Orgogliosamente privo di contenuti

24 maggio 2010 • Digitale, Etica e Qualità • by

Neue Zürcher Zeitung

Come cambia il giornalismo quando passa dalla stampa ai mezzi elettronici? Ad aumentare è soltanto la varietà delle forme e il giornalismo tradizionale ha la possibilità di trarre ancora maggiore vantaggio dai propri punti di forza

Una pagina intera della rivista statunitense Harper’s Magazine è occupata da un avviso con il bordo rosso: “Harper’s Magazine è completamente privo di contenuti”. Sulla stessa pagina campeggia anche un segnale di divieto in cui la parola “contenuto” è barrata.

La subitanea irritazione scatenata dall’interrogativo su come sia possibile che una rivista politica e letteraria d’attualità sia priva di contenuti e su a quale demone dell’antinomia si sia impossessato dell’editore, svanisce non appena si prosegue con la lettura. Le righe successive risolvono immediatamente un’altra contraddizione che, ormai da tempo, si sta diffondendo, in modo più o meno evidente, e che angustiava gran parte del pubblico appassionato di lettura, giornalismo e letteratura: la mescolanza e il livellamento di tutti i contenuti circolanti su Internet – in particolare, di quelli caratterizzati da marcate differenze di categoria – sul concetto di “contenuto”.

Contenuto e Valore

In inglese, la parola content ha due significati. Da un lato, indica il “contenuto” generico di un mezzo di comunicazione; dall’altro, si riferisce al “valore intrinseco” delle informazioni o dei prodotti mediatici. Nel corso del processo di generalizzazione subito dal concetto di content, inteso come descrizione dei contenuti circolanti in Internet, purtroppo abbiamo perso di vista il fatto che questi due significati possano differire in maniera considerevole. In questo caso, content fa riferimento a una categoria di prodotti generica composta da varie offerte, i cui contenuti sono secondari, fintanto che sono commerciabili.

Da oltre dieci anni, molte imprese mediatiche si interrogano su come riuscire a preservare i propri modelli aziendali e su come distribuire al meglio i propri contenuti in rete: in altre parole, su come vendersi meglio. Di conseguenza, il concetto di content si è evoluto, fino a diventare una vera e propria categoria di mercato, che concepisce i contenuti on-line principalmente in prospettiva economica. Fin qui niente di male: è, infatti, una legge naturale dei prodotti mediatici, dei film e della letteratura – contro tutti gli assunti fondamentali del movimento content-free – che debbano essere venduti, affinché le menti creative che li hanno ideati e i loro produttori possano coprire i costi sostenuti per concepirli.

In rete, teoricamente, tutti i contenuti potrebbero convergere in un grande flusso di dati. Sebbene questa eventualità sia tecnicamente realizzabile, in nome della “crossmedialità” (un altro costrutto che fa girare la testa a molti) viene promossa come il futuro dei mezzi di comunicazione. Ma tali contenuti sono destinati ad assomigliarsi sempre di più anche per quanto riguarda il loro valore, come lascia intendere la “cultura mash-up”? La campagna pubblicitaria di Harper’s Magazine fornisce una risposta molto chiara a questa domanda: “Tutti vi offrono <contenuti>. Non Harper’s Magazine. Qui troverete, letteratura. Giornalismo investigativo. Critica. Fotogiornalismo. Avventure provocatorie. Audaci pagine di commento. Troverete la verità come solo Harper’s Magazine la sa raccontare” . È una pubblicità a favore del rispetto delle differenze di genere tra i contenuti mediatici e una perorazione delle diverse funzioni testuali conosciute fino ad ora – dall’aggiornamento dell’informazione al racconto, fino all’opinionismo.

Curiosando in Internet, è facile accorgersi della panoplia di nuovi contenuti esistenti che, di fatto, sono innovativi perché rispondono alle esigenze comunicative specifiche della rete, oppure perché rappresentano soluzioni ibride rispetto alle categorie tradizionali e utilizzano le nuove forme della comunicazione on-line, come, ad esempio, il weblog. Inoltre, in Internet stanno nascendo nuove culture narrative che consentono di utilizzare tutte le possibilità comunicative disponibili per la trasmissione dell’informazione: articoli di giornale o perfino romanzi ai quali possono contribuire in rete anche i lettori interessati, diventando così autori a loro volta. A questo genere appartiene anche il romanzo “Axolotl Roadkill” di Helene Hegemanns: l’opera che, secondo i canoni tradizionali, sarebbe stata definita un plagio, adesso è diventata, improvvisamente, un esempio di “intertestualità web”, che ha lanciato una nuova cultura del testo. Una sorta di Supernova esplosa nell’universo pubblicistico che probabilmente, si oscurerà tanto rapidamente, così come ha iniziato a brillare.

Tutto ciò che viene pubblicato è mosso, in primo luogo, dal desiderio di attrarre attenzione. Un messaggio ha lo scopo di essere preso in considerazione, di entrare in competizione con gli altri e di prevalere. Con Internet, questo meccanismo si è inasprito. La rapidità, la frammentazione e l’individualizzazione dell’informazione on-line mettono in risalto la reazione spontanea piuttosto che la riflessione, l’attualità immediata piuttosto che la classificazione contestuale, la posizione personale e la parzialità piuttosto che i “freni e i contrappesi” dei giornalisti. Tra quelli conosciuti, Internet è il mezzo di comunicazione più decostruttivo. Già alcuni anni fa, nelle pagine della rivista Wired, William Gibson annunciava: “Il remix è l’essenza del digitale”

Dobbiamo ritenere, dunque, che la distinzione tra le diverse funzioni e i diversi significati dei contenuti on-line sia diventata obsoleta? Abbiamo fatto bene a seppellire il rispetto dei generi testuali per riuscire a re-inventarci senza preoccupazioni nel remix digitale? Non è così semplice. Infatti, i contenuti offerti sui media sotto forma di testo e di immagini non hanno affatto perso la loro funzione, che rimane quella di garantire la partecipazione sociale dei