Il giornalismo ai tempi della post-verità

26 gennaio 2017 • Etica e Qualità, Più recenti • by

Mixy Lorenzo / Flickr CC / BY-NC-SA 2.0

È stato come un temporale d’estate. È arrivata all’improvviso, sgomentandoci tutti: è la post-verità. Giudicata parola dell’anno 2016 dall’Oxford English Dictionary, la post-verità è una notizia falsa, ma spacciata per autentica, perché verosimile oppure perché circola con grande successo e velocità. Tuttavia, proprio come i temporali d’estate, i segnali non mancavano: dalla crisi di credibilità della stampa, e più in generale di ogni forma di mediazione, alla crescente scontentezza delle opinioni pubbliche.

Per spiegare la post-verità, spesso, semplicisticamente si contrappongono gli old media professionali ai più confusionari new media, in cui la circolazione delle notizie non è sempre garantita dalla reputazione della fonte. Ma in questo modo si rischia di ripetere l’errore che accompagna la storia delle comunicazioni di massa dai suoi esordi: la continua contrapposizione fra il nuovo che sconfigge il vecchio facendo regredire la cultura e la società. Insomma, torniamo agli apocalittici e integrati, definizione con cui – attraverso la beffarda ironia che spesso ha contraddistinto i suoi ragionamenti – Umberto Eco all’inizio degli anni Sessanta distingueva quanti vedevano nella tv la soluzione di ogni crescita culturale da coloro che, all’opposto, le attribuivano la responsabilità di ogni volgarità e indebolimento della ragione. È meglio, allora, provare a essere più analitici.

Frottole in giro ci sono sempre state. Talvolta, come capita con la post-verità, perché qualcuno era interessato a farle circolare e, di conseguenza, le rendeva maggiormente verosimili. È la tesi di quanti in questi giorni, e non bisogna necessariamente arrivare alle iperboli interessate di Beppe Grillo, sostengono come anche la buona vecchia stampa spesso abbia favorito la diffusione di notizie almeno discutibili. Molto più spesso, perché le informazioni, passando di bocca in bocca, si distorcevano, prendendo la piegatura interessata o inconsapevole dei tanti interpreti che le diffondevano.  Ciò che cambia nell’epoca della comunicazione digitale è il contesto di fruizione e la velocità di circolazione delle informazioni. Quando al bar sport quelli che oggi chiamiamo influencer e prima la saggezza popolare appellava come il dottore, il parroco, il farmacista raccontavano “come stavano le cose”, citavano la fonte, che era quasi sempre un medium professionale. Infatti, si esordiva con: “ho letto sul giornale”, “ho ascoltato alla televisione”, vere e proprie espressioni legittimanti. Oggi tanti, anche se non tutti, entrano nel web, soprattutto sui social, e ricevono informazioni da una miriade di fonti la cui affidabilità è spesso difficile da decifrare, anche da parte dei più avvertiti.

Inoltre, e principalmente, la prerogativa del web 2.0 è che in questo flusso possono inserirsi tutti: non soltanto i professionisti dell’informazione, ma anche le fonti (aziende, pubbliche amministrazioni, sindacati, ong) interessate a flettere le informazioni in modo da ottenerne un maggior ricavo in termini di consensi e reputazione, oppure ciascuno di noi, attraverso quelli che sono stati definiti “atti giornalistici”: fotografare il campanile della Chiesa che crolla durante una scossa di terremoto, commentare una notizia appena letta e farla circolare fra i nostri amici e follower, ma che di certo non ci fanno diventare giornalisti. Insomma, il classico percorso informativo – con giornalisti che attingevano informazioni dalle fonti e le “trasportavano” al pubblico – è sostituito da una circolarità in cui ciascuno può fare il mestiere dell’altro.

