Giornalismo e democrazia: una comparazione tra Italia e Gran Bretagna

18 agosto 2010 • Digitale, Etica e Qualità • by

Lo studio di Federica Cherubini mette a confronto l’informazione a mezzo stampa in Italia e in Gran Bretagna individuando le maggiori differenze e somiglianze dei due sistemi, il diverso ruolo che ricopre il giornalismo e, soprattutto, i suoi riflessi sulla qualità della democrazia.  Ci si chiede, in particolare, se ci sia un nesso diretto fra giornalismo di qualità e opinione pubblica di qualità e se, in secondo luogo, un’opinione pubblica di qualità sia ritenuta necessaria. La risposta che emerge da questo lavoro è affermativa, precisando che cosa si intende con qualità.Va intesa al di fuori di un ideale normativo (buona democrazia, buona informazione, cittadini bene informati). L’informazione non deve essere buona, ma adeguata, corretta, ovvero capace di fornire al cittadino-lettore-telespettatore le informazioni necessarie all’espletamento della sua funzione di cittadino.

Emerge allora che più che la necessità di una qualità dell’opinione pubblica è fondamentale la sua criticità, riprendendo l’accezione di Habermas per cui la sfera pubblica è il  luogo della riflessione critica.

I livelli d’impoverimento culturale provocati dalla televisione e dalla nascita dell’homo videns, sostanziati dalla prevalenza assoluta del mezzo televisivo sulla carta stampata esistente in Italia, si riflettono sulla capacità critica dell’opinione pubblica italiana, cui va aggiunto il discutibile livello dell’etica pubblica.

Dato che non è possibile invece riscontrare in Gran Bretagna, che se da un lato si distingue per un più cogente senso civico, dall’altro lato è stata in grado di affiancare ad un’utenza televisiva assai ampia, un altrettanto notevole pubblico di lettori della carta stampata.

Ma molte altre, secondo quanto emerso dalla ricerca,  sono le differenze significative che caratterizzano la stampa scritta anglosassone e italiana:

