Il fact-checking dalla tradizione alla Rete

17 luglio 2013 • Etica e Qualità • by

Il fact-checking è una vecchia tecnica giornalistica la cui rilevanza è cresciuta notevolmente grazie alle possibilità offerte da Internet. Il fact-checking è un’attività importante, che ha origine negli anni ’20, quando alcuni periodici Usa come Time e New Yorker iniziarono ad adottarla con frequenza. Alcuni giornali, come il Guardian, svolgono il loro controllo dei fatti “a posteriori”, pubblicando una colonna di “errori e correzioni” o “errori e approfondimenti”, come nel caso del Wall Street Journal. Quando si ha a che fare con concetti come quello di “verità”, le cose tendono a confondersi e il modo di definire il ruolo del fact-checker è connesso in modo molto profondo con il proprio atteggiamento di base nei confronti del giornalismo. Su Internet, dove il processo di fact-checking è spesso svolto attraverso blog e piattaforme indipendenti, lo scenario tende a complicarsi ulteriormente.

Ad un primo sguardo la questione può però sembrare semplice. “Ogni uomo ha il diritto di avere opinioni sbagliate, ma nessun uomo ha il diritto di sbagliarsi sui fatti” è una citazione familiare, attribuita all‘editore e filantropo Bernard Mannes Baruch. Si può pensare che Mario Balotelli sia un grande giocatore o soltanto un ragazzo viziato, ma se si afferma che ha segnato 13 goal nella stagione 2011-2012 nel campionato inglese con la maglia del Manchester City, questa non è un’opinione ma un fatto (purché la mia fonte sia attendibile). Si parla di numeri. Ma si prenda invece a esempio la politica, l’argomento su cui si concentra attualmente la maggior parte del fact-checking online, e scoprirete che spesso la faccenda non è altrettanto lineare. “Perché rovinare un buon racconto con la verità?” è al contrario una descrizione più accurata della filosofia che sta dietro alle parole di un uomo politico, rispetto a quella attribuita a Mannes Baruch.

Poiché il linguaggio della politica tende ad avvicinarsi sempre di più a quello della pubblicità, qual è il principale dovere di un giornalista? Il giornalista dovrebbe riportare meccanicamente i due aspetti di una questione, seguendo il ben noto approccio “il tale ha dichiarato; la tale ha replicato” anche quando una delle due posizioni è apparentemente imprecisa, o dovrebbe invece correggere le falsità, che siano state o meno pronunciate in buona fede?

Molti organi d’informazione scelgono il primo modello, che è definito come “imparzialità”. Altri, al contrario, preferiscono invece la seconda interpretazione, traendo vantaggio dalle nuove possibilità fornite da Internet per verificare bugie ed errori. Ma cosa può fare esattamente il Web per rafforzare il fact-checking? La risposta si trova in cinque concetti chiave: verifica in tempo reale, gamification, dati in formato aperto, crowdsourcing e analisi semantica del contenuto. La mole di dati disponibile oggi su Internet permette infatti ai giornalisti di scoprire interessanti connessioni senza dover utilizzare troppo tempo e denaro in costose investigazioni vecchio stile, dato che molte istituzioni ufficiali (come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale) forniscono in un formato “aperto” una grande quantità di informazioni tra le quali ricercate e incrociare le notizie.

Con il termine “gamification” si definisce l’uso di formati divertenti e “comici” allo scopo di favorire la comprensione da parte del pubblico di notizie complesse; esempi di uso della gamification sono test, quiz, giochi, oppure app su smartphone che usano misurazioni specifiche per valutare le affermazioni dei politici. Twitter è il mezzo più usato per il fact-checking in tempo reale: negli ultimi anni lo si è visto in azione nel corso di molti dibattiti presidenziali in svariate nazioni. Di solito funziona così: mentre i candidati parlano in tv, un gruppo di redattori controlla e verifica le loro affermazioni e ne twitta il responso. Normalmente una prima versione del tweet si limita ad affermare se un’affermazione è vera o falsa; seguirà poi un’analisi più approfondita sul sito del gruppo. Il crowdsourcing utilizza la “saggezza popolare” per aiutare il giornalista a investigare la veridicità di un’affermazione.

