Il “rumore” di fondo del web e il ruolo del giornalismo

26 maggio 2015 • Etica e Qualità, Più recenti • by

Dan Tantrum / Flickr CC

Dan Tantrum / Flickr CC

Un segnale d’allarme arriva dall’Italia: un team di ricercatori ha analizzato come teorie cospirazioniste e le bufale si propagano facilmente su Facebook e confrontato la loro veloce diffusione rispetto a quella di notizie di fonti più attendibili o di informazioni scientificamente “verificate”. Il team guidato da Walter Quattrociocchi (Istituto IMT Alti Studi di Lucca) ha esaminato 270 mila post pubblicati da 73 pagine Facebook italiane.

I risultati fanno riflettere: ricercatori e giornalisti che servono il pubblico nella tradizione dell’Illuminismo non sembrano avere possibilità di fermare la disinformazione e il debunking stesso potrebbe non servire o addirittura favorire la proliferazione della disinformazione. Semplicemente, essi non possono competere con la velocità con cui le stupidaggini si diffondono tramite like e condivisioni, diventando virali in modo inarrestabile. I giornalisti motivati dal servire la verità hanno sempre avuto grosse difficoltà nel contesto altamente politicizzato dei mass media italiani, ma nei social media sembrano perdere terreno in modo ancora più massiccio, travolti spesso da una valanga di bufale e falsi giornalistici.

I ricercatori dei media nei Paesi anglosassoni e germanofoni concordano da tempo sul fatto che i media e i giornalisti abbiano perso il loro ruolo di gatekeeper nel discorso pubblico, ma ciononostante continuano a discutere intensamente le conseguenze di questa situazione per la società. Certi guru del web come James Surowiecki e Clay Shirky, convinti delle potenzialità dell’intelligenza collettiva nel facilitare il cambiamento sfruttando il Web, stanno lottando contro gli scettici che temono che i troll e i “barbari” abbiano invece preso il potere sui social media e sugli spazi dedicati ai commenti dei contenuti online.

In Italia, i commenti agli articoli online o sulle pagine social dei giornali sono particolarmente sotto i riflettori e oggetto di dibattito negli ultimi tempi. Da un lato, numerosi opinionisti di primo piano tendono a condannare il web perché, dal loro punto di vista, il rumore di fondo dei commenti volgari sarebbe talmente alto da trasformare l’online in una “fogna a cielo aperto”, dove non sarebbe possibile alcuna conversazione costruttiva a causa del sedicente “popolo del Web”, una categoria sociologica inesistente e che implica una separazione tra chi frequenta Internet e chi, invece, la realtà concreta. Una visione miope, questa, che studi empirici sui commenti online come quello recente dei danesi Mads Kaemsgaard Eberholst e Jannie Moller Hartley (Roskilde University) stanno sfatando, numeri alla mano, confermando che, sì, spesso i commenti online sono pessimi, ma complessivamente il tenore del dibattito in Rete è costruttivo.

Il problema dei commenti troppo violenti, però, esiste e non va sottovalutato. Diversi organi di stampa nel contesto tedesco hanno persino organizzato degli hate slam per sensibilizzare il loro lettori su questo tema, mentre altri, invece, hanno semplicemente chiuso le sezioni dedicate ai commenti poiché non in grado né di moderare la disinformazione, né le sozzerie. Ma è vero che si hanno i commentatori che ci si merita e che la moderazione e la coltivazione di una community sana sono un must per il giornalismo. Anche per questo, non dobbiamo arrenderci. Per citare Albert Camus, dovremmo fare come Sisifo, realizzato e felice anche se deve spingere il masso su per la montagna, sapendo bene che rotolerà giù ancora più e più volte.

Articolo pubblicato originariamente sul Corriere del Ticino il 22/05/2015

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