Google oscura alcuni siti in India

14 febbraio 2012 • Digitale, Etica e Qualità • by

 Notizie preoccupanti quelle che arrivano dall’India. Nei giorni scorsi Google avrebbe acconsentito a oscurare alcuni contenuti segnalati da un tribunale indiano che, a detta dello studioso Mufti Aijaz Arshad Qasmi, capofila di un’azione legale contro 22 siti e altrettante aziende, sarebbero stati offensivi nei confronti della religione e di alcuni personaggi pubblici indiani. BigG avrebbe accettato, accogliendo la richiesta e rendendo irraggiungibili le pagine in questione in India. Il caso indiano nasce per via di una legge, promulgata lo scorso anno, che rende le aziende responsabili di quanto viene pubblicato sui propri siti web e, nel caso di una rimostranza, garantisce a queste solo 36 ore per rimuovere i contenuti sotto esame prima di subire il procedimento della corte.

Nei casi sollevati da Qasmi, Mountain View sarebbe stata l’unica azienda a dare seguito alle richieste del tribunale, mentre Facebook e Yahoo, a loro volta coinvolte nel caso insieme alle altre, avrebbero preso tempo cercando di dimostrare la loro estraneità nei confronti dei contenuti ritenuti offensivi. Nel proprio caso, Facebook avrebbe cercato di dimostrare come le immagini e i video criticati non avessero alcuna connessione con una URL riferita a facebook.com e come tale non fossero da considerarsi di competenza dell’azienda di Mark Zuckerberg. Yahoo, invece, avrebbe cercato di chiamarsi fuori dalla causa presentandosi come azienda che offre servizi mail e chat ai suoi clienti e non una piattaforma di condivisione e come tale da considerarsi estranea alle rimostranze della petizione di Qasmi.

La prossima udienza sul caso è fissata per il primo di marzo.

Google si è difesa dicendo che la decisione di accettare la richiesta di oscuramento sarebbe in concordanza con la sua policy relativa alle decisioni dei tribunali locali, ha confermato il portavoce indiano Gaurav Bhaskar. E come tale, legittima. Molti osservatori hanno però posto l’attenzione sulla facilità con cui i materiali siano stati resi inaccessibili in via preventiva per evitare complicazioni ulteriori da un eventuale processo. Questo modus operandi non potrebbe tramutarsi in una facile occasione di censura? I dubbi sulla salute della democrazia indiana non sono pochi e le recenti proteste anti-corruzione non fanno altro che confermare queste preoccupazioni. Nel frattempo il sito di Qasmi, dal non felice dominio fatwaonline.in, è stato vittima di un non rivendicato attacco informatico che lo ha reso inaccessibile. Sulla pagina delle news sarebbe anche apparsa la scritta “meglio non fare arrabbiare i siti di social network”.

Dando un’occhiata alle statistiche di Google Transparency si può notare come le richieste di rimozione provenienti dalle autorità indiane tra gennaio e giugno 2011 siano state ben 68 e la maggior parte di queste mosse in seguito a contestate “offese” a personalità politiche con le ufficiali motivazioni di “diffamazione” o “critica al governo”. Anche al di là del caso indiano, la situazione di altri paesi democratici non è rosea: le rischieste provenienti dalla Germania sono state addirittura 125, 92 quelle partite dagli Usa e 65 quelle dal Regno Unito. L’Italia si ferma a 36, mentre le richieste di oscuramento mosse dalla Svizzera sarebbero meno di 10.

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