Investigatori per la democrazia

29 giugno 2017 • Etica e Qualità, Più recenti • by

La statua di Joseph Pulitzer a Liberty Island, New York (Fernando DC Ribeiro / Flickr CC / BY-NC 2.0)

Se gli editori e i direttori dei giornali prendessero decisioni solo ed esclusivamente secondo le regole della razionalità economica, il giornalismo d’inchiesta sarebbe già sparito da tempo. Di solito, infatti, non è molto redditizio esonerare i giornalisti dal loro lavoro di routine in redazione per consentire loro di fare indagini lunghe settimane, se non mesi.

Questo è dovuto al fatto che, da un lato, i risultati non sono assicurati e, dall’altro, che persino quando i reporter riescono a portare alla luce uno scandalo, spesso non si riesce a trarre un beneficio economico dallo scoop: online, anche l’esclusiva più esclusiva, una volta che viene ripresa dai concorrenti, è infatti accessibile a tutti in pochi minuti. Anche chi non ha partecipato alle spese delle indagini, beneficerà della storia tanto quanto coloro che hanno faticato per scovarla e controllarne la veridicità.

Positivo per carriera e prestigio
Questa situazione rende legittimo chiedersi perché molte redazioni ancora inviino i loro “investigatori della democrazia” a indagare la corruzione e gli abusi di potere della politica, dell’economia e della società. Per i ricercatori nel campo dei media, la domanda è interessante in modo particolare. L’economista dei media James D. Hamilton (Stanford University), ad esempio, è convinto che i proprietari di aziende mediatiche e i giornalisti vedano il “valore” del giornalismo d’inchiesta nel potenziale di avanzamento di carriera e nel prestigio che questo tipo di pubblicazione può apportare in termini di “soddisfazione ideologica” dovuta alla sensazione di poter cambiare il mondo.

D’altro canto, Hamilton non lascia dubbi sul fatto che il giornalismo d’inchiesta venga “più discusso che praticato”, semplicemente perché i vantaggi che si possono generare per la società e la collettività non si riflettono poi anche sui bilanci delle imprese mediatiche. Anche i rischi dell’imbarcarsi in un’indagine non sono prevedibili: “la ricerca di potenziali storie è paragonabile a quella delle fonti di petrolio” e non vi è certezza che l’investimento possa pagare. Per Hamilton in questo caso ci si troverebbe di fronte a un fallimento del mercato e le “aziende mediatiche a scopo di lucro che si finanziano tramite gli introiti provenienti da pubblicità e abbonamenti, inevitabilmente non investiranno sufficientemente nel giornalismo d’inchiesta”. Dal punto di vista dell’offerta, aggiunge ancora spassionatamente Hamilton, “costa sicuramente di meno ripetere e presentare in una nuova veste i fatti scoperti da qualcun altro”.

Tra gli incentivi più importanti per le redazioni a dedicarsi comunque al giornalismo d’inchiesta, almeno negli Usa, si può contare la possibilità di vincere un premio prestigioso come il Pulitzer. Per questa competizione, ogni anno, fra le 2400 candidature inviate, molte sono ancora per progetti d’inchiesta. Hamilton ha analizzato nel dettaglio i media premiati e prevedibilmente ha scoperto che New York Times e Washington Post sono ancora pilastri importanti nel campo delle inchieste. Molte aziende più piccole, invece, non ci si dedicherebbero più, proprio a causa della mancanza di risorse. Nel nuovo millennio, quasi la metà dei premi sarebbero stati conferiti a sole cinque aziende mediatiche.

A volte sono le decisioni irrazionali a essere più favorevoli al giornalismo d’inchiesta, come constatano gli economisti comportamentali. Anche i caporedattori e gli editor, spiega ancora Hamilton, diventerebbero vittime della fallacia dei costi irrecuperabili (dall’inglese “sunk cost fallacy”): proprio perché si è già investito molto in un’inchiesta, si spendono altri soldi pur di portarla a termine, invece di fermarsi a un certo punto e ignorare le spese sostenute. Gli effetti benefici della fatica giornalistica che un’inchiesta comporta, come la possibilità che corrotti e criminali perdano davvero i loro “posti di lavoro” o che una politica possa essere ripensata, inoltre, verrebbero valutati solo molto raramente, poiché questi tentativi di valutazione possono essere “complessi, controversi e costosi”.

“La pressione da parte della concorrenza e i sistemi di motivazione professionale” nelle redazioni porterebbero a un utilizzo delle risorse “molto più probabile per svelare truffe e malfunzionamenti” con sempre nuovi progetti, invece di chiedersi “quali risultati abbiano dato le indagini in corso”. Questo starebbe però cambiando dal momento che il giornalismo d’inchiesta viene finanziato sempre più spesso da fondazioni e organizzazioni non-profit, dato che queste vogliono mostrare che le loro donazioni sono servite a qualcosa.

La promessa big data
Per il futuro del giornalismo d’inchiesta Hamilton mostra l’ottimismo tipico della Silicon Valley e della Stanford University, suo quartier generale: a suo vedere, la combinazione di big data e algoritmi potrebbe facilitare i giornalisti nel “riconoscimento di motivi ricorrenti” e nella “scoperta di attività e intenzioni nascoste dai funzionari pubblici” e potrebbero quindi essere d’aiuto per raccontare proprio quelle storie che servono per tenere sotto controllo chi ne è protagonista.

Probabilmente questo ottimismo è anche alla base della decisione di Hamilton di apportare dei cambiamenti alla formazione giornalistica della Stanford University per concentrarla completamente sul data journalism. Ma anche in questo caso Hamilton rimane realista: i laureati che possiedono queste competenze hanno anche molte possibilità di esercitare professioni con un salario migliore di quello potenzialmente proveniente dalle inchieste fatte per una redazione. Considerando poi che molti di loro devono pure ripagare ingenti prestiti e il loro salario sarebbe misero, l’inizio di una carriera giornalistica è per loro praticamente impossibile.

Questo articolo è stato tradotto dall’originale tedesco apparso per la prima volta sulla Neue Zürcher Zeitung

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