Libertà di stampa senza frontiere?

12 gennaio 2006 • Etica e Qualità • by

Il Corriere del Ticino, 12.1.2006

Sebbene molto diversi, il caso del Sonntagsblick e quello della trasmissione del video-shock sull’esecuzione di Quattrocchi sollevano – insistentemente – la stessa domanda: dove possono spingersi i media per il loro desiderio di fare sensazione?

Il Consiglio federale ha condannato la consegna alla stampa e la pubblicazione da parte del Sonntagsblick di un documento segreto. Questo modo di agire danneggia la reputazione e la credibilità del nostro Paese. È inoltre un reato. Tuttavia in un’intervista il senatore ticinese Dick Marty ha dichiarato che gli è stata negata la visione di un rapporto riservato, e che un presento terrorista è stato interrogato in segreto dalla polizia federale e poi « inviato» negli USA.

Innanzitutto c’è stato lo scoop del Sonntagsblick. Il giornale popolare zurighese ha pubblicato domenica un fax segreto spedito dal Ministero degli affari esteri egiziano e intercettato dai servizi d’informazione svizzeri. Il documento mette nero su bianco ciò che si mormorava da mesi, ossia che il governo americano ha violato per l’ennesima una volta il diritto internazionale detenendo in luoghi segreti d’ Europa presunti terroristi, interrogandoli e torturandoli.

Poi c’è stato il caso del videoshock trasmesso alla televisione italiana – mostrato per la prima volta al TG 1 nell’edizione delle 17 – che mostra i momenti immediatamente precedenti l’esecuzione di Fabrizio Quattrocchi, il bodyguard ucciso nell’aprile 2004 dai miliziani iracheni. La procura italiana ne ha autorizzato la parziale diffusione: da allora è stato riproposto decine di volte. I media italiani, spesso inclini a dare fin troppe informazioni su quello che ritengono il «tema del giorno», anche questa volta hanno dato molti dettagli irrilevanti sulla terribile vicenda, di cui si sapeva già praticamente tutto da tempo.

Sebbene molto diversi, questi due casi sollevano – insistentemente – la stessa domanda: dove possono spingersi i media per il loro desiderio di fare sensazione, tenendo conto che da una parte devono battere la concorrenza per aumentare l’audience o la tiratura, ma dall’altra devono sempre tener presente di essere al servizio del bene comune? Essendo questi due casi molto diversi nella loro sostanza, anche le risposte sono differenti: nel caso specifico bisogna concedere al Sonntagsblick che si è comportato in modo coraggioso e professionale pubblicando il fax. Quando si incarcerano degli individui senza un processo e per di più li si tortura, si viene a creare una situazione inaccettabile che, in una democrazia, deve essere condannata pubblicamente fino alla sua rimozione.

Le preoccupazioni della Svizzera sulla sua sicurezza nazionale vanno certamente prese sul serio, ma in questo caso concreto non vedo alcuna minaccia. Che i servizi d’intelligence – anche di nazioni con rapporti amichevoli tra di loro – si spiino a vicenda non è affatto una novità. E può anche capitare che qua e là ci sia una fuga di notizie. Ad ogni modo, chiunque abbia passato il fax al Sonntagsblick può giustificarsi dicendosi di aver agito nell’interesse del mondo libero. Né il giornalista, né il cittadino svizzero sono tenuti a essere leali con un governo straniero, anche se si tratta di quello americano, che contro ogni principio costituzionale e la dichiarazione dei diritti umani priva dei cittadini della loro libertà. Tutt’altro discorso vale per il video dell’esecuzione, dove si cade in un macabro sensazionalismo: con il dovuto rispetto, non riesco a individuare un « interesse pubblico » nel nome del quale certe immagini devono essere trasmesse e ritrasmesse. Sebbene le immagini fossero state in precedenza mostrate alla famiglia di Quattrocchi, mandarle in video costituisce, a mio avviso, un’intromissione brutale nella loro privacy che riapre vecchie ferite.

Chi nutre tanto interesse nella diffusione di una tale immagine – se non i terroristi stessi, che vogliono diffondere paura e terrore? Certo, un ovvio interesse ce l’hanno anche le emittenti che vogliono fare audience e che sanno che i loro voyeuristici spettatori (mi riferisco, mi scuserete, a quasi tutti noi…) finiscono per gettare un occhio, se gliene si dà la possibilità. Ma questo non è certo buon giornalismo.

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