I confini dell’interesse pubblico

10 gennaio 2010 • Etica e Qualità • by

Schweizer Journalist, 12.2009/01.2010

Quando il giornalismo agisce nell’interesse pubblico?

Stephen Whittle e Glenda Cooper del Reuters Institute dell’Università di Oxford tentano di dare una risposta interessante. Il loro studio dal titolo “Privacy, integrità e interesse pubblico” si interroga su quali sono i casi in cui sia possibile giustificare una sbirciatina dal buco di una serratura o uno scatto con la macchina fotografica del cellulare nell’incessante conflitto tra sfera privata e servizio pubblico. Sebbene non sveli scoperte sensazionali, la ricerca, prendendo in esame diversi casi mediatici ampiamente discussi nel Regno Unito, ha il merito di toccare da vicino il nocciolo della questione. Gli autori sottolineano la differenza che intercorre tra “l’interesse pubblico” e “l’interesse del pubblico”. Non tutto ciò che suscita la curiosità di lettori, ascoltatori e spettatori coincide con l’interesse comune. Le nuove tecnologie e Internet, in particolare, sono indicate come i fattori principali che hanno modellato una nuova definizione di sfera privata nella società contemporanea. Secondo i risultati, “il sesso e la sessualità, la salute, la vita famigliare, la corrispondenza privata e le questioni finanziarie” continuano ad appartenere all’ambito privato, fatta eccezione dei casi in cui entra in gioco denaro pubblico.

Quattro le tendenze individuate che interessano il giornalismo: la privacy sta diventando un bene di consumo. I VIP, incoraggiati dall’interesse di media compiacenti, hanno iniziato a fare affari mettendo sul mercato pezzi della loro vita privata cercando di proteggere quello che ne resta in tribunale; i più considerano semi-private le informazioni condivise sui blog o sui social network, come Facebook, mentre i giornalisti le ritengono di dominio pubblico e spesso usano questi strumenti come fonti d’informazione; come altri anche i tribunali britannici sono intenzionati a proteggere maggiormente il concetto di privacy, in particolare quando si tratta di fotografie; in ultimo, ad ostacolare la pratica di un giornalismo investigativo di qualità sarebbero la mancanza di risorse e di tempo dovuti ai ritmi sempre più pressanti del ciclo informativo unite alla supposizione che il pubblico non abbia interessi particolari, anzi sia addirittura indifferente,piuttosto che le preoccupazioni relative alla privacy.

Nella parte conclusiva dello studio, affinché i giornalisti possano valutare se una ricerca sia di interesse pubblico oppure soddisfi la pruriginosa curiosità di pochi, Whittle e Cooper propongono di fare un impact test in grado di misurare l’impatto delle notizie che pubblicheranno. Una sorta di strumento di supporto decisionale.

Anche Leonard Downie, ex capo redattore del Washington Post, e Michael Schudson, docente di giornalismo presso la Columbia University, si stanno interrogando su come e quando il giornalismo coincida con l’interesse pubblico e, dunque, sul merito e il diritto di ricevere finanziamenti pubblici.

Per fare un giornalismo responsabile (accountability journalism), in grado di svolgere un’azione di controllo su attori molto influenti, costringendoli a comportarsi seriamente e a giustificare le loro decisioni, ci vogliono anche delle redazioni adeguate. In futuro “l’ecosistema del giornalismo” non sarà più finanziabile solo con gli introiti pubblicitari ma grazie ad una combinazione di attività commerciali, finanziamenti pubblici e iniziative filantropiche o promosse dalle università. Opzioni alle quali si può guardare con simpatia o scetticismo, ma che, in ogni caso, devono essere ulteriormente elaborate.

Anche i ricercatori, non solo i giornalisti, hanno i loro problemi con la definizione di interesse pubblico. Per discutere come e perché la ricerca giornalistica sia importante ai fini dell’interesse pubblico sono arrivati alla conferenza internazionale di Winterthur persino dall’Australia. Sebbene, quasi la metà dei relatori abbia fatto esplicito riferimento a una causa comune, nessuno di loro è riuscito a spiegare in maniera efficace di cosa si trattasse. Soltanto un punto è stato chiarito: fino a quando i ricercatori continueranno a pubblicare i risultati del loro lavoro in periodici scientifici, utilizzando una terminologia incomprensibile e rivolgendosi soltanto a una manciata di colleghi, né la società, né i giornalisti potranno trarre beneficio dalla loro attività, tanto meno i professionisti nel campo delle pubbliche relazioni e i manager dei media, oggetto della maggior parte delle loro ricerche e fonte costante d’informazioni.

Tanto di cappello dunque al lavoro di Downie e Schudson. Da loro i ricercatori, così come i giornalisti potrebbero imparare come aggiustare il tiro delle loro pubblicazioni.Una versione ridotta della ricerca è uscita sul Washington Post; la Columbia Journalism Review l’ha pubblicata in forma più dettagliata, arricchita da accattivanti commenti dei maggiori esperti di media; mentre l’intero report originale è disponibile su Internet.

Stephen Whittle/Glenda Cooper: Privacy, probity and public interest, University of Oxford: Reuters Institute for the Study of Journalism

Leonard Downie/Michael Schudson: The Reconstruction of American Journalism, Columbia University: School of Journalism

Traduzione di Claudia Checcacci

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