L’informazione imbavagliata

6 marzo 2010 • Etica e Qualità • by

Corriere del Ticino

La decisione del CdA della RAI di sospendere la messa in onda dei programmi di appro­fondimento informativo, sostituendoli con tri­bune elettorali (per i cardini del regolamento www.francoabruzzo.it), non è certo una notizia spendibi­le sui media mainstream esteri come la recente gaf­fe del cuoco Bigazzi e i gatti in pentola. Fa però ri­flettere che a qualche giorno dal provvedimento i maggiori quotidiani non ne abbiano parlato. Fat­ta eccezione per alcuni come il londinese Indepen­dent e il francese Le Figaro. Nemmeno giornali co­me il Times o la Süddeutsche Zeitung che solita­mente seguono le vicende dell’Italia con molto in­teresse.

Certo il regolamento in questione non è di facile lettura. Si tratta di un argomento più adat­to ad un pubblico specialistico e per gli addetti al settore. D’altra parte la sospensione dei talk show e il fatto che il provvedimento sia stato approva­to dal CdA dello stesso editore dovrebbe costituire motivo di interesse per tutti quegli organi di infor­mazione e di controllo della democrazia da mesi attenti al problema della libertà di stampa e di in­formazione in Italia.

Non sarà che il provvedimen­to non fa notizia perché per una volta non è tut­ta colpa di Berlusconi?

Il dubbio viene. E confer­merebbe una tendenza comune non solo ai media del Bel Paese – che da mesi si accapigliano per questioni di escort, minorenni, transessuali e com­plotti di varia natura – ma anche a quelli delle al­tre democrazie: l’ingordigia per il gossip e gli scan­dali politici, i pettegolezzi dello star system e i fat­ti privati di personaggi pubblici e famosi.

A que­sta analisi ben si presta il libro «Politica Pop. Da “Porta a Porta” a “L’isola dei famosi”» di G. Mazzoleni e A. Sfardini che così bene illustra lo stato di salute della comunicazione politica italia­na mettendo in luce proprio quelle caratteristiche connaturate al sistema televisivo che oggi – in no­me di una informazione e di una comunicazione politica equilibrate – sono sotto accusa. Stiamo parlando di quel modo di fare informazione e di intendere la politica di cui oggi la Tv si avvale de­finiti come «infotainment» (informazione e intrat­tenimento) e «politainment» (politica e intratte­nimento), per cui programmi come «Porta a Por­ta» e «Annozero» trattano temi di attualità e po­litica in modo leggero e frammentato, condendo­li con ingredienti populistici e slogan d’effetto com­prensibili anche dalla massaia di Voghera.

Ma c’è dell’altro. Se da una parte i media scadono in lin­guaggi popolari e contenuti gossipari, dall’altra è anche vero che i politici per arrivare al loro elet­torato si prestano volentieri al gioco improvvisan­dosi provetti attori. Guai a mancare nei salotti di Vespa e Santoro. E sono i primi a rinunciare ad un dibattito civile educato e onesto prerogativa di un rispetto intellettuale e morale verso chi guar­da e ascolta. Bisogna sfatare il mito per cui «è sempre colpa dei media». Anche la classe politi­ca ha le sue colpe. Troppo comodo penalizzare i talk show che poi, sono davvero in grado di spo­stare voti?

Ma la questione vera è un’altra: il con­flitto di interessi tra chi governa e chi gestisce la Tv pubblica. E non è tutta colpa di Berlusconi co­me si vuol far credere perché è più comodo e fa vendere di più, anche all’estero. Ma di quella par­te dell’Italia che si nasconde dietro a grandi teo­remi e poi, di fatto, si ostina a non volere guarda­re avanti ad una democrazia moderna in cui plu­ralismo e libertà di espressione sono dei diritti. Non degli impedimenti. In cui politica e informa­zione non vanno a braccetto ma guardano l’una all’altra senza mai sposarsi o confondere i propri ruoli. Infine, quell’Italia che non si indigna nem­meno di fronte ad una così manifesta «ingordigia della politica» che, come ha detto G. Floris, «si mangia l’editore, l’azienda, i conduttori, i giorna­listi e anche gli ospiti. Oltre, naturalmente, ai te­lespettatori che pagano il canone». E questa, co­me ha scritto il Corriere della Sera, «la chiamano informazione».

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