“La neutralità è impossibile qui”: raccontare la guerra in Ucraina

12 ottobre 2016 • Etica e Qualità, Più recenti • by

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Sasha Maksymenko / Flickr / BY-NC 2.0

I giornalisti ucraini ritengono molto difficile rimanere neutrali e indipendenti quando scrivono del conflitto in atto nel loro Paese e molti sono combattuti fra i sentimenti di patriottismo e il proprio ruolo di osservatori distaccati, lo dimostra una nuova ricerca. Dei 47 giornalisti ucraini intervistati per lo studio, in rappresentanza di 42 diverse aziende mediatiche, la maggior parte ha riferito di aver provato ad aderire agli standard etici e giornalistici nel raccontare la guerra nella regione del Donbas, nell’Ucraina dell’Est, ma ha anche aggiunto di aver cercato di non “danneggiare” il lato ucraino con il loro racconto del conflitto.

I risultati della ricerca hanno riscontrato anche come poche redazioni ucraine offrano linee guida o supporto ai giornalisti su come trattare le ostilità: non ci sono regole scritte o standard etici condivisi e i giudizi professionali sono di solito lasciati ai giornalisti stessi. I reporter ucraini che lavorano nella zona di conflitto tendono a fare affidamento al proprio “istinto di pancia”, piuttosto che su delle istruzioni, rivela lo studio. La ricerca, “The Coverage of the Conflict in the East by the Ukrainian Media” è stata condotta da Detector Media, un’organizzazione non governativa con sede a Kiev. Le interviste sono state condotte nel Febbraio e Marzo 2016.

Patriottici vs. neutrali
I ricercatori hanno riscontrato fra i giornalisti intervistati l’esistenza di una varietà di differenti approcci alla copertura del conflitto e hanno identificato tre chiari atteggiamenti: patriottico, neutrale e combinato. I giornalisti descritti come “patriottici” si concentrano consapevolmente sul coprire la prospettiva ucraina, ignorano “l’altra parte” e sono pronti a sacrificare gli standard professionali per quelli che vedono come gli interessi della sicurezza nazionale. Per esempio questi giornalisti hanno espresso apertamente il desiderio “di non fare il gioco della propaganda russa”.

I giornalisti “neutrali” credono invece in un’aderenza incondizionata agli standard professionali. Questo approccio si applica in particolare alle organizzazioni mediatiche ucraine che affermano di lavorare secondo standard occidentali e alle testate straniere con sede in Ucraina, incluse Bbc Ucraina, Deutsche Welle e Radio Free Europe/Radio Liberty. Il terzo tipo di approccio professionale, infine, definito come “combinato” è quello prevalente fra i professionisti dei media intervistati. Questi giornalisti hanno dichiarato di comprendere l’importanza degli standard etici, ma hanno anche riferito di sentirsi spesso divisi fra la volontà di aderirvi e quella di  non voler danneggiare la causa ucraina raccontando qualcosa che potrebbe ferire il loro Paese.

I soldati ricevono le maggiori attenzioni nella copertura
I membri delle forze armate dell’Ucraina ricevono la maggior copertura mediatica, specialmente dai canali televisivi nazionali, emerge dai risultati della ricerca. I giornalisti intervistati hanno detto che ciò accade perché i loro pubblici sarebbeo più interessati a questo particolare aspetto del conflitto. Dariya Orlova, autrice del report (e membra del team ucraino dell’Ejo, ndr), crede che questa tendenza possa anche essere dovuta al fatto che i giornalisti fanno conoscenza con i soldati mentre seguono il conflitto e di conseguenza sviluppano spesso rapporti personali e quindi preoccupazione per la loro incolumità.

I giornalisti hanno espresso simili emozioni anche per quanto riguarda gli attivisti che aiutano l’esercito (nel contesto ucraino essi sono in genere chiamati “volontari”), ma si occupano di loro meno frequentemente. Meno attenzione viene invece dedicata dalla stampa ai profughi interni o alla popolazione locale del Donbas, sia sui territori “liberati” che quelli “occupati”. Le redazioni credono che questi gruppi siano meno interessanti per il pubblico e i giornalisti hanno anche sostenuto che siano state questioni di sicurezza a ostacolare la copertura di questi gruppi, così come la mancanza di fonti di informazione e di risorse materiali.

