Se l’ombudsman non funziona

25 novembre 2014 • Etica e Qualità • by

È permesso parodizzare il “Padre nostro” cristiano all’interno del telegiornale? Sì, è permesso, stando a quanto emerso da Tagesschau, il telegiornale del servizio pubblico svizzero Srg e dal modo in cui la lamentela per un servizio televisivo sul traffico che era stato lanciato con il detto “Dacci oggi il nostro infotraffico quotidiano” è stata gestita dal broadcaster elvetico.

Lo spettatore aveva ritenuto la storpiatura della preghiera “irrispettosa e irriverente” e per questo si era rivolto all’ombudsman dell’emittente, Achille Casanova. Casanova ha risposto gentilmente, dicendo di avere “molta comprensione per le sue riflessioni ben fondate”, ma respingendo il reclamo.

Nel caso di lamentele nei confronti dei programmi della Radiotelevisione pubblica svizzera, il reclamo può essere inoltrato direttamente all’ombudsman, il quale, normalmente, risponde con forme di cortesia come  “porto rispetto per la sua reazione critica” o “condivido personalmente i suoi commenti critici”. Le richieste degli spettatori, poi, vengono solitamente respinte anche in casi estremi e che appaiono indiscutibili, come ad esempio quello dell’inenarrabile idea di mandare in onda la trasmissione-gioco, Samschtig-Jass dal bordello Rote Villa nel Canton Turgovia. Nel 2013, sono state 183 le lamentele ricevute dall’ombudsman della Srg: di queste, solo il 6% è stato giudicato legittimo.

La prassi prevede poi che il ristrettissimo numero di lamentele accettate venga inoltrato all’Autorità indipendente di ricorso in materia radiotelevisiva, il successivo tribunale per la gestione dei crimini giornalistici ed è qui, però, che anche quel 6% di lamentele giudicate legittime in prima istanza viene distrutto. Nel 2013, ad esempio, l’Autorità non ha ritenuto lecito nessuno tra i ricorsi ricevuti. Il modello di purificazione a due fasi funziona impeccabilmente, si potrebbe dire: l’ombudsman fa una preselezione e l’Autorità respinge quei pochi reclami restanti. In questo modo si crea un’immagine che non coincide con la realtà.

I giornalisti, come tutti ben sappiamo, sono peccatori. È inevitabile che nel loro lavoro commettano continuamente violazioni delle regole del loro mestiere come infrazioni dei principi di correttezza e adeguatezza. Solo i giornalisti dei media svizzeri statali o parastatali sembrano però non commettere errori: alla Srg, si direbbe, vivono gli ultimi Santi del giornalismo. Osanna e alleluia!

Anche nel 2014 nessuna lamentela contro la Radiotelevisione della Svizzera tedesca è stata accolta. Persino rappresentazioni estremamente distorte come quella del servizio sul caso degli aerei militari Gripen mandato in onda da Rundschau, una trasmissione di approfondimento sull’attualità, sono state fatte passare come “non tendenziose”. Il fatto che i giornalisti della Srg vengano selettivamente risparmiati è dovuto al funzionamento delle due strutture di vigilanza preposte a monitorare il loro lavoro e le lamentele degli spettatori: entrambi gli enti sono infatti parastatali e hanno una dotazione del personale unilaterale. L’attuale ombudsman della Srg, ad esempio, è stato Consigliere federale per quasi 25 anni e ne è stato pure Vicecancelliere e ragiona di conseguenza in termini politici e non giornalistici. Inoltre, viene pagato con i soldi ricavati dal canone obbligatorio.

Ancora più vicina al governo è invece l’Autorità indipendente di ricorso in materia radiotelevisiva, essendo diretta dall’Amministrazione federale e finanziata con i soldi della Confederazione. Il suo Presidente, l’ex-professore in ambito mediatico Roger Blum, perlomeno porta con sé la sua esperienza giornalistica precedente. Ma sette degli altri otto membri della sua commissione sono giuristi senza esperienza pratica con i media. Concludiamo quindi questa riflessione con una domanda filosofica: quando nella nostra vita è garantito che falliremo clamorosamente? La risposta è facile: quando inoltriamo un reclamo alla Srg.

Articolo pubblicato originariamente in tedesco su Die Weltwoche, il 20 Novembre 2014. Traduzione a cura di Georgia Ertz

Photo credits: Göran Arvidson / Flickr CC

 

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