Il giornalismo, le minoranze e il new(s) racism

27 agosto 2014 • Etica e Qualità • by

I media europei, spesso, ignorano o trattano in modo errato le questioni riguardanti le minoranze come i Tatari di Crimea o i Rom. A riportarlo, alcune organizzazioni per i diritti umani e studi recenti, a cominciare da un nuovo paper che si è incentrato sulle minoranze etniche in Polonia e Slovacchia e il trattamento da loro ricevuto dagli organi di stampa. I ricercatori, in questo caso, hanno riscontrato come i media nei due paesi pubblichino raramente articoli che trattano delle popolazioni Rom nei loro paesi di riferimento.

Per approfondire: Mister Media: uno studio sulle minoranze nei mezzi di informazione

Teun van Dijk, un accademico specializzato in discourse analysis, ha invece efficacemente descritto il coverage riservato alle minoranze come “new(s) racism” nel paper “New(s) Racism: A Discourse Analytical Approach”. “Nei media contemporanei”, scrive van Dijk, “come 50 o 100 anni fa, gli stranieri, i migranti, i rifugiati o le minoranze tendono a essere invisibili o, se non invisibili, descritti come un problema o come un ‘loro’ invece che come una parte di  un ‘noi'”.

Secondo Van Dijk, quello che lo studioso olandese chiama new(s) racism appare quando le minoranze vengono “stereotipate, marginalizzate ed escluse in diversi modi dal discorso pubblico: attraverso una selezione di argomento biased (tradizionalmente crimine, violenza, droghe e immigrazione illegale), nei titoli, nelle immagini, nei lay-out, nelle parole, nelle metafore e in molte altre proprietà negative delle news e degli articoli. In questo modo, gli immigrati e le minoranze sono sistematicamente definite non solo come qualcosa di diverso, ma come qualcosa di deviato o persino come una minaccia”.

Neil Clarke, managing director di Minority Rights Group International (Mrg) è dello stesso avviso e sostiene che i media spesso ignorino di fatto le minoranze. Citando ad esempio i contenuti giornalistici che, di recente, hanno interessato l’Ucraina e la Crimea, ha sostenuto come “gli sviluppi recenti in Ucraina, la presenza di truppe russe e la secessione della Crimea sono una minaccia seria alle minoranze e alla popolazione indigena della Crimea e l’assenza di questa questione dai media non fa che peggiorare la situazione”.

In Crimea, ad esempio, le porte delle abitazioni dei Tatari sono state segnate di recente con una “X”, un simbolo che ha rievocato ricordi della loro deportazione nel 1944 dall’Asia Centrale durante l’epoca staliniana: tra il 1944 e il 1950, infatti, tutti i Tatari di Crimea sono stati allontanati dalla regione. Se all’inizio del 20esimo secolo, i Tatari rappresentavano il 34% della popolazione complessiva della regione, nel 1959 la loro presenza ha toccato lo 0%. Soltanto dopo la caduta dell’Unione sovietica, i Tatari di Crimea sono tornati a rappresentare il 12% degli abitanti della penisola.

“Esiste un tangibile sentimento anti-Tatari, adesso, che è stato alimentato anche dai media”, ha dichirato a questo proposito Nadir Bekirov, Presidente della Foundation for Research and Support of Indigenous People of Crimea.

Per approfondire: L’Ucraina e la guerra delle notizie

Un altro esempio corrente riguarda il coverage dei Rom in Europa. Una ricerca recente, realizzata da Michal Buchnowski e Bartosz Wisniewski della Poznan University in Polonia mostra come i Rom siano complessivamente poco rappresentati dai media polacchi. Quando vengono menzionati, questo avviene in un contesto prettamente negativo. I ricercatori hanno riscontrato anche come non ci siano giornalisti Rom nei media nazionali in Polonia e nessuna testata espressione di questa minoranza.

Il numero di articoli dedicati ai Rom nei due maggiori quotidiani polacchi, il liberale Gazeta Wyborcza e il conservatore Rzeczpospolita è infatti basso: tra il 2005 e il 2012 il secondo ha pubblicato appena 93 articoli dedicati alla minoranza, circa 13 per anno. Il primo, invece, ne ha dati alle stampe solo 226. Molti di questi, in entrambi i casi, erano di tono negativo e tendevano a rinforzare stereotipi esistenti.

La ricerca ha rivelato una situazione simile anche in Slovacchia. I due maggiori quotidiani del paese, SME e Pravda, hanno pubblicato 1213 articoli riguardanti i Rom, un numero che potrebbe sembrare alto, o comunque significativamente maggiore rispetto a quello polacco, ma che perde valore di fronte all’ampiezza della popolazione Rom nel paese: tra le 500 e le 600mila persone, contro i soli 20/40mila che abitano in Polonia.

Come in Polonia, gli articoli dedicati ai Rom dai media slovacchi analizzati erano principalmente negativi, sottolineando principalmente i problemi sociali che queste persone devono fronteggiare, come un’educazione bassa, forte disoccupazione, assenza di condizioni abitative consone o questioni sanitarie. Anche in questo caso, i Rom sono visti solo alla luce della loro etnia, il che porta alla creazione di un’immagine mediatica molto omogenea.

Per approfondire: Cultural Complexity: Migrants in German Media

Sia van Dijk che i ricercatori della Poznan University ritengono che il coverage negativo riservato dai media alle minoranze etniche porti alla loro ulteriore marginalizzazione e all’esclusione sociale, che peggiorano ulteriormente le loro condizioni di vita.

Un numero di istituzioni, come il Media Diversity Institute, l’Unesco e Mrg concordano nel ritenere importante la diffusione tra i giornalisti della consapevolezza sulle questioni delle minoranze. In questo senso, Mrg organizza ogni anno un corso online gratuito, destinato ai giornalisti, per promuovere una forma di “minority sensitive reporting”. Il corso è finanziato dalla Commissione europea ed è rivolto ai professionisti in Polonia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Lituania, Lettonia, Slovacchia, Estonia e Ungheria. La prossima edizione del corso inizierà in settembre.

Articolo tradotto dall’originale inglese

Photo credits: bojabee / Flickr CC

 

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