L’analisi semantica in tempo reale di un testo contenuto in un’intervista video si può considerare l’ultima frontiera del fact-checking. A partire dal 2003, numerosi progetti Internet diversi fra loro, la maggior parte dei quali – ma non tutti – sviluppati negli Usa, hanno cercato di combinare questi elementi o alcuni di essi per valutare le dichiarazioni controverse. Il pioniere è stato Factcheck.org, una piattaforma indipendente noprofit fondata dall’Annenberg Public Policy Center dell’Università di Pennsylvania, supportato finanziariamente dalla fondazione Walter Annenberg e in una seconda fase anche da donazioni.

Il gruppo di redattori e di reporter di Factcheck.org è libero di indagare senza vincoli causati dalle scadenze o dall’inclinazione politica del giornale. Una delle inchieste più recenti, ad esempio, riguardava la correlazione tra proprietari di armi da fuoco e omicidi negli Usa: tenendo conto dei dati forniti dall’Office on Drugs and Crime dell’Onu e da altre fonti, compresi i diversi punti di vista di molti studiosi della materia, Factcheck.org ha evidenziato la difficoltà di stabilire una definitiva relazione causale tra proprietari di armi da fuoco e omicidi commessi con le stesse. Un altro importante compito svolto da questa piattaforma di verifica, grazie al sito Web gemello Flackcheck.org, è quello di sfrondare dalla retorica le inserzioni video dei candidati politici.

Nel 2007 sono comparsi due nuovi progetti: la rubrica Fact Checker del Washington Post e un progetto online del Tampa Bay Times, PolitiFact. Entrambi usano un mix di analisi rigorosa e approfondita e di gamification. Il Post usa una scala fatta di Pinocchi (più Pinocchi si ottengono e più è sfacciata la menzogna a cui ci si è abbandonati) per misurare la sincerità delle affermazioni provenienti da entrambe le parti dello spettro politico americano. Ad esempio, quando il repubblicano Dave Camp protestò che “Il contribuente medio americano impiega 13 ore per compilare la dichiarazione dei redditi, raccogliere le ricevute, leggere le istruzioni e riempire i moduli richiesti dall’Irs […] La dichiarazione dei redditi costringe gli americani a spendere oltre 168 miliardi di dollari impiegando 6 miliardi di ore”, scelse attentamente le sue parole, riportando i dati dell’Internal Revenue Service e si guadagnò come premio per la sua sincerità il simbolo di Geppetto.

Dal lato opposto dello spettro politico, l’affermazione del deputato Michelle Bachmann, secondo la quale il 70% dei buoni alimentari di sovvenzione andrebbero ai burocrati invece che ai bisognosi, fatta in un discorso presso la conferenza per l’azione politica conservatrice del 16 marzo 2013, le fruttò addirittura 4 Pinocchi. Il fact-checker Glenn Kessler commentò il caso con un plateale “davvero non ci sono Pinocchi a sufficienza per sanzionare un uso così fuorviante di dati statistici in un discorso importante”. In quella occasione, Bachmann sembra aver equivocato un dato contenuto nel libro Il difetto del Welfare: aiutare gli altri nella società civile, e in seguito avrebbe anche applicato, con spensieratezza, esattamente le stesse cifre al programma dei buoni alimentari di sovvenzione, senza rendersi conto che il dato ufficiale fornito dal Dipartimento dell’Agricoltura mostrava come meno del 6% del programma venissess speso in costi amministrativi.

Politifact, che ha vinto un Pulitzer per la sua copertura del dibattito presidenziale nel 2008, ha un approccio analogo: il suo Truth-O-Meter usa una scala di misurazione che va da “vero” a “quasi vero”, “vero per metà”, “quasi falso”, “falso” e “pants on fire” (letteralmente “braghe in fiamme”, un modo di dire nato da una canzoncina infantile usata per deridere un ‘bugiardo’: liar, liar, pants on fire, NdT). Truth-O-Meter ha una sezione dedicata ai politici che balzano da una parte all’altra, cioè cambiano parzialmente o totalmente il loro punto di vista su di un determinato argomento. Così, si è potuto apprendere come Mitt Romney sia sempre rimasto fedele alle sue opinioni sul matrimonio gay, mentre Obama, esattamente sullo stesso argomento, ha oscillato come un pendolo – a favore, contro, di nuovo a favore.

