Montanelli, giornalismo senza pregiudizi

28 gennaio 2009 • Etica e Qualità • by

Corriere del Ticino, 28.01.2009

Lo sostiene l’amico Cervi che lo ricorda a 100 anni dalla nascita

I personaggi resi famosi dal loro genio, a volte imperscrutabili per la loro complessità e irraggiungibili per il successo ottenuto, rischiano di essere mitizzati. In realtà, anche i grandi non sarebbero tali senza la loro buona dose di umanità.

E non dobbiamo sorprenderci scoprendone debolezze e lati oscuri, laddove ve ne sono.
Parlando del giudizio negativo che Vittorio Gorresio esprimeva su Leo Loganesi, Indro Montanelli diceva: “Il libro di Gorresio è eccellente, onesto, veritiero. Ma ciò non vuol dire che ne condivido tutti i giudizi. E per esempio da quello su Longanesi dissento. Non perché sia sbagliato, ma perché è incompleto e riduttivo. Longanesi fu anche ciò che dice Gorresio. Ma se fosse stato solo quello, non sarebbe diventato Longanesi…”. Considerazioni che forse potrebbero valere per lo stesso Montanelli. Il 29 gennaio alcuni dei big del giornalismo italiano, nonché amici di Montanelli, si riuniranno all’ex cinema Tivoli di Varese per ricordarlo nel centenario della sua nascita (22 aprile1909). Noi lo facciamo insieme al giornalista ed ex-direttore del Giornale Mario Cervi – suo amico e collega di una vita.
Nel 1991 quando proposero a Montanelli la nomina di senatore a vita, in una lettera all’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, egli disse: «Purtroppo, il mio credo è un modello di giornalista assolutamente indipendente; questo mi impedisce di accettare l’incarico».
Che cosa fa di Montanelli uno dei più grandi giornalisti italiani del Novecento?

