La perdita collettiva del senso della realtà

5 settembre 2011 • Etica e Qualità, Giornalismo sui Media • by

Schweizer Werbewoche, 26.8.2011

Cosa hanno in comune l’epidemia di Escherichia coli, il terzo tracollo delle borse in pochi anni, l’ombrello di protezione, sempre più in balia del vento, concepito per la Grecia, l’Italia & Co. – di fatto, già in bancarotta – l’inversione di tendenza nella politica del nucleare e, possibilmente, anche la follia omicida di un pazzo, che ha terrorizzato la Norvegia?

A un primo sguardo, apparentemente proprio niente, eccetto che si tratta di eventi che nelle ultime settimane e negli ultimi mesi hanno assorbito completamente la nostra attenzione. A un’analisi più approfondita invece hanno molto in comune, al punto che, facendo appello a buone ragioni, potremmo sostenere la tesi audace che se questi avvenimenti non si fossero verificati affatto o si fossero verificati in modo diverso, i media e i giornalisti avrebbero svolto il compito che dovrebbe spettare loro in nome del tanto osannato interesse pubblico.

Lo stesso interesse pubblico che viene tranquillamente e imperdonabilmente trascurato durante lo svolgimento del loro lavoro quotidiano. Se solo i giornalisti eseguissero le ricerche del caso prima di strombazzare notizie allarmanti ai quattro venti, forse l’epidemia di Escherichia coli non si sarebbe verificata affatto. Se gli organi di controllo avessero realmente vigilato, non ci sarebbe stato bisogno né di ombrelli di protezione né dell’ultimo tracollo delle borse. Semplicemente, non si sarebbe mai arrivati al punto in cui i politici di tutta Europa credono di poter approvare delle leggi, alle quali tutti tranne loro dovrebbero attenersi. Forse l’Euro non sarebbe esistito affatto se i giornalisti ci avessero avvertito per tempo che l’avvoltoio della bancarotta incombeva su molti Stati.

Se, per anni, i media non avessero puntualmente distolto lo sguardo, anche la svolta energetica in Svizzera e in Germania sarebbe stata meno brusca, sarebbe stata introdotta da risultati meno assurdi e, probabilmente, molto prima. Inoltre, non sarebbe stata innescata da Fukushima ma dalla domanda, rimasta da sempre irrisolta, sulle possibilità di smaltimento e isolamento delle scorie nucleari. Se invece in Francia e nella Repubblica Ceca, i mezzi di comunicazione uscissero dal proprio cortile, forse, dopo Fukushima, i reattori nucleari non continuerebbero a produrre in modo così efficiente l’energia elettrica che alimenta le reti di approvvigionamento dei paesi confinanti. Perfino l’attentato terroristico norvegese è difficile da immaginare se, prima di lui, altri terroristi non avessero smaniato per conquistare l’attenzione dei media di tutto il mondo, riuscendo nel loro intento, per di più in maniera piuttosto calcolata.

È forse esagerato ipotizzare che in molti casi i media, invece di informarci, contribuiscono alla perdita individuale e collettiva del senso della realtà? Siamo tutti sopraffatti dalla realtà confezionata dai mezzi di comunicazione di massa. Per una crescente fetta della popolazione dovremmo supporre fiduciosamente che faccia sognare soluzioni facili e probabilmente, di nascosto, un uomo forte. Una situazione di disordine altamente esplosiva che mette a repentaglio la democrazia. La fine del mondo sembra vicina, tuttavia ogni giorno assume nuove forme.

Questa è la tiritera con la quale i media e i giornalisti ci fanno trasalire quotidianamente. Comunque, proprio la televisione ci distoglie dalla realtà trasmettendo le sue soap e offrendoci una via di fuga verso mondi virtuali: come anni fa aveva affermato il linguista Umberto Eco, la televisione ci “infantilizza”. Lo stesso si potrebbe dire dei giornali distribuiti gratuitamente e di Youtube. Anche se, giustamente, gli studiosi che si occupano degli effetti dei media sui telespettatori ci mettono in guardia da modelli di interpretazione troppo semplificati: infatti, è difficile negare le conseguenze di istupidimento o di abbandono quando la televisione – con le sue orge di violenza e i talk show a cuore aperto – è impiegata a tempo pieno non solo come baby-sitter dei neonati ma anche di bambini, adolescenti, disoccupati e anziani.

Sicuramente non dovremmo commettere lo stesso errore dei Greci che punivano il portatore di cattive notizie. Di fronte alle condizioni desolate in cui versiamo e alla montagna sempre più alta di notizie funeste, è il momento di mettere a tema pubblicamente i danni collaterali che i media causano quotidianamente, proprio perché spesso non svolgono soltanto il ruolo di vettori neutrali di notizie, rendendo sensazionali gli eventi, e perché ci gettano nella paura e nel terrore nella macchina del vento mediatica.

Sebbene non sia possibile provarlo in maniera inconfutabile, l’esempio del populismo politico è illuminante. Infatti questo fenomeno che ha iniziato la sua marcia attraverso le istituzioni e, in molti casi, già le regge o minaccia di diventare dilagante, avrebbe avuto ben poche possibilità di successo se non fosse stato accompagnato da inni demagogici di sottofondo. I magnati dei media quali Berlusconi e Murdoch – ma anche che molti imprenditori mediatici che evitano le luci della ribalta come il diavolo l’acqua santa – hanno causato alla nostra società danni molto ingenti; sicuramente più gravi di quanto i mezzi di comunicazione lascino intendere, quando qualche volta cercano di svergognarli.

Da ultimo: la perdita del senso della realtà inizia già a scuola, quando gli insegnanti non riescono a fare chiarezza su tali dinamiche, poiché nell’orario settimanale non è dedicato abbastanza spazio all’economia e alla scienze della comunicazione.

Traduzione dall’originale tedesco “Kollektiver Realitätsverlust” di Claudia Checcacci

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