Lo staff di PolitiFact ha ideato anche l’Obameter, per seguire le promesse fatte da Obama e verificare se sono state mantenute, o se sono in corso d’opera. Un’altra iniziativa degna di nota del sito Web è l’award per la “Bugia dell’anno”. Assegnato per la prima volta nel 2009, il premio seleziona un’affermazione fatta sia da un democratico che da un repubblicano su un argomento particolarmente controverso. Nel 2012, secondo PolitiFact, la bugia dell’anno è stata l’affermazione di Mitt Romney secondo la quale Jeep avrebbe avviato la produzione di fuoristrada in Cina a un costo del lavoro pari a quello americano.

Nell’agosto 2010, il Guardian ha introdotto invece Pledge Tracker, il cui obiettivo è monitorare le oltre 400 promesse formulate dalla coalizione di governo nelle sue prime settimane di potere. Più recentemente, il quotidiano londinese ha invece avviato la sua rubrica Reality Check, basata sulla raccolta di voci di svariati esperti su un determinato argomento. Altri esperimenti sul fact-checking online comprendono il sito web PagellaPolitica in Italia, ispirato a PolitiFact, e Le Veritomètre in Francia.

Nel Regno Unito è interessante il caso di FullFact.org, il cui motto è “promuovere l’accuratezza nelle discussioni pubbliche” e che mira a differenziarsi dallo stile talvolta sopra le righe degli analoghi siti americani. La linea editoriale del progetto è infatti molto chiara: “Noi pensiamo che sia giusto entrare sulla palla e non sull’uomo e lasciamo ai nostri lettori la formulazione di giudizi sulle persone e sulle loro motivazioni. C’è abbastanza cinismo nella politica e nel giornalismo anche senza il nostro contributo”. FullFact.org è un’organizzazione noprofit finanziata da donazioni di privati e da tre associazioni filantropiche indipendenti: la Joseph Rowntree, la Fondazione Nuffield e la Fondazione Esmee Fairbairn. FullFact.org si propone di esercitare una sorta di pressione verso le istituzioni promuovendo il cambiamento senza attaccare direttamente i singoli individui, scelta che ha portato a qualche successo degno di meznione, fra cui spingere il primo ministro Gordon Brown a rilasciare una dichiarazione secondo la quale il N. 10 di Downing Street non era in grado di fornire le prove che il governo avesse aiutato 300.000 piccole aziende durante la recessione.

Will Moy, capo redattore di FullFact, descrive la situazione in questi termini. “Il nostro approccio deriva dal fatto che noi interpretiamo la nostra fondamentale missione come la promozione della verità e della fondatezza nei dibattiti pubblici, laddove altre organizzazioni di fact-checking sembrano spesso provenire da un giornalismo del tipo ‘perché questo bastardo mentitore mi sta mentendo’. Questi gruppi sembrano cioè vedere il loro ruolo come quello di avvocati del consumatore/elettore, che hanno il compito di proteggere i cittadini dalle affermazioni ingannevoli. Noi guardiamo al nostro ruolo in modo un po’ più ampio, come un aiuto per i cittadini, per le persone che occupano ruoli di responsabilità e per altri personaggi che devono prendere importanti decisioni, per indurli a fornire informazioni affidabili ed evitare la diffusione di informazioni inattendibili”.

Quasi tutti gli strumenti di fact-checking online sono gestiti da organizzazioni noprofit, imprese indipendenti, oppure si trovano incorporati nella normale impaginazione di un giornale online. L’unica eccezione è PolitiFact, che è in effetti molto criticato da alcuni (specialmente da coloro che hanno vinto la medaglia “pants on fire”) per la sua eccessiva aggressività, che si spiega anche con il bisogno di catturare l’attenzione necessaria a ottenere sufficiente pubblicità per coprire i costi; da altri, all’opposto, per essere come si suole dire “troppo bilanciato” allo scopo di evitare accuse di parzialità.