«Lui aveva la fortuna del suo talento straordinario, rarissimo nel giornalismo, e della sua testa. Inoltre la fortuna di essere toscano per cui lo scrivere bene in qualche modo gli veniva naturale; la sua lingua scritta era una derivazione molto raffinata della sua lingua parlata. La punteggiatura era una sua grande prerogativa, essa dava senso ai suoi pensieri. Non usava gli esclamativi e mai i puntini. E poi  recitava i suoi articoli. Essi dovevano avere un certo ritmo, una certa cadenza. E lì era proprio il toscano che ha questo istinto della lingua. Poi aveva il suo estro, la sua capacità, il suo umorismo, direi anche quella sua ironia e autoironia che sono doti molto rare in Italia. E quindi aveva tutte le qualità per essere un grandissimo giornalista, anche quella di commuoversi all’occasione, se necessario. Per quanto riguarda specificamente il rifiuto alla nomina a senatore a vita, egli aveva sempre ritenuto che un giornalista se vuole essere indipendente non può avere un’affiliazione partitica precisa, ufficiale».
Parlando del suo Giornale disse: “Il nostro non era un quotidiano come gli altri”. Come era il Giornale di Montanelli? E lui come si comportava nelle vesti di direttore?
«Detto in termini semplici, Il Giornale è nato per rifare il Corriere della Sera. Montanelli, io e altri che ci seguirono, ritenevamo che Il Corriere della Sera di Piero Ottone avesse tradito la missione di essere il grande organo di informazione liberale della borghesia illuminata milanese e vi fosse bisogno di una valida alternativa in grado di esprimere quelle idealità. Abbiamo voluto dare voce a quella maggioranza silenziosa di italiani che non si riconoscevano più in questo organo di stampa. Montanelli voleva interpretare e interpretava una destra liberale di tipo risorgimentale. Lui era un liberale anarchico che ogni tanto aveva degli scatti di stranezza. Era un uomo senza pregiudizi e uno dei più tolleranti che io abbia mai conosciuto. L’immagine del toscanaccio che tutti conoscono è costruita. Ogni tanto si atteggiava ad esserlo perchè il suo ruolo richiedeva che lo facesse. Poi non aveva invidie. Semmai delle ostilità. Era talmente in alto che non aveva quelle piccinerie di chi teme che un giovane possa rubargli il posto o la poltrona. Anzi, era prodigo di consigli e di aperture ai giovani. Tollerante e generoso nei giudizi umani, era severissimo in quelli professionali. Soprattutto aveva un fiuto infallibile per gli articoli e i libri in genere: dopo tre righe sapeva riconoscere se un articolo era buono o meno. Anche i giovani li capiva al volo. Poi però era anche un uomo di mondo. Un giorno mi fece una battuta bellissima: un caro collega ci aveva dato un libro poco consistente. L’avevo sulla scrivania  e quando Montanelli entrò nel mio ufficio  gli dissi “Indro cosa facciamo di questo libro?” . Lui aggrottò la fronte, ci pensò  su e rispose: “Questo libro non vale niente: se ne può parlare anche bene”.  Con i collaboratori si andava spesso a mangiare in Trattoria da Elio. É lì che è nata la nostra collaborazione, prima per il volume “L’Italia e Littoria” e poi per i 13 volumi della storia d’Italia».
Nella lettera al lettore pubblicata in prima pagina del primo numero del Giornale Montanelli scrisse: “Una cosa sola vogliamo dirti, questo giornale non ha padroni perchè nemmeno noi lo siamo. Tu solo lettore puoi esserlo, se lo vuoi. Noi te lo offriamo”. Montanelli e il suo Giornale erano davvero così liberi?
«Sì. Montanelli era davvero così indipendente. Quando Berlusconi divenne il maggiore azionista del Giornale, dunque il proprietario, lui gli disse più o meno questo: “Finchè non sei in politica, sei il mio editore, per altro quello che preferisco perchè mi lasci libero, non ci sono problemi. Ma dal momento che entri in politica, se io parlo bene di te sono un servo, se parlo male sono un ingrato. E quindi sarei condizionato».
Chi erano i suoi lettori?
«Il lettore di Montanelli era un lettore moderato. Un patriota, uno che crede nei valori tradizionali, uno che ha senso dello Stato, che ha civismo e che al tempo stesso possiede un certo senso dell’ironia, senza prendersi troppo sul serio. Questo era il ritratto del lettore di Montanelli. Poi lui aveva la capacità di lisciare il pelo al lettore fingendo di andare contro, cioè di dire delle sventatezze che però sapeva che piacevano. Il suo controcorrente a volte ce lo rimproveravano perché troppo osè, ma lui sapeva che in fondo piaceva anche ai lettori bacchettoni».
Dalle risposte di Montanelli alle lettere si evince che tra i suoi lettori avesse particolarmente a cuore I giovani. Spesso li consigliava:”Battetevi sempre per le cose in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Una sola potete vincerne. Quella che s’ingaggia ogni mattina, quando ci si fa la barba davanti allo specchio. Se vi ci potete guardare senza arrossire, contentatevi.”
«Qualche volta, quando scriveva, aveva questi atteggiamenti un po’ donchisciotteschi, perché in fondo lui era un vincente, della professione soprattutto. La tristezza grande è arrivata verso la fine quando ormai aveva perso fiducia nel Paese e nella possibilità di riabilitarlo. Teneva molto ai giovani, ma aveva l’impressione che in questa Italia non potessero riscattarsi.
In tutto questo Montanelli era anche e soprattutto un uomo che andava controcorrente, di chiare idee politiche, fedele ai suoi principi e di quello che pensava non faceva segreto con nessuno. Questo suo modo di essere non gli fu sempre d’aiuto. Che ricordo ha dell’attentato delle Br a Montanelli nel 77′?