È possibile essere oggettivi?
Molti giornalisti si sono resi conto di non essere in grado di distaccarsi dal conflitto e hanno anche ammesso che la loro copertura è spesso accompagnata da tensione emotiva, compassione e riflessioni sulla sicurezza nazionale. Un giornalista di un magazine cartaceo nazionale, ad esempio, ha dichiarato:

“Ci piacerebbe essere al di sopra della situazione in Ucraina, ma è impossibile. Perché? Perché quando sei perseguitato in prima persona dalla Prd (l’autoproclamata Repubblica Popolare di Dotetsk, ndr) e sei già stato dichiarato un criminale solo per i tuoi contenuti, è difficile essere distaccati. Quando i tuoi conoscenti sono stati uccisi o imprigionati, è ancora più difficile. Quando è in atto un’aggressione militare contro il tuo Paese, è altrettanto difficile essere al di sopra delle parti. Dopotutto, cosa significa esser al di sopra della situazione? Possiamo risolverla con qualche assurda dichiarazione più o meno neutrale. Senza ammettere l’ovvio, la neutralità non è fattibile qui. Come puoi, per esempio, descrivere l’annessione della Crimea in modo neutrale? Possiamo scrivere ‘l’incorporazione della Crimea’ e ‘referendum’ senza virgolette, ma allora [staremmo riportando] la posizione della Russia”

Un altro giornalista, in questo caso di un canale televisivo nazionale, ha invece dichiarato: “questo conflitto sta avendo luogo proprio nel nostro Paese; la nostra gente sta morendo; il nostro stato e la nostra popolazione stanno soffrendo. Qui un giornalista non può essere al di sopra della situazione”. Sebbene lo studio abbia rilevato che gli standard professionali non vengono discussi adeguatamente nella maggior parte delle redazioni, tutti i giornalisti intervistati hanno comunque riconosciuto l’importanza dell’etica nel riportare un conflitto armato. Allo stesso tempo, però, molti hanno parlato degli standard come se fossero una “cosa naturale e spontanea” che non deve necessariamente essere discussa o definita esplicitamente.

Molte organizzazioni mediatiche hanno sviluppato un vocabolario di definizioni di conflitto, ma gli approcci variano grandemente da redazione a redazione. Alcuni media provano a usare un linguaggio naturale, ad esempio, mentre altri fanno affidamento sul vocabolario ufficiale dell’Operazione anti-terrorismo (Ato) del governo ucraino. Per esempio, l’ufficio stampa dell’Ato chiama il fronte opposto “truppe russe di occupazione”, (російсько-окупаційні війська in Ucraino), “invasori” (окупанти) o “terroristi” (per indicare i separatisti delle cosiddette Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk). Lo studio conclude che la maggior parte dei media ucraini evita deliberatamente di riportare la prospettiva del “fronte opposto” nelle proprie storie riguardanti il conflitto. Ma è anche vero che allo stesso tempo queste testate non si fidano dei discorsi ufficiali del governo ucraino e dei leader militari. Nel complesso, è chiaro che i giornalisti capiscono l’importanza dell’obiettività. Tuttavia, essi ammettono di non essere certi di poter esercitarla senza danneggiare lo Stato ucraino.

Indipendenza personale ed esperienza
La grande maggioranza dei giornalisti si considera libera dalle interferenze editoriali nel coprire un conflitto, sostengono i risultati dello studio. Parallelamente, però, i ricercatori hanno rintracciato anche numerose limitazioni che i professionisti dei media si autoimpongono: autocensura e pressioni sociali ed editoriali, in primis. Ad esempio, una porzione significativa degli intervistati ha confessato di evitare esplicitamente certi argomenti che potrebbero causare danni potenziali per il lato ucraino, o che potrebbero essere sfruttati dalla propaganda russa.

Una minoranza ha ammesso invece di aver avvertito un’aspettativa editoriale a raccontare l’esercito in modo positivo. Alcuni hanno confessato di essere intimoriti dalle critiche e dalle possibili accuse di “tradimento”o di aver preso una “posizione anti-Ucraina”. “Se il livello di istituzionalizzazione delle pratiche editoriali nei media Ucraini è abbastanza lento, un grande ruolo è invece ricoperto dai fattori personali: esperienza individuale e professionale di un giornalista e i suoi propri punti di vista”, spiega Dariya Orlova a questo proposito. La ricercatrice ha anche aggiunto che molti dei giornalisti che coprono il conflitto sono originari del Donbas e della Crimea, e quindi trovano ancora più difficile essere distaccati.

Dialogo?
Lo studio conclude che la grande maggioranza dei giornalisti intervistati considera il dialogo fra l’Ucraina e i governi delle auto-proclamatesi repubbliche, la Repubblica Popolare di Donetsk e la Repubblica Popolare di Lugansk, importante e necessario, ma pochi sembravano capire come esso potrebbe funzionare in pratica. Secondo i giornalisti, non c’è reale promozione del dialogo nei media perché non c’è una politica di stato distinta e articolata riguardo al futuro dei territori occupati e dei cittadini di questi territori. Di conseguenza, molti dei giornalisti non sono pronti ad assumersi la responsabilità di promuovere l’idea di un dialogo, sebbene siano invece preparati a riportarne.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Giulia Quarta

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