A questo punto sorge spontanea una domanda: queste piattaforme di fact-checking hanno un qualche tipo di impatto sulle azioni e parole dei politici; o sul modo in cui i giornali impostano le loro pagine? La risposta alla prima domanda, in generale, può sembrare un “no”. I politici infatti continuano a citare dati in modo inesatto o a rilasciare dichiarazioni completamente false. Ma le cose sono leggermente più complesse. Michael Dobbs, l’inventore della rubrica di fact-checking del Washington Post e suo principale redattore, segnala, nel suo saggio “L’ascesa del fact-checking politico”, come gli assistenti dei politici inizino a chiamarlo prima di un discorso per accertarsi di non essere caduti in contraddizione. D’altro canto, molti fact-checkers obiettano che lo spingere i politici a non mentire può non essere una buona misura del successo delle loro piattaforme. Come scrisse Bill Adair di PolitiFact, “sostenere che il fact-checking è un fallimento perché i politici continuano a mentire è come dire che le inchieste giornalistiche sono inutili perché i politici continuano ad essere corrotti. Vero, sono ancora corrotti. Ma noi facciamo le inchieste e il fact-checking per dare al pubblico le informazioni di cui ha bisogno per fare scelte assennate”.

Un’indagine su 1522 adulti condotta in settembre dal Social Science Research Solutions per l’Annenberg Public Policy Center dell’Università di Pennsylvania ha mostrato come le persone che utilizzano le informazioni di fact-checking su Internet rispondano correttamente al 55,5% di un campione di domande di “conoscenza politica”, a fronte di un 45,5% fra i non utenti. Anche il modo in cui i media seguono la politica, e in  particolare la politica americana, è cambiato negli ultimi anni in seguito all’opera dei fact-checkers. Durante le elezioni americane del 2012, molte testate utilizzavano le falsità emerse nei dibattiti come elementi chiave delle notizie, spesso evidenziandole in titoli come  “Il discorso fuorviante di Mr. Ryan” (Washington Post) o “Le promesse sul deficit mancano di dettagli” (Associated Press). Ancbe i politici hanno iniziato a usare il fact-checking come un’arma contro i loro avversari o uno strumento per promuovere le proprie proposte. Ma l’opinione nei confronti del fact-chcking non è di certo lineare. Neil Newhouse, ad esempio, sondaggista della campagna di Romney, ha dichiarato, durante la convenzione nazionale del partito in Florida, “non lasceremo che la nostra campagna venga imposta dai fact-checkers”.

La domanda relativa all’impatto dell’intensificarsi del fact-checking è quindi strettamente collegata ad un altro quesito molto discusso: il giornalismo ha un impatto reale sulla società? Gli strumenti di fact-checking sono ad esempio usati più spesso dai giornali che dai media radiotelevisivi: il testo scritto è infatti più facile da sminuzzare e analizzare rispetto alle parole pronunciate in video, ma questo stato di cose potrebbe cambiare, e più in fretta di quanto ci si possa aspettare. Gli esempi non mancano: Il Washington Post ha infatti sviluppato Truth Teller, un software che è in grado di estrarre automaticamente citazioni e dati da un discorso e di confrontarli con dei database ufficiali, stabilendo in modo istantaneo se l’oratore stia dicendo la verità o stia mentendo. Si tratta di un esperimento in fase beta, ma è forse un primo passo verso l’analisi automatica della verità. Questo significa che non avremo più bisogno di reporter per indagare e confrontare le versioni ufficiali?

Non è così. Pur con tutta la sua potenza, il fact-checking online ha ancora e probabilmente avrà sempre alcuni limiti: certo, funziona bene quando sono coinvolte cifre, ma questo è abbastanza raro. I dati devono essere contestualizzati e messi nella giusta prospettiva; alcuni politici possono scegliere di citare solo numeri a loro favorevoli, o fare uso di affermazioni ambigue che possono essere lette in modi diversi. Essendo semplicemente umani, gli stessi fact-checkers possono essere poco obiettivi. Gli esseri umani hanno una forte tendenza a credere nelle cose che li soddisfano, per quanto possano essere chiaramente inverosimili. Dopo tutto, chi ha bisogno di verità ottenute a caro prezzo, quando le bugie sono così attraenti e soprattutto non costano nulla?

Photo Credit: International Journalism Festival / CC Flickr

Il Reuters Institute for the Study of Journalism fa parte del network European Journalism Observatory.

 Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sull’Oxford Magazine ed è stato tradotto dall’originale inglese “From Traditional To Online Fact-Checking” da Enrico Guglielmi

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