Italianizzazione del giornalismo

28 aprile 2005 • Etica e Qualità • by

Werbewoche, aprile 2005

«Habemus papam». Ora che è stato eletto il nuovo Papa e quello precedente è stato condotto al sepolcro, c’è ancora qualcosa da dire? Assolutamente sì – pur sapendo che così rischio di alimentare ciò che in realtà vorrei severamente criticare: il fatto che i media, qui e altrove, per settimane, sembravano conoscere un unico argomento.

E il modo in cui hanno innalzato la sofferenza e la morte di un ottantaquattrenne a un avvenimento di culto di portata mondiale, mettendo in moto milioni di fedeli, al punto che persino prima di celebrare le esequie di Giovanni Paolo II, su Internet, un motore di ricerca è giunto alla conclusione che l’attenzione dei media nei confronti della morte del Papa a livello mondiale fosse stata di ben dieci volte superiore rispetto alla rielezione del presidente americano Bush, l’uomo più potente al mondo, o almeno così si presume. Persino il moderato Wall Street Journal Europe, ha attribuito a Giovanni Paolo II il «carisma di una popstar» – una recente esagerazione che probabilmente d’ora in poi procurerà notti insonni a Madonna e Mick Jagger.Cosa ha spinto i giornalisti – o forse sarebbe più opportuno dire i media – (a livello mondiale? O, forse meglio, da noi, nell’emisfero occidentale?) a trattare in breve tutte le altre notizie? Perché di colpo tanta attenzione verso una realtà quotidiana, quasi sempre rimosso, ossia la sofferenza e la morte di una singola persona?

Innanzitutto devo ammettere che io stesso sono stato sorpreso dalla portata di questo evento mediatico – e quindi neanche per l’osservatore più esperto è facile trovare spiegazioni plausibili a questo comportamento, che contrasta con il modo in cui si affrontano i temi religiosi nella società secolarizzata dove sono per lo più le sette ad attirare l’attenzione giornalistica, piuttosto che le grandi comunità religiose. Tenendo in considerazione le chiese deserte, tanti giornali regionali ormai preferiscono pubblicare il programma del cinema anziché l’orario delle messe. Gli stessi media per molti di noi sono diventati una comunità religiosa sostitutiva – sia se, piuttosto che celebrare la messa, stiamo spaparanzati davanti alla tivù, sia se qualcuno scambia uno spettacolo televisivo per il confessionale e ci rivela le sue emozioni più profonde.

Una spiegazione plausibile potrebbe essere l’istinto gregale dei giornalisti nel villaggio globale – unito al potere di messinscena di un’istituzione che ha alle spalle duemila anni di storia e che è responsabile per ciò che non è razionale, non è tangibile e quindi anche per i nostri desideri di conforto. Ecco perché questa volta mi tocca contraddire anche il redattore di Weltwoche Sacha Wigdorovits (14.4.2005): il miracolo comunicativo che per settimane ci ha stravolti si può spiegare solo in parte ricorrendo a concetti come «politica del marchio» o affibiando al Papa il nome di «brand manager». Sia ben chiaro che non si vogliono affatto minimizzare le capacità comunicative di Giovanni Paolo II e della sua Chiesa – anzi.

Ciò che abbiamo vissuto non era il momento magico di un giornalismo sulla via della globalizzazione. Per me è stato più che altro l’indizio di un’italianizzazione dei media – perché in nessun altro luogo del mondo occidentale i giornalisti tendono tanto alla tematizzazione, ovvero alla focalizzazione su un unico argomento, come in Italia – e in nessun altro luogo in cui vigono condizioni liberali-occidentali mi sembrano così dipendenti e strumentalizzati dalle loro fonti nell’ambito della politica e del costume.

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