Tuttavia, la velocità di scambio determina dei veri e propri gorghi in cui siamo risucchiati, talvolta rischiando di perdere la giusta prospettiva e l’opportuna proporzione di fatti e fenomeni. Ed è proprio qui che si annidano i professionisti della disinformazione, a prescindere se i loro obiettivi sono il mutamento della scena politica statunitense oppure, semplicemente, guadagnare soldi attraverso la cosiddetta economia dei clic. Peraltro, il passaggio dalla centralità della rete a quella dei social determina una progressiva circoscrizione degli ambiti frequentati. Ciò che spesso giustamente magnifichiamo della rete, la possibilità d’accedere a uno sterminato repertorio informativo, con l’avvento dei social è andato parzialmente perduto. Ci siamo rinchiusi in perimetri più ristretti, definiti dai nostri contatti.

Molte ricerche confermano come sui principali social network interagiamo abitualmente con un numero molto più esiguo – rispetto ai tanti amici potenziali con cui siamo in contatto –e che peraltro spesso la pensano come noi. Anche i suggerimenti che ci arrivano dalla rete tramite i cookies sono sintonici con i siti e le ricerche compiute più frequentemente. Insomma, davanti all’ipotetica e affascinante bellezza di poter navigare in mare aperto, ripariamo in porti rassicuranti, che sono quelli frequentati da quanti vedono il mondo dalla nostra stessa angolatura. E spesso poco importa che sia quella giusta, oppure che ci faccia davvero godere di un panorama credibile e verificato. Ci interessa il riparo da una quantità d’informazioni in circolazione che sgomenta e dall’esigenza di dover dare un senso a tutto questo.

Dunque, la comunicazione digitale ha permesso che le “voci che corrono” diventassero sempre più rapide, frenetiche e affannanti, determinando spirali dentro cui a volte si cade per errore, altre per sentirsi rassicurati. Ovviamente, quasi sempre spinti da soggetti interessati per motivi ideologici oppure economici, che in questi gorghi hanno permesso s’infilassero non soltanto punti di vista discutibili, ma vere e proprie menzogne. Ed arriviamo alle responsabilità del sistema giornalistico, riassumibili in poche parole: decontestualizzazione, velocizzazione, commercializzazione, che hanno prodotto la principale difficoltà attuale del giornalismo in tutto il mondo – la sempre minore credibilità –  e l’illusoria quanto perniciosa convinzione di poterne fare a meno.
Si è sempre creduto, e si continua a farlo, che l’essenza del giornalismo consista nel dare informazioni, mentre la sua principale prerogativa è mettere in forma le informazioni.

Avendo dei forti vincoli spazio-temporali deve racchiudere tutto ciò che è opportuno portare alla pubblica attenzione in un determinato numero di battute, in un definito numero di pagine oppure di secondi e minuti. E lo deve fare nel tempo previsto per andare in onda oppure in stampa. Insomma, il giornalista non cerca soltanto notizie, ma le seleziona, le verifica, le gerarchizza e le presenta. Quanto più i fenomeni da descrivere, gli attori sociali da considerare e i fatti da coprire sono aumentati – per quel processo che i sociologi racchiudono nella locuzione “società complessa” – tanto più questo compito appare arduo e, soprattutto, mostra in tutta la sua evidenza come l’attività dei giornalisti consista in un’opera di decontestualizzazione degli eventi dal loro flusso costante e quotidiano e ricontestualizzazione nei formati richiesti da ogni specifica testata.

Tuttavia, si è continuato ad affermare che il giornalismo consista nel limitarsi ai fatti, quanto piuttosto, come abbiamo cercato di sintetizzare in queste poche righe, svolge il compito ben più rilevante di delimitare il numero di fatti da portare all’attenzione dell’opinione pubblica. Questo errore di fondo ha prodotto la progressiva relativizzazione di un principio fondamentale del giornalismo: l’obiettività, che non è la filosofica ricerca della verità, quanto una procedura operativa tesa a costringere eticamente il professionista a suffragare quanto dichiara con prove, riscontri e descrizioni dei contesti in cui i fatti si svolgono.

