Fake news – Un approccio ottimista

19 gennaio 2017 • Etica e Qualità, In evidenza • by

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K@#$0% / Flickr CC / BY-NC-ND 2.0

A nessuno piacciono le fake news, siano esse prodotte per guadagno o per motivazioni politiche e indipendentemente da come queste vengono propagate. Di sicuro esistono, sia che si tratti di propaganda o delle produzioni di alcuni teenager macedoni. Ma quanto è grande la questione fake news, intese queste ultime come notizie errate nei fatti e/o palesemente false ma mascherate come se si trattate di notizie vere a tutti gli effetti? La prima regola dello scrivere sulle fake news è ammettere che non sappiamo davvero costa stia succedendo: quante ce ne sono, prodotte da chi, perché e quanto questi aspetti le influenzino davvero.

Detto questo, c’è un possibile approccio ottimista nella discussione sulle fake news, che si può basare su almeno tre punti diversi:

1) Esistono effetti significativi dovuti all’esposizione alle fake news? Prima di giungere alla conclusione affrettata che le persone siano di fatto influenzate da questi contenuti, consideriamo alcune potenziali obiezioni. Primo, la maggior parte delle persone è esposta ogni giorno a molti messaggi, pezzi di informazione e articoli e le ricerche disponibili suggeriscono che l’effetto di ognuno di questi messaggi è destinato a essere molto limitato e di breve durata, a meno che l’esposizione non sia costante, sostenuta ed estremamente di parte.

In secondo luogo, quando le persone navigano online per decidere a cosa credere, si affidano, in parte, a quello che viene loro fornito sulla base delle loro abitudini di consumo di Internet e dai vari filtri algoritmici, ma anche alla vicinanza con la fonte e agli endorsement sociali. Terzo, quando vengono coinvolti davvero dalle notizie (alcune delle quali potrebbero essere false), lo fanno in talmente tanti modi e per talmente tante ragioni, e per lo più rituali, che non implicano necessariamente credere nella veridicità delle informazioni contenute. Questo atteggiamento, ad esempio, è simile al sentirsi attratti da un tabloid o da un sito di gossip, al condividere qualcosa su Twitter o al commentare su Facebook senza aver davvero letto quello si cui ci si sta per esprimere.

2) Tutti sembrano credere che le persone siano sempre plagiate dalle fake news ma pochi, invece, ritengono di essere caduti nella stessa trappola. La discussione attorno alle fake news sembra riflettere almeno in parte quello che i ricercatori di ambito media chiamano “third-person effect”, ovvero il ritenere generalmente che i media e la comunicazione abbiano “un effetto maggiore sugli altri piuttosto che su se stessi”. Di frequente, questi “altri” sono persone ritenute a) povere o con livelli di educazione più bassi e b) individui con cui si è in disaccordo politicamente, aggiungendo all’occorrenza anche un po’ di classismo e di polarizzazione politica alla discussione.

BuzzFeed e Ipsos hanno svolto uno degli studi empirici più interessanti sulle fake news negli Usa lo scorso dicembre, riscontrando come il 33% dei partecipanti al loro sondaggio – una netta minoranza del totale – ricordasse di aver visto i titoli di qualche fake news durante le elezioni, mentre il 57% faceva lo stesso ma con i titoli di notizie vere. Inoltre, una maggioranza di chi ricordava i titoli fake – in particolare tra i repubblicani e i sostenitori di Trump – considerava quei titoli come “molto accurati” o “in qualche modo accurati”. Bisogna comunque sottolineare che, come è chiaro dai dati emersi dallo studio, nella maggioranza dei casi, la maggioranza dei partecipanti abbia comunque risposto “in qualche modo accurati”.

3) È probabile che le fake news siano particolarmente importanti per alcuni gruppi di persone. L’esposizione selettiva a siti fake molto schierati politicamente – tendiamo infatti a cercare informazioni che sostengano i nostri punti di vista preesistenti e a evitare informazioni che al contrario li contraddicono – e il motivated reasoning” (il tendere a processare informazioni in modo che si inseriscano facilmente nelle nostre credenze) ci dicono come, per una minoranza di persone estremamente faziose, le fake news siano molto più influenti e contribuiscano a polarizzare le opinioni.

