I falsi giornalistici sotto la lente

14 novembre 2003 • Etica e Qualità • by

Il Corriere del Ticino, 14.11.2003

Un uomo medio mentirebbe 200 volte al giorno – oppure, per dirla in termini meno drastici, eviterebbe di dire la verità, l’attenuerebbe, la distorcerebbe, ingannerebbe, racconterebbe frottole o simulerebbe «quanto più gli è possibile». Sono i risultati dello studio di John Nicholson dell’Università di Londra e sono stati divulgati di recente dalla NZZ. Uno studio accolto con sollievo nelle redazioni perchè, implicitamente, alleggerisce la posizione dei media, spesso accusati di essere insinceri, anche se non è sufficiente per assolvere completamente il giornalismo per le proprie mancanze.

In Svizzera negli ultimi tempi sono stati scoperti numerosi casi di falsificazione e di scandali. Non solo una testata popolare come il Blick, ma anche la prestigiosa NZZ am Sonntag ne è stata coinvolta a causa della recente falsa intervista di Lorenz Wolffers a Scott Turow. E come non ricordare il caso di Jayson Blair, giornalista della New York Times, che qualche mese fa è stato scoperto ad imbellire, esagerare o semplicemente ad inventare molteplici testimonianze?

Apparentemente i casi in cui i giornalisti e i media informano in modo errato sono aumentati negli ultimi tempi. Molti indizi tendono ad accreditare questa tesi, tuttavia potrebbe anche essere, più semplicemente, che oggi i casi in cui i giornalisti mentono e i media tradiscono il proprio pubblico vengono più spesso alla luce rispetto al passato. E questo grazie ai migliori controlli sulla qualità e all’intensificata auto osservazione del giornalismo.

Comunque sia – l’Osservatorio Europeo di Giornalismo, recentemente fondato all’Università della Svizzera italiana – ha raccolto alcuni dei casi più spettacolari in cui i giornalisti hanno attivamente falsificato delle informazioni o hanno ingenuamente pubblicato notizie false che credevano vere. Le implicazioni sono molteplici. La lettura dei falsi è da un lato divertente, ma mostra anche come le redazioni – nonostante tutte le premure sul mantenimento degli standard di qualità – possano diventare facilmente «vittime» di pecore nere che con le loro azioni mettono in discussione la credibilità stessa del giornalismo. E mette in luce la natura di un inganno inquietante di cui sono vittima i media e i cittadini: quello delle notizie falsificate a tavolino a scopi propagandistici dagli spin doctor, moderni stregoni dell’informazione.

Corrispondenza di guerra: la manipolazione dei media al fronte

Jessica non è un’eroina
È una delle storie che hanno commosso l’opinione pubblica durante la guerra in Irak. Quella di Jessica Lynch, l’intrepida soldatessa americana sopravvissuta a un’imboscata a Nassyriha dopo aver dato fondo alle munizioni sparando contro i soldati iracheni prima di essere ferita e accoltellata. Jessica fu salvata con uno spettacolare e drammatico blitz notturno (il cui filmato fu trasmesso dalle tv di tutto il mondo) nell’ospedale in cui era ricoverata e controllato da decine di soldati iracheni. In realtà Jessica non si ferì combattendo, ma nel ribaltamento del camion militare su cui viaggiava; non sparò un solo colpo ma, per sua stessa ammissione, si mise a pregare. Infine il blitz fu una messa in scena: quando i marines entrarono in azione i soldati iracheni erano già partiti, l’ospedale era sguarnito. Qualche ora prima i medici iracheni tentarono di consegnare la ragazza agli americani, ma furono respinti a colpi d’arma da fuoco a un check point.

La monaca bosniaca violentata
Nell’aprile 1994 i giornali italiani pubblicarono la straziante testimonianza di suor Lucj, una religiosa bosniaca stuprata dalle «Aquile bianche serbe». A distanza di un anno un giornalista scrisse che Suor Lucj aveva dato alla luce un bel maschietto, che aveva lasciato il velo e che viveva a Zagabria. Tempo dopo si seppe che Suor Lucj non è mai esistita: la sua storia era in realtà un racconto di fantasia di un sacerdote, monsignor Alfredo Contran, premiato in occasione di un concorso letterario a fine 1993. Come il suo racconto sia diventato una storia giornalistica ancora oggi è un mistero.

1991 Kuwait: la falsa conquista dell’ambasciata
La guerra di liberazione dell’Irak fu ultimata con una scena molto suggestiva: la riconquista dell’ambasciata Usa a Kuwait City da parte di soldati calati sul terrazzo dell’edificio dagli elicotteri. Esibizione inutile da un punto di vista militare: da giorni l’ambasciata era sguarnita, – per prendere possesso della sede sarebbe stato sufficiente passare dalla porta principale – ma importante dal punto di vista mediatico. Serviva a cancellare il ricordo del tragico atterraggio degli elicotteri sull’ambasciata Usa di Saigon nel 1975. Fu una messa in scena ad uso delle tv.