La condivisibile quanto banale affermazione che l’obiettività, intesa come esatta fotografia del vero, non esiste, ha portato spesso i professionisti ad allontanarsi anche da una tensione all’obiettività quale lavoro riflessivo di contestualizzazione. Alcuni, fra i tanti possibili esempi: riprendere acriticamente i comunicati stampa prodotti dalle varie fonti; pubblicare i fuori onda come fossero dichiarazioni convinte e spontanee; annunciare retroscena in cui si descrivono situazioni e stati d’animo spesso immaginari; virgolettare non quanto specificamente dichiarato dalla fonte ma quello che si ritiene essere la sintesi del suo pensiero; scambiare le percezioni per dati di fatto. In questo modo è stato possibile intrecciare il vero con il verosimile, liberando la strada a quanti poi ne hanno approfittato per produrre deliberate menzogne.

A favorire questo scivolamento c’è stato l’incessante processo di velocizzazione informativa che ha reso sempre più difficile per i giornalisti avere il tempo per verificare le loro fonti, per effettuare gli opportuni riscontri. Ciò ha prodotto, fra l’altro, la sostituzione dei fatti con le dichiarazioni, più facili da ottenere, quindi con un primato delle opinioni che, per antonomasia, sono discutibili, opinabili e travisabili. Ancora una volta permettendo ai più spregiudicati di farlo deliberatamente. Tutto ciò è stato poi facilitato da un mercato delle notizie che negli anni è diventato sempre più concorrenziale. Beninteso, la floridità economica della stampa è un requisito della sua indipendenza, ma quello che gli anglosassoni hanno significativamente definito “diluvio commerciale” ha prodotto una tendenziale preferenza a pubblicare ciò che “vuole la gente”, a prediligere soft news, che casomai hanno determinato anche qualche ritorno nel breve periodo, ma causando nel tempo una progressiva perdita di credibilità di tutto il giornalismo.

Una stampa meno credibile presta il fianco a ogni interessata sua messa fra parentesi. Specialmente se questa relativizzazione può avvenire attraverso la banale quanto discutibile constatazione che tutti possiamo accedere a tutto, pertanto non abbiamo bisogno di mediatori. Ognuno può scegliere ciò che vuole dall’immenso magazzino delle informazioni.  È il mito della disintermediazione, che certamente descrive una realtà in cui un numero mai così alto come ora di individui ha accesso alle informazioni; ma dimentica come proprio l’abbondanza richieda costruzioni di senso, analisi e interpretazioni garantite da professionisti altamente qualificati ed eticamente ineccepibili. La strada da seguire non è difficile da tracciare; anche se sarà poi complessa da percorrere.

Innanzitutto, non demonizzare il web, ma comprendere bene quali sono le sue peculiarità per cogliere meglio i rischi connessi e combatterli, anche attraverso nuove regole efficaci, ma che non intacchino la libertà d’informazione, sale di ogni democrazia.
In secondo luogo, poiché comunque ciascuno di noi continuerà a essere gatekeeper delle proprie informazioni – e di quelle che farà circolare nei propri ambienti – una seria educazione ai media si pone come esigenza non più rimandabile. In terzo luogo, bisognerà rendersi conto che abbiamo ancor più di prima bisogno di professionisti dell’informazione in grado di analizzare e interpretare un mondo molto più articolato e contraddittorio, anche sfruttando le risorse di idee, analisi e informazioni ottenibili da una quantità di fonti convocabili mai stata così ricca e un pubblico con cui le forme del confronto possono rinnovarsi in modo interessante e qualificato, chiamandoli a un’effettiva collaborazione, che faccia percepire i flussi comunicativi come maggiormente orizzontali, in grado di favorire un’effettiva partecipazione.

Naturalmente, affinché questi processi si attivino bisognerà ripensare anche l’attuale modello economico, che vede consumatori sempre più attratti dalla gratuità delle informazioni, editori che vedono restringersi i loro introiti e pochissimi big player globali che rastrellano tutte le risorse disponibili. La storia della democrazia ci ha insegnato che non si può fare a meno del giornalismo e che esso è tanto più vitale ed efficiente quanto più i guadagni non sono concentrati in poche, pochissime mani.

Articolo pubblicato originariamente sul n. 2/2017 del settimanale Left. Riprodotto per gentile concessione

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