Gli ex vincitori di Monopoly diventano trofei per i collezionisti

18 maggio 2012 • Etica e Qualità, Giornalismo sui Media • by

Corriere del Ticino, 16.05.2012

Chi si arrischia alle attuali con­dizioni ad acquistare ancora i quotidiani? David Carr, il più famoso giornalista di me­dia del New York Times, ha messo in evi­denza il drammatico cambiamento che si sta delineando negli USA nell’assetto societario e nella proprietà dei media.
I primi a scappare a frotte dai giornali sono stati i lettori, poi seguiti dagli inser­zionisti. Infine se la sono data a gambe le famiglie dei proprietari. A queste sono subentrati gli hedgefund e altri attori del settore della finanza. Costoro si erano il­lusi di comprare quando il mercato ave­va toccato il fondo. Saccenti investitori arrivati con grandi proclami, come ri­portare questo settore ai fasti del passa­to e a nuovi profitti, se ne sono andati, in­cassando perdite milionarie, ridotti in braghe di tela e con la coda tra le gambe. Carr prende a esempio il Philadelphia Inquirer. In cinque anni la proprietà è passata di mano quattro volte. L’ultimo prezzo di vendita che è stato possibile spuntare, 55 milioni di dollari, è appena il dieci per cento di ciò che questo giorna­le valeva nel 2006.

 Ora però si sta delineando un cambia­mento di tendenza. Visto che non esiste un modello di business che offra prospet­tive future, i giornali stanno diventando oggetti da collezione e di prestigio per i super ricchi. Carr afferma che gli acqui­renti non sono i veri benestanti ma piut­tosto coloro che si sono allontanati dal­la noiosa normalità della vita economi­ca di tutti i giorni. Secondo Carr «i gior­nali non generano profitti ma sono per­fetti come nuovo status symbol. È costui abbastanza ricco da permettersi un gior­nale che gli offra una forte risonanza?».

Negli ultimi tempi si osserva uno svilup­po simile in altre parti d’Europa, come si era già visto in precedenza in Gran Bre­tagna. In Europa dell’est e del sud sono gli oligarchi regionali che saltano sul car­ro del business dei media. In Gran Breta­gna si trattava di un miliardario russo, che aveva cercato di mettersi in salvo da Putin, e da allora scompiglia il mercato londinese. Negli Stati Uniti Carr fa il no­me dei «nuovi baroni dei giornali». Ne­gli USA è Warren Buffett che si è insedia­to al vertice di questo movimento e nella sua città natale si è pappato l’Omaha World-Herald, nonostante solo tre anni prima avesse spiegato agli azionisti in oc­casione di un incontro del suo fondo di investimento, il Berkshire Hathaway, che «i giornali promettevano infinite perdi­te e che lui personalmente non ne avreb­be mai comprato uno a nessun prezzo».

La Svizzera è lontana anni luce da tali perniciosi sviluppi? Oppure anche il no­stro Paese zoppicando si avvia a seguire fra un paio d’anni questo trend osserva­to non solo in America ma anche qui e là in Europa? Un esercizio di fantasia po­trebbe venir in nostro aiuto. Anche alle nostre latitudini c’è una forte migrazio­ne dalla carta stampata verso il web. Pro­viamo allora a immaginarci il seguente scenario. I giornali, anche quelli gratui­ti, che per ora generano ancora larghi profitti, diventano sempre meno redditi­zi.

Chi sarebbe disposto a entrare in Ta­media, in Ringier, nel gruppo NZZ una volta che gli attuali proprietari si vorran­no separare da queste proprietà diven­tate solo un onere? Probabilmente soprat­tutto un certo tipo di investitori che, gra­zie all’acquisizione di questi media, vo­gliono aumentare il loro potere e accre­scere la loro influenza.

In Europa del sud e dell’est i nuovi oli­garchi stanno facendo senza alcuno scrupolo proprio questo. Lì dove gli in­vestitori occidentali, in Polonia la Me­com, nei Balcani il gruppo WAZ, se ne sono andati, i nuovi zar dei media spa­droneggiano totalmente ignorati dal­l’attenzione dell’opinione pubblica oc­cidentale sebbene il cammino per co­struire una comune libera e democrati­ca Europa sia stato già intrapreso. Ahi­mè, se continuiamo a tenere gli occhi chiusi davanti alla realtà ci dobbiamo aspettare un brutto risveglio.

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