I giornalisti e le leggi sul copyright

29 gennaio 2014 • Etica e Qualità, Ricerca sui media • by

I giornalisti americani sono confusi a riguardo delle leggi sul diritto d’autore vigenti nel loro paese e il fenomeno porta alla pubblicazione di contenuti deboli o dai bassi standard qualitativi. A riportarlo, un nuovo studio sull’argomento. Un team di ricercatori guidato da Patricia Aufderheide, docente di scienze della comunicazione presso l’American University’s School of Communication, ha esaminato come la sfida di dover lavorare avendo tra le mani materiali protetti stia modificando il lavoro dei giornalisti. Argomento di grande attualità, data le numerose questioni aperte sul copyright di cui si discute in queste settimane.

Lo studio “Copyright, free specch and the public’s right to know”, si concentra sulle leggi sul diritto d’autore negli Stati Uniti. In questo paese, scrivono gli autori, ci sono molti paradossi: da un lato la legge stabilisce molte eccezioni specifiche per i giornalisti sulle restrizioni dovute al copyright, ma, d’altro canto, molte aziende – soprattutto etichette discografiche e studi cinematografici – hanno di recente costruito network di norme molto stringenti in fatto di copyright.

“I giornalisti incontrano un mondo che è ormai quasi completamente coperto dal copyright”, scrivono i ricercatori. Questo aspetto, a loro dire, porta a una crescente insicurezza a riguardo dell’uso corretto dei materiali e della validità del loro utilizzo legittimo da parte di chi fa informazione. Nonostante il fatto che i giornalisti americani possano beneficiare di diritti più ampi dei loro colleghi in altri contesti – come accade, ad esempio nell’Unione europea – i reporter che si trovano in dubbio sulla possibilità di utilizzare un determinato contenuto preferiscono tagliare i loro articoli piuttosto che rischiare multe anche molto salate.

Per scoprire di più su come i giornalisti affrontino le restrizioni del copyright nel loro lavoro quotidiano, Aufderheide e il suo team hanno intervistato 82 professionisti che lavorano per testate digitali negli Usa. 20 di questi erano impiegati per l’online, 26 erano responsabili del sito web di una testata cartacea, 23 erano attivi presso un’azienda di broadcasting (15 in un radio, 8 per la tv) e altri 11 erano invece freelance con all’attivo anche più collaborazioni.

Nonostante la centralità dell’argomento, molti giornalisti intervistati non conoscevano, ad esempio, la Us Doctrine of Fair Use, un’eccezione compresa all’interno del Copyright Act del 1976. Secondo i risultati dello studio, spesso il lavoro dei giornalisti può risentire in modo sensibile di questa mancanza di consapevolezza. Secondo proprio la dottrina del fair use (“uso legittimo”, ndr), il materiale protetto da copyright può essere utilizzato in qualsiasi caso il pubblico possa beneficiare dal punto di vista educativo dalla sua pubblicazione, quando esso favorisce per esempio la discussione politica o quando promuove il benessere della comunità descrivendo nuove invenzioni utili alla collettività.

Sostanzialmente, il valore pubblico creato dall’uso del materiale deve superare o almeno bilanciare la perdita di valore subita dal proprietario del contenuto come conseguenza della pubblicazione. Oltre a questo, lo studio ha anche mostrato come la maggior parte dei giornalisti sono confusi a riguardo alla dottrina del fair use e molti sono invece convinti che presunte leggi aggiuntive garantiscano loro accesso facilitato ai contenuti, proprio in virtù della loro professione. Altri, invece, sostengono che i paper governativi e i comunicati stampa delle Ong in cui sono compresi risultati di analisi siano sempre liberi e senza protezione del diritto d’autore. Ma anche questo, nei fatti, non è vero.