  • il mercato inglese è basato sulla stratificazione della stampa in classi, riflessa nella divisione fra up, middle e low market. Questa è presente anche in Italia: esistono anche qui, infatti, giornali dediti al gossip e alla cronaca rosa, ma essi sono generalmente periodici, per lo più settimanali, mentre in Inghilterra questa differenziazione coinvolge anche, e soprattutto, la stampa quotidiana.
  • accanto e direttamente collegata a questa stratificazione un’altra differenza basilare è riscontrabile nei dati relativi alla tiratura e alla diffusione dei quotidiani. Le copie, a pagamento o gratuite, diffuse per 1000 abitanti, secondo la ricerca World Press Trend 2009 della World Association of Newspapers, sono di 358,7 per la Gran Bretagna e di sole 171,6 per l’Italia. Se poi consideriamo i dati scorporati di quotidiani a pagamento e gratuiti (307,3 i primi e 51,4 i secondi per la Gran Bretagna e 86,0 i primi e 85,6 i secondi per l’Italia), insieme al fatto che l’Italia è uno dei paesi con la più bassa percentuale di vendite per abbonamenti, emerge come le abitudini di lettura di quotidiani, nei due Paesi, siano assolutamente disomogenee, con quelle italiane ben al di sotto della media europea. L’ineguale propensione alla lettura dei quotidiani è altresì un riflesso di un differente ruolo ricoperto dalla stampa nei due Paesi, da un punto di vista culturale, sociale e storico e in Gran Bretagna affonda le sue radici nell’affermazione precoce di una stampa a circolazione di massa
  • l’utilizzo del mezzo televisivo come fonte principale d’informazione. L’utenza televisiva abituale inglese è pari a quella italiana (92,9% la prima e 91,4% la seconda), ma la Gran Bretagna ha saputo, questa sì è una fondamentale differenza, mantenere un’utenza elevata anche in riferimento ai libri e ai quotidiani, non scadendo in una situazione, sul terreno dello sviluppo della società,  di omologazione verso il basso, come è accaduto in Italia.
  • in merito alle configurazioni proprietarie della stampa, l’Italia si distingue per quella che è stata più volte sottolineata come l’anomalia italiana, ovvero la presenza maggioritaria di editori non puri, aventi cioè i loro interessi principali in altri settori d’attività economica, estranei al mondo dell’informazione. Come è emerso dall’analisi svolta, questa tendenza è un rischio per l’indipendenza del giornale, che raramente è posta in cima agli interessi di questi imprenditori polivalenti. Specularmente, peculiarità del tutto inglese, invece, è l’affidamento della gestione dell’impresa editoriale a soggetti terzi rispetto alla proprietà, con l’intento esplicito di tutelare prima di tutto l’indipendenza del giornale. È il caso del quotidiano The Guardian e del foglio gemello domenicale The Observer, di proprietà dello Scott Trust, una fondazione senza scopo di lucro che si prefigge di salvaguardare l’indipendenza editoriale del giornale e, del pari, la gestione finanziaria, in modo tale da evitare che qualsiasi scalata esterna ne pregiudichi, appunto, l’indipendenza.
  • Nonostante differenti modelli di struttura proprietaria, che in ogni caso non sono applicati in maniera uniforme, quelli che sono stati indicati, nel secondo capitolo, come gli stakeholders dell’impresa editoriale sono i medesimi in entrambe le realtà giornalistiche. Una tendenza alla commercializzazione, incarnata dalla degenerazione dell’informazione in infotainment, è riscontrabile in linea generale in Italia tanto quanto in Gran Bretagna. Allo stesso modo le pressioni esercitate dalla proprietà e i condizionamenti provenienti dagli inserzionisti pubblicitari e dal mondo del marketing non sono difformi.
  • Il divario risiede nei diversi livelli di cultura professionale: il giornalismo britannico (e quello anglosassone in genere) sembra essere dotato di più efficaci anticorpi, di una cultura professionale che si erge a difensore di quei principi nei quali risiede il fondamento del buon giornalismo.
  • l’Italia sembrerebbe porre un’attenzione molto più specifica al tema della tutela dei fondamenti etici e deontologici della professione. Essa è l’unico, o quasi, paese al mondo dotato di un Ordine dei giornalisti istituzionalizzato, previsto cioè da una legge dello Stato e di un decalogo di regole deontologiche sancito dalla legge. L’Ordine, per di più, ha il compito di fungere da giustizia amministrativa, tramite l’istituzione di un processo disciplinare e l’applicazione di sanzioni, nei confronti di tutti gli iscritti, che devono superare un esame di Stato per accedere alla professione. Inoltre, se da un lato, la legge sancisce i diritti e i doveri del giornalista e ne prescrive gli obblighi di lealtà e buona fede, dall’altro, negli anni, l’autonomia professionale è stata prolifica di codici di condotta e di carte dei doveri. Per contro, in Inghilterra regna sovrana l’auto-regolamentazione e una tendenza refrattaria ad imporre per legge qualsivoglia vincolo e dettame alla libertà di informazione (a parte ovviamente il basilare rispetto delle leggi).
    Ed allora come mai si è portati a chiedersi, si ha la sensazione che in Italia non ci sia un effettivo rispetto di valori e principi tanto spesso enunciati e ripetuti, mentre nella più schiva Inghilterra la tolleranza di comportamenti giornalisticamente scorretti è molto minore? Quello che in Italia sembra mancare è appunto la credibilità della sanzione. Emerge dal lavoro che la sanzione morale che governa il principio dell’auto-regolamentazione britannica è molto più effettiva e cogente delle sanzioni, amministrative o giudiziarie che siano, derivate da norme giuridiche di fatto inapplicate. Quanto appena enunciato stride violentemente con la prassi in vigore in Gran Bretagna, dove il fondamento primo della Press Complaints Commission, istituzione cui è demandato il giudizio in caso di violazioni del codice di condotta da parte di chi scrive sulla carta stampata, risiede nella sua autorità morale.
  • L’importanza in Gran Bretagna del tema dell’indipendenza editoriale e del rispetto dei principi deontologici fondamentali è suffragata, oltre che dall’utilizzo di determinati strumenti, anche dalla diffusione dei sistemi di controllo della qualità. I Media Accountability Systems appaiono infatti parte integrante della realtà giornalistica inglese, mentre, al contrario, sono merce rara in Italia.
  • Il mito del giornalismo anglosassone, agguerrito ed indipendente, imperniato sulla regola aurea delle “notizie separate dai commenti” e custode della verità, rimane ancora oggi vivo ed efficace.

Scarica qui il testo integrale della ricerca in PDF

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