manoscritto e viene prevalentemente criticato,visto che molte persone a cui viene fatto un ritratto si vedono diversamente rispetto a una terza persona. Per Esther Diener-Morscher è chiaro: «Un profilo è una prestazione giornalistica indipendente. Io non lo sottoporrei mai a revisione.» Margrit Sprecher, la premiata giornalista specializzata in profili, conclude prendendo come esempio il suo testo “Der Sonnenkönig”(”Il re del sole”) riguardante il presidente della FIFA Sepp Blatter. Se gli fosse stato sottoposto non avrei mai ricevuto il suo consenso a pubblicarlo. Inoltre rifutandosi ogni volta di incontrarmi, alla fine il ritratto è scaturito da osservazioni raccolte in diverse situazioni e  da affermazioni di altri sul suo conto.

Gli interessi del giornalismo locale e regionale sono particolarmente sfrontati. Una giornalista freelance racconta di un evento al cui allestimento aveva contribuito la divisione delle finanze nel Canton Zugo – «un appuntamento inutile in cui contava solo chi stringeva la mano a chi». Il capo della divisione delle finanze l’ha presa da parte. «Voleva rileggere il mio testo prima della pubblicazione, affermando che era normale prassi per qualunque autorità cantonale». Lei ha ribattuto che non gli avrebbe sottoposto il testo, a meno che lui non pagasse un onorario di 3000 franchi. Questa mossa ha colpito nel segno. Naturalmente l’accordo è saltato, ma non sono nemmeno seguite proteste. Lei ne conclude: «Mi volevano solo intimidire.»

Ad alcuni questo non basta. Un’impresa di funivie – prendendo spunto da una troupe cinematografica che  girava  un giallo “in snowboard” nelle sue zone  – ha indetto una conferenza stampa. La allora caporedattrice della testata locale si è occupata della cronaca dell’evento corredandola di un commento alquanto critico.. «Mi hanno fatto notare il mio deplorevole operato e hanno tentato di tutto per bloccare la pubblicazione.» Si sono spinti fino a ripetute minacce, affermando di avere il «potere di rovinarla». Il commento è apparso ugualmente. Così è cominciata una lunga storia. I rappresentanti delle funivie minavano sistematicamente la sua reputazione. Dopo una conferenza stampa le hanno sottoposto le presunte correzioni dei dati relativi alla loro azienda da lei pubblicati. La ditta ha utilizzato ciò a riprova del fatto che lei non era una buona ricercatrice a differenza di colleghi di altri media che -sempre secondo la ditta – erano sicuramente in possesso delle cifre corrette. Ogni settimana arrivavano due, tre reclami dell’azienda. L’editore all’inizio le ha dato man forte. «Per questo non ho mai richiesto o avuto bisogno di aiuto da un altro posto.» È andata avanti così per cinque anni e mezzo. Poi la direzione snervata ha cominciato a diffidare di lei. Era troppo. Dopo pochi giorni è crollata. Bruciata (Burn-out). È stata malata per mesi, poi è passata alle PR e ha tirato le somme: «il giornalismo è un lavoro duro.»

Il giornalismo richiede spina dorsale, ma anche copertura alle spalle da parte dei caporedattori e della casa editrice. Più spesso di quanto si immagina, i giornalisti sono vittime di controversie con i protagonisti delle loro storie, molti fatti rimangono nascosti. A fare da apri porta è spesso la presunta “win-win situation” del controllo dei fatti, che consiste nell’allestire nelle case editrici redazioni specializzate, in cui gli esperti effettuano sistematicamente il controllo di merito.  Qui la concentrazione di media potrebbe innescare delle sinergie; tale “aiuto fra colleghi” può essere organizzato anche in sistemi integrati. Sono necessarie una regolamentazione della rilettura chiara e adattata alla propria cultura redazionale così che funga da stella polare, una certa sicurezza argomentativa, e una maggior apertura fra colleghi. Alcuni, sentendosi messi alla berlina, cercano di indovinare perché debbano proprio sopportare tali ostilità… All’esterno i giornalisti preferiscono mostrarsi come eroi che tengono sempre saldamente le redini in mano. Spesso è così. Ma non sempre.

Traduzione: Marta Haulik
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