I ricercatori hanno anche scoperto come questa mancanza di conoscenza possa provocare violazioni anche pesanti del copyright. Per esempio, poco dopo la morte di Michael Jackson, un giornalista che lavorava nel boradcasting presumeva che le canzoni di Jackson non fossero più protette da alcun diritto d’autore. Ovviamente, questo era un errore. Non c’è alcuna legge che consenta ai media di utilizzare i materiali di un artista subito dopo la sua morte. Ma in questo caso, ad esempio, i giornalisti erano autorizzati per legge a utilizzare le canzoni dell’autore di Thriller per il loro coverage, per via del fatto che il cantante in questione era una persona di interesse culturale e storico. Per via di questi aspetti, con ogni probabilità, il pubblico si attendeva un coverage di qualità della sua vita e pertanto le testate giornalistiche erano autorizzate all’uso di sample ampi della collezione di musica e performance di Michael Jackson.

In caso più complicati di questioni relative al copyright, la conoscenza frammentaria della materia da parte di un giornalista può però intaccare la qualità del suo lavoro. I professionisti intervistati hanno riconosciuto che il loro non comprendere quanto previsto dal fair use di un’opera ha effettivamente esposto il loro lavoro al rischio di produrre contenuti meno comprensibili per le loro audience. In altri casi, invece, gli avvocati delle testate hanno impedito ai giornalisti di utilizzare dei contenuti per via di errate valutazioni della legge in fatto di diritti d’autore. In altri esempi ancora, alcuni produttori televisivi si sono dovuti rivolgere a immagini poco adatte o che avevano poco a che vedere con il testo degli articoli, proprio per un’errata interpretazione del copyright di queste ultime. In un caso specifico, un servizio radiofonico che conteneva materiale protetto è stato lasciato fuori dalla piattaforma di podcasting nonostante fosse possibile utilizzarlo in modo perfettamente legittimo. Ma, anche in questo caso, proprio l’avvocato dell’azienda in questione si era espresso in modo contrario, negando un utilizzo che era, invece, legittimo.

I giornalisti, comunque, hanno fornito risposte univoche in un caso specifico. I partecipanti allo studio sono stati tutti concordi sulla legittimità di utilizzare documenti governativi per sostenere una storia se questa fosse politicamente esplosiva. In questo caso, le risposte degli intervistati hanno sottolineato il ruolo di watchdog svolto dai giornalisti all’interno delle società. Inconsapevolmente, in questo caso, i principi del fair use sono stati compresi perfettamente. Secondo i risultati dello studio, molti giornalisti hanno dichiarato che utilizzerebbero tutto il materiale necessario per comunicare la rilevanza e il contesto di una storia giornalistica di grande valore politico e sociale.

La dottrina del fair use assicura ai giornalisti americani di lavorare nel modo più ampio possibile, consentendo loro di utilizzare materiale protetto da copyright per creare contenuti di alta qualità, sempre che decidano di far valere i loro diritti. Questo non è il caso di molti altri paesi, come la Germania. Qui, come in molti paesi della Ue, esistono liste fisse di eccezioni del diritto d’autore per i giornalisti, ma non esistono indicazioni sufficienti per considerare ogni caso singolarmente, come accade invece per il fair use nell’accezione statunitense. Non importa, nel caso europeo, se il pubblico possa beneficiare in un qualche modo dell’eventuale pubblicazione: il materiale protetto non può essere usato liberamente, se non fa parte delle eccezioni elencate dalla legge.

Aufderheide e i suoi colleghi si sono concentrati anche sugli effetti psicologici del copyright. “Questo studio dimostra che i giornalisti, nel dubbio, si autocensurano in modo sistematico, con l’effetto di ritardi nelle pubblicazioni, costi alti e non completamento della missione giornalistica”, scrivono i ricercatori. Il team autore dello studio ha deciso di affrontare la questione insieme alla Society of professional Journalists e il Center for Social Media. L’iniziativa non è pensata solo per informare i giornalisti, ma per guidarli attraverso un codice di best practice pensate per questi casi.

Articolo tradotto dall’originale tedesco

Photo credits: Alexander Klaus / pixelio.de

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