«Naturalmente l’emozione. Allora noi facevamo i commenti a Telemontecarlo. Arrivai alla sede del Giornale in piazza Cavour e Iside Frigerio, la sua segretaria, mi disse “Hanno sparato a Montanelli” e aggiunse “Bisogna che tu vada subito a registrare a Telemontecarlo e darne un commento”.  Il succo fu: “Ci risparmino adesso i piagnistei di quelli stessi che hanno indicato Montanelli come fascista, reazionario e nemico del popolo e che lo hanno additato al mirino di questi pazzi”».
E invece del giorno in cui disse addio al suo Giornale?
«È stata per lui una rottura molto amara. Penso che abbia sbagliato a non tornare subito al Corriere della Sera e a voler fare la Voce che è stata un’esperienza assolutamente fallimentare. Lui capiva che c’erano stati degli eccessi anche da parte sua, e per orgoglio, anzichè attenuare rinfocolava la polemica con il Giornale e con Silvio Berlusconi. Accadde che tanti montanelliani convintissimi si arrabbiarono e si allontanarono da lui, anche se poi con grande piacere ho potuto constatare che dopo la sua morte c’è stata una sorta di riconciliazione con i suoi lettori. Hanno compreso che era un punto di riferimento di straordinaria importanza. Quante volte in redazione ci capita di dire “Chissà cosa avrebbe detto o pensato Montanelli? Invece non c’è più.”»
L’esperienza di fondare la “Voce” a 85 anni, seppur coraggiosa si è rivelata fallimentare. Forse anche per questo, la sua visione del futuro del giornalismo non era tra le più rosee.
«Sicuramente il giornalismo di Montanelli è finito. La nostra idea, di cui spesso discutevamo era un po’ questa: il giornalismo – parlo di quello della carta stampata –  sta tornando ad una situazione ottocentesca, quando la massa della popolazione era analfabeta e solo una minoranza alfabetizzata discuteva, leggeva libri, polemizzava. Ora ci troviamo in una situazione analoga, in cui la maggioranza della popolazione è analfabeta nel senso che il suo unico alimento di informazione e di cultura è la televisione. E c’è una minoranza alfabetizzata che invece continua a leggere quotidiani, libri. Non amava le nuove tecnologie e fino alla fine i suoi pezzi li scriveva sulla sua macchina da scrivere, lettera 22».
Ai giovani lettori e giornalisti che vogliono conoscere Montanelli, quali letture consiglia?
«Forse sono un po’ egoista perché l’abbiamo scritta insieme, ma credo che “La storia d’Italia” sia proprio un ritratto, in sostanza un modello di giornalismo».
Montanelli non era solo un giornalista, era anche un uomo. Per alcuni – come Massimo Travaglio – un “grande uomo”, per altri come Gerbi e Liucci autori de “Lo stregone” e la storica Renata Broggini autrice de “Passaggio in Svizzera”, piuttosto un Calandrino. Chi era davvero Indro Montanelli?
«Io non credo come lui raccontava, che Hitler si fosse fermato a parlare con lui. Però era un’invenzione che non alterava in niente la realtà dei fatti. Lui era molto onesto nei fatti essenziali. Anche quelli della sua vita. Poi non era uno a cui piaceva atteggiarsi ad eroe. Non l’ho mai visto fare qualcosa di meschino. Mai. Poteva essere in qualche momento un pò goliardico e fantasioso. Ma in senso buono e non sui fatti essenziali. Era un essere umano di grandissima levatura e spessore. Anche nei rapporti personali era indulgente e bonario. Aveva il senso della idalghia spagnola».
Avrebbe tifato per Obama?
«Forse sì perché gli sarebbe piaciuto questo giovane con quest’aria di speranza che parla in modo chiaro e diretto. Lui non soffriva i politici che avvolgevano tutto nelle formule criptiche».
A lei cosa manca di più del suo amico e collaboratore?
«La sua compagnia e la sua amicizia. Il nostro sederci insieme qui in ufficio a guardare l’ispettore Derrick».
“Grande scrittore, ma non un eroe”
Renata Broggini, la storica ticinese il cui libro “Passaggio in Svizzera – L’anno nascosto di Indro Montanelli”  ha suscitato non poche polemiche in Italia, scalpita un po’ ripensando al suo lavoro sul grande giornalista italiano.  «Troppe dichiarazioni contrastanti» – dice – che l’hanno subito insospettita e poi costretta ad andare avanti nelle ricerche su di lui. «Montanelli insisteva nel dire che nel 1942 lo aveva sposato il Cardinale Schuster, invece lo ha sposato Don Luigi Corbella», racconta.  «Il mio andare controcorrente vuol dire  semplicemente informarsi storicamente sulle sue vicende svizzere dal 1943 al 1944. E non si tratta di interpretare o esprimere dei giudizi, ma di mettere a confronto dei documenti». Continua dicendo che l’ha colpita la bravura con la quale il giornalista nel corso della sua vita avrebbe taciuto completamente tutti quei fatti e quelle persone che in Svizzera a quei tempi lo hanno aiutato. «Per esempio non avrebbe mai messo in luce il lavoro di Aldo Patocchi, xilografo, direttore di Illustrazione Ticinese, che lo aveva lanciato».
Insomma sostiene che la  sua ricerca storica si è rivelata ardua perché si faticava a trovare il bandolo della matassa, e deludente. Renata Broggini infatti ebbe la fortuna di incontrare Montanelli e come tanti altri ne ammirava la scrittura e la bravura. «Però certo sono stata delusa, è stato proprio un tradimento perché uno si fida. La trappola è stata credergli troppo perchè è stato un grande, delle volte si incontrano personaggi minori che raccontano delle vicende interessantissime e non barano. Non è che si voglia mettere in forse lo stile o la grandezza dello scrivere, ma occorre ridimensionare la sua fama di eroe, il suo coraggio e la fama della sua vita controcorrente.”
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