Il giusto prezzo per un’informazione di qualità

13 gennaio 2010 • Digitale, Editoria, Etica e Qualità, Giornalismo sui Media • by

Corriere del Ticino, rubrica Mondomedia

Mentre si discute ancora se introdurre contenuti a pagamento sui siti di informazione e con quali modalità, in Europa si sta confermando quello che professionisti e addetti al settore dei media avevano più volte preannunciato: la crisi che negli ultimi anni ha messo in ginocchio i giganti dell’editoria americana costringendo numerosi quotidiani locali e nazionali a chiudere si sarebbe ben presto abbattuta anche in Europa, probabilmente con minore intensità, ma con analoghe modalità e conseguenze. E le notizie di questi giorni dell’aumento dei prezzi di alcuni dei maggiori quotidiani  europei lo dimostrano chiaramente.
Dal 2007 a oggi il prezzo di una copia del New York Times è quasi raddoppiato. Il Wall Street Journal è aumentato di 1 dollaro, l’edizione americana del Financial Times di ben 1,50 dollari. E dal primo gennaio 2010 anche il Washington Post e il Los Angeles Times costano 25 centesimi in più.

Le news degli ultimi giorni dimostrano come in Europa attualmente la tendenza non sia tanto diversa: in Italia a partire dal nuovo anno il Corriere della Sera costa 20 centesimi in più (prima di lui già Il Giornale, La Stampa e Libero avevano introdotto degli aumenti), l’inglese Times 10 pence in più raggiungendo per la prima volta in 20 anni il prezzo dei suoi concorrenti Guardian, Daily Telegraph e Independent.

Anche in Svizzera la tendenza è confermata: l’abbonamento annuale alla Neue Zürcher Zeitung nel 2010 costa 24 franchi (+ 5%) in più rispetto al 2009, al Tagesanzeiger del gruppo editoriale Tamedia 10 franchi  (+ 2,7%). Aumenti anche per gli abbonamenti alla Thurgauer Zeitung (+2,2 %) e alla Berner Zeitung (+ 2,5%). Nessuno però come il quotidiano della svizzera francese Le Temps che rialza di 48 franchi (ben l’11% in più).

Come leggere questi segnali?

Di certo l’aumento dei prezzi ci dice che le case editrici e i grandi gruppi editoriali stanno cercando delle strategie e dei rimedi per compensare le perdite date dal calo della pubblicità, dalla crisi economica e dalla concorrenza del web. Cercando se possibile di evitare tagli al personale. Come ricorda l’analista della carta stampata John Morton in un’intervista a una emittente pubblica americana, si tratta di una misura adottata anche in passato in tempi di crisi. La differenza è che un tempo con questa misura si perdeva subito il 5% della diffusione che poi però negli anni si recuperava. Oggi grazie ad internet e alle notizie gratuite non è più così, ciò che si perde difficilmente si recupera.

Markus Spillmann, direttore della NZZ, a ragione spiega che l’informazione di qualità è un bene che costa e in un momento in cui le inserzioni pubblicitarie sono drasticamente calate è necessario compensare le perdite per poter offrire lo stesso tipo di servizio.

Al contrario, Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, giornalisti e editorialisti del Corriere della Sera, in una lettera al loro giornale pubblicata lo scorso 7 gennaio, dicono di capire le motivazioni (calo dei ricavi e del fatturato pubblicitario) che hanno spinto il gruppo editoriale ad introdurre l’aumento. D’altra parte, in un momento in cui la crisi economica si fa sentire su tante famiglie italiane, non sarebbe cosa da poco pretendere un 20% di più dal proprio lettorato. E, aggiungono,  a questo punto sarebbe anche giusto che il gruppo Rcs rinunciasse ai contributi e alle agevolazioni pubbliche che, seppur minime, ancora riceve.

È evidente che se anche la crisi della stampa è globale, ogni paese ha problematiche e contingenze proprie con le quali fare i conti.
Come è innegabile che oggi grazie all’online il giornale per molti, soprattutto giovani, ha perso il suo valore e rischia di essere sempre meno “la preghiera del mattino dell’uomo moderno”. Il suo posto lo hanno preso gli i-phone e i dispostivi elettronici multiuso di ultima generazione per i quali i soldi – e tanti – si spendono sempre volentieri.
Ma per chi continua ad esserlo e vorrebbe fosse sempre così, sorge spontanea una domanda: cosa aspettano i grandi e i piccoli della carta stampata a introdurre contenuti a pagamento sui siti di informazione online? Che anche in Europa, come negli Stati Uniti, qualche grande testata chiuda? Speriamo di no.

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