Media e società in Egitto a due anni da Piazza Tahrir

4 febbraio 2013 • Etica e Qualità, Libertà di stampa • by

In ogni tempo ci sono luoghi e istituzioni che, per definizione, diventano simbolo delle rivoluzioni. E’ stato così anche per l’Egitto che ha impresso nella memoria dei più piazza Tahrir, dove il 25 gennaio del 2011 milioni di egiziani si riversarono per chiedere “isqat al-nizam”, la caduta del regime dell’allora rais Hosni Mubarak. Pochi giorni dopo, la protesta prese di mira anche il palazzo sede della Tv di Stato egiziana, considerata un emblema della dittatura di Mubarak. A due anni di distanza, le celebrazioni della rivolta si sono trasformate in una nuova protesta che sta attraversando e insanguinando le maggiori città egiziane, dal Cairo a Port Said, a Suez, da Ismailia ad Alessandria.  Nelle piazze e per le strade c’è la rabbia per i valori di piazza Tahrir traditi dal governo di Mohammed Morsi, per una piega troppo “islamista” nel governo del Paese, sotto la guida del primo presidente democraticamente eletto (esponente dei Fratelli Musulmani), per una situazione economica che rende difficile la sopravvivenza quotidiana della maggior parte della popolazione. Una piazza inferocita e poco organizzata, soprattutto rispetto a due anni fa. Chi sono coloro che stanno protestando per le vie e le piazze egiziane in questi giorni e per quale motivo? Chi sono gli autori delle violenze durante queste manifestazioni? Le risposte cambiano, a seconda del punto di vista politico.

Raccontare e cercare di spiegare quanto sta accadendo in Egitto in questi giorni non è un “gioco da ragazzi”. E forse neanche da giornalisti, vista la crescente disapprovazione, da più parti, nei confronti degli operatori dell’informazione: fonte della critica e bersaglio cambiano, anche in questo caso, a seconda che si tratti di organi di informazione pubblica (reputati strumenti del governo) o privati (reputati a favore delle opposizioni, qualche volta indipendenti). Ad essere uguale per tutti è l’accusa di distorcere la realtà.

Invariata, dai tempi di Mubarak,  la difficoltà di essere giornalisti in un Paese dove non è ancora garantita la libertà di espressione, come lo stesso Committee to protect journalists ha di recente più volte denunciato: “C’è una crescente tendenza a colpire le voci critiche e indipendenti sotto il governo di Morsi, situazione che preoccupa soprattutto alla luce della mancanza di protezione per la stampa da parte della nuova Costituzione” ha dichiarato Sherif Mansour, coordinatore del programma per il Medio Oriente e il Nordafrica del Cpj. I più colpiti sono i media privati (tra questi, Al Watan, Al Tahrir, Youm7, Al Masry Al Youm per la stampa, Cbc e Ontv per citare alcune tra le maggiori emittenti private). Al Jazeera nella sua versione araba è finita nel mirino delle critiche degli oppositori di Morsi, perché considerata troppo vicina alle posizioni della Fratellanza Musulmana, mentre Al Jazeera English viene criticata dagli islamisti e dai sostenitori di Morsi, per “enfatizzare la protesta”.

Le profonde divisioni interne all’Egitto – e ai suoi media – hanno infranto quell’immagine di unità nazionale di piazza Tahrir e sono diventate evidenti nei mesi scorsi, quando si avvicinava l’approvazione della bozza di Costituzione (stilata da un’assemblea costituente dove i gruppi di ispirazione islamica detenevano la maggioranza) e il Paese si accingeva ad affrontare il dibattito pubblico, prima del referendum popolare che si è svolto il 15 dicembre 2012. Tra “sharia sì, sharia no”, una forte polarizzazione ha caratterizzato tutto il periodo prima del referendum e continua oggi, in riferimento all’accordo o meno con l’adozione della legge islamica quale fonte prima del diritto.

Nel frattempo i canali vicini ai salafiti – tra questi Iqraa, Al Umma, Al Rahma, Al Nas, Al Risala – molto seguiti perché da sempre trasmettono prediche religiose, si sono per la prima volta “buttati in politica” promuovendo dibattiti sulla Costituzione e sollecitando il pubblico a votare “sì” al referendum, per avere “aperte le porte del paradiso” (nel migliore dei casi), per “non bruciare all’inferno” (nel peggiore dei casi). I maggiori canali pubblici – ripuliti nei vertici da Morsi, tra questi Al Ahram, Nile Tv e l’agenzia Middle East news agency – invece si sono dimostrati in forte “imbarazzo mediatico” ed hanno abidcato il proprio ruolo di servizio pubblico a favore delle emittenti private. Queste ultime, fortemente critiche con il potere come un “watchdog” dovrebbe essere, sono ora sottoposte a notevoli pressioni e formali denunce per le loro posizioni nei confronti del governo dei Fratelli Musulmani.

Emblematico è il caso della popolare trasmissione Al-Bernameg in onda su Cbs (una versione tutta egiziana dell’americano Daily Show) che pochi giorni prima del referendum sulla Costituzione, facendo sorridere sull’improbabile copertura mediatica del dibattito sulla carta costituzionale (dustur in arabo) tentava di far riflettere il pubblico in modo “laico” sul nesso tra religione e politica. Il conduttore e inventore dello show Bassem Youssef è stato accusato di aver offeso il presidente Morsi, perché nel corso di una delle trasmissioni ha mostrato la sua immagine stampata su un cuscino.

Tutto ciò con il risultato – per dirla con Ekram Ibrahim, giornalista di Ahram Online – che “questa polarizzazione ha creato una società e un sistema di informazione che soffrono dei disturbi di una personalità borderline”.

Crediti fotografici immagine in homepage di Piazza Tahrir: Hossam el-Hamalawy on Flickr 

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