Il cormorano nero, prima guerra del Golfo
A fine gennaio del 1991 le tv di tutto il mondo diffusero le immagini struggenti di un cormorano imbevuto di petrolio che agonizzava nelle acque del Golfo Perisco, annerite dal greggio dei terminali petroliferi fatti aprire da Saddam Hussein. Quella immagine, a cui nei giorni successivi ne seguirono altre simili, divenne il simbolo della disumanità del rais. A distanza di mesi risultò che quelle immagini erano state girate in un altro Paese e in altri tempi: erano la testimonianza di un altro inquinamento. Gli ornitorologi osservarono che in quella stagione non ci sono cormorani nel Golfo, arrivano solo in primavera. Un reporter ammise di aver girato altre scene di “cormorani neri” con animali prelevati da uno zoo e imbevuti ad hoc di petrolio. E, soprattutto, all’origine c’era un’incongruenza: la Cnn non poteva aver filmato quella scene in Kuwait, perché all’epoca l’Emirato era sotto occupazione irachena e inaccessibile ai media occidentali. Ma nessuno in quel periodo se ne accorse.

La finta minaccia irachena all’Arabia saudita – agosto/settembre 1990
Dopo l’invasione irachena del Kuwait, gli Usa convinsero l’Arabia Saudita a concedere l’uso delle basi e a finanziare la guerra mostrando al governo di Riad foto satellitari dalle quali risultava che le truppe irachene si erano disposte sul territorio in posizione offensiva: una linea formata dai carri armati, una vera e propria spada puntata verso il regno che appariva in imminente pericolo. I giornali di tutto il mondo titolarono: Saddam pronto ad attaccare l’Arabia Saudita. Cinque mesi dopo il San Peterburg Times si procurò altre fotografie satellitari risalenti al periodo agosto-settembre scattate da un satellite commerciale e le fece esaminare da due esperti militari, uno dei quali della Dia (Defence Intelligence Agency). Entrambi esclusero che fosse in preparazione una manovra offensiva: le truppe irachene stavano preparando linee di difesa. Nessun giornale riprese la notizia del San Peterbug Times. In seguito storici e specialisti americani dimostrarono che Saddam non ha mai nemmeno pensato a un’invasione dell’Arabia Saudita.

La strage di Timisoara
Tutto cominciò il 17 dicembre 1989: da quel giorno le notizie sulla strage causata dalla rivoluzione contro il regime di Ceausescu rimbalzarono di agenzia in agenzia, raggiungendo in breve tempo tutti gli angoli del pianeta. I racconti furono minuziosi nei dettagli, precisi nei bilanci: 4632 morti, secondo le più diffuse notizie. Il massacro di Timisoara fu mostrato in continuazione dalle televisioni, e raccontato nei dettagli sulle pagine dei maggiori quotidiani. Le immagini delle fosse comuni fecero rabbrividire l’opinione pubblica mondiale: in pochi notarono che i corpi in questione erano in uno stato troppo avanzato di decomposizione, che erano stati tagliati e ricuciti grossolanamente. In seguito emerse che quei corpi provenivano da un cimitero dei poveri: non c’era stata tortura, ma autopsia, e tutte le incongruenze si fecero tutto d’un tratto evidenti. Disseppelliti e messi in pasto ai media di mezzo mondo, essi crearono un evento mediatico che soppiantò la realtà e che rimane ancora oggi nella memoria storica della civiltà occidentale: in verità, in tutto, nei disordini di piazza del dicembre 1989 a Timisoara ci furono 72 morti e 253 feriti.

Guerra 1914-18: le foto dei soldati morti
Nel 1917 la stampa mondiale pubblicò le foto di «cadaveri di soldati diretti ad una fabbrica di sapone». In realtà si trattava di banali foto di cadaveri di soldati morti in battaglia. Il falso fu ideato dal generale Charteris, uno dei dirigenti del Department of Information di Londra, il quale ebbe la cinica intuizione di abbinare due episodi separati. Due foto – la prima riproducente corpi di soldati morti, la seconda carcasse di cavalli trasportate in una fabbrica per ricavarne olio e sapone – furono trovate addosso a un ufficiale tedesco morto. Charteris unificò sotto un’unica didascalia protagonisti e immagini delle due scene. Londra ottenne due scopi: dimostrò agli occhi dell’opinione pubblica mondiale la disumanità dei tedeschi. Convinse i cinesi, devoti al culto dei morti, e dunque particolarmente inorriditi, ad abbandonare la neutralità e a scendere in guerra con gli Alleati. Nessuno, all’epoca, scrisse che i corpi dei soldati non erano destinati a una fabbrica, ma ad una normale sepoltura.

Altri clamorosi falsi giornalistici

Le interviste di Kummer
Il caso finora più importante di falsificazione che ha coinvolto le redazioni del nostro paese, e la cui responsabilità è di un giornalista svizzero, ebbe come scenario un luogo particolarmente azzeccato: Hollywood. Tutta la faccenda si svolse infatti nella nota metropoli statunitense: Tom Kummer, un autore che vive a Los Angeles, inventò per anni interviste con prominenti star dello show business e del cinema quali Sharon Stone e Courtney Love, e li vendette alla rivista zurighese Tages-Anzeiger e alla Süddeutsche Zeitung. Kummer non fu solo creativo come falsificatore. Per giustificare il suo operato inventò il «giornalismo borderline» – un termine del quale il settore dei media non potrebbe oggi più fare a meno. Lo scandalo fu scoperto nella primavera del 2000 dalla rivista d’informazione Focus.

Il cane che ereditò una fortuna
Alla sua morte, avvenuta a Pisa, la contessa Carlotta Liebenstain designò come unico erede del suo patrimonio di 137 miliardi di lire (circa 100 milioni di franchi svizzeri) il suo amato cane lupo Gunther IV: la notizia fu data nel 1992 e in breve tempo fece il giro del mondo. Le tv inviarono troupes nella casa dell’amministratore Maurizio Mian, che in quel periodo ospitava il cane, «per filmare una giornata del cane più ricco del mondo» con tanto di intervista «alla cuoca assunta soltanto per preparare i pasti quotidiani a Gunther». Dopo tre anni il portavoce della Fondazione Gunther rivelò: «Vi abbiamo preso in giro». Fu tutto uno scherzo per pubblicizzare la Fondazione Gunther, che esiste davvero e che promuove iniziative umanitarie.

Michael Born: un altro falsificatore in serie
Born riuscì, tra il 1991 e il 1995, a falsificare una cinquantina di contributi televisivi che furono trasmessi da Stern TV per RTL. Produsse del materiale anche per Spiegel-TV, Vox, Sat-1, ProSieben e per la svizzera DRS. Tra i suoi numerosi falsi, vale la pena ricordare quello in cui inscenò dei bombardamenti del PKK su alcuni luoghi di villeggiatura in Turchia e quello in cui inventò un servizio su una cellula tedesca del Ku-Klux-Clan. Quando Born fu smascherato, finì in carcere. Dopo il suo rilascio espresse l’intenzione di girare un film satirico sulla manipolazione mass-mediale.

Il caso Cooke
L’articolo apparve il 29 settembre 1980 sul Washington Post e le valse il premio Pulitzer. La storia di «Jimmy, otto anni, di terza generazione di dipendenti da eroina, un precoce bimbo dai capelli color sabbia, vellutati occhi scuri e segni di aghi che marcano la pelle levigata di quel magro braccio scuro», non poteva lasciare indifferente l’opinione pubblica americana. Inventato in modo magistrale, orientato ai più classici valori notizia, il reportage causò una vera e propria mobilitazione popolare: la vita di Jimmy doveva essere salvata. Dopo un periodo in cui Janet Cooke si nascose dietro al diritto di non rivelare le proprie fonti giornalistiche, ammise infine di aver inventato l’intera storia. La giornalista presentò le proprie dimissioni e il prestigioso Washington Post, umiliato per l’incidente, restituì il Pulitzer.

Il diario del Führer
I diari di Hitler appaiono come lo scandalo più spettacolare di falsificazione accaduto nella vicina Germania. Konrad Kujau, un commerciante di cimeli nazisti, riuscì a vendere alla rivista Stern i manoscritti del Führer, da lui stesso falsificati, per diversi milioni di marchi. La notizia fu ripresa da importanti giornali quali il Sunday Times, New York Times e il Newsweek. In un primo momento, parecchi storici valutarono tali documenti autentici – ma successive perizie ne provarono la totale falsità.

Schütz, un falsificatore per missione
Uno dei falsificatori in serie più in gamba operò all’inizio del secolo scorso: tra il 1911 e il 1931 Arthur Schütz – ingegnere e inventore – diede a bere numerose false notizie sulle «assurdità tecniche più raccapriccianti» a giornalisti che, ignari, le pubblicavano. Egli propinò i prodotti della propria fantasia ai redattori, che li acquistavano in buona fede: inventò ruote ovali, isolanti di rame, carburatori per locomotive e molte altre trovate «high tech». L’operato di Schütz aveva uno scopo pedagogico: egli voleva infatti svelare l’incompetenza dei giornalisti, il loro fittizio sapere universale e combattere la presunta autorevolezza della stampa.

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