Le fake news sono – a meno che risultati empirici riescano a provare che vi siano molte più persone a darvi grande attenzione – una piccola parte di una storia più ampia di polarizzazione in alcuni Paesi – gli Usa in particolare – e di un settore mediatico che si è spostato dal fornire contenuti votati all’obiettività, a una situazione dove sempre più testate sono ora chiaramente di parte o deliberatamente, per motivi esplicitamente commerciali, pronte a spacciare contenuti eticamente oltraggiosi. Le fake news possono sì intensificare questo sviluppo, ma se questo accade è perché lo stato di cose scaturisce su un’evoluzione molto più ampia e in atto da più tempo.

Sembra anche chiaro come le fake news siano non solo meno costose da produrre (e guadagnarci lo è allo stesso modo) oggi, ma anche più semplici da diffondere online che altrove. Ma fino a quando non saranno fornite prove tangibili del contrario, sospetto che la maggior parte delle persone sia esposta a un quantitativo relativamente piccolo di fake news e non sia molto influenzata da queste. I punti uno e due citati in precedenza, sostenuti da decenni di ricerca empirica, suggeriscono come sia legittimo aspettarsi che solo una minoranza di persone sia a) esposta alle fake news, b) convinta da esse e c) influenzata effettivamente. Il punto tre, invece, suggerisce l’esistenza di un’altra minoranza che potrebbe in un qualche modo affidarsi alle fake news, dato che questi contenuti sono in grado di sostenere identità di parte. Come abbiamo detto, però, questo è un argomento che ha più a che vedere con la politica, la polarizzazione, i media e il loro spostamento da “massa” a “nicchie”, comprese quelle di parte.

Questo non significa che non dovremmo prendere sul serio la questione fake news o che non ci siano ragioni per cui essere preoccupati se le persone producono questi contenuti. E non significa nemmeno che non dovremmo essere preoccupati dalla possibilità che le piattaforme tecnologiche, comprese Google e Facebook, favoriscano la produzione e la distribuzione di fake news Bisogna anche ribadire, però, come queste piattaforme favoriscono anche molto altro e ogni richiesta di cambiamento, intervento e/o regolamentazione ha conseguentemente bisogno di tenere ben in considerazione questo fatto e riflettere sulla possibilità che la cura possa anche essere peggiore della malattia. Adottare un approccio ottimista alle fake news significa che non dovremmo lasciare che la discussione appassionata e spesso veemente ci distragga da altre sfide più fondamentali e preoccupanti sulle notizie e il loro ruolo nella politica contemporanea e nella vita pubblica.

Queste includono:

  • I siti non-fake servono di fatto la società a dovere quando trattano questioni come la Brexit o Donald Trump? La discussione sulle fake news rischia di oscurare un dibattito critico sulle notizie vere e su come le organizzazioni mediatiche gestiscono il loro ruolo pubblico. Alcune di queste organizzazione hanno svolto un lavoro valevole e puntuale. Altre non lo hanno fatto. La ricerca sui rumour sia offline che online suggerisce che le persone si rivolgono alle “news improvvisate” (spesso inaccurate, spesso chiaramente false) specialmente in tempi di crisi e quando le notizie convenzionali sono scarse o non rispondono alle loro domande.
  • Perché così tante persone (negli Usa circa il 40%) non si fidano delle notizie vere e in molti casi non accettano che queste siano molto diverse dalle fake news, o molto più affidabili? Come ricercatore che studia i media e come persona che crede nel valore pubblico di molto giornalismo, sono preoccupato che concentrarsi su un obiettivo facile di approvazione morale, le fake news, possa distrarre dal fatto che molte persone ritengono, spesso giustamente, le notizie vere come meno affidabili e come lontane dai loro problemi, valori e preoccupazioni, rispetto alle fake news.
  • Gli esiti di processi come il referendum sulla Ue nel Regno Unito e l’elezione di Trump sono prima di tutto di natura politica? Incolpare degli adolescenti macedoni che si inventano contenuti per guadagnarsi da vivere, la propaganda russa o  gli algoritmi opachi delle ricchissime piattaforme tecnologiche per i risultati delle elezioni sposta l’attenzione dal fatto che questi scenari hanno e le loro cause scaturenti in processi sociali, politici ed economici molto più vasi (e che questi variano da Paese a Paese).

Un approccio positivo sulle fake news potrebbe quindi suggerire che le domande più importanti cui dobbiamo dare risposta sui media e la democrazia oggi abbiano più a che vedere con le notizie vere e come queste possono coprire in modo efficace politiche estremamente di parte, raggiungere più persone e connettere società che in molti casi sembrano sempre di più polarizzate sia in termini di valori sociali che di ricchezza relativa.

Articolo pubblicato originariamente sul blog di Rasmus Kleis Nielsen e disponibile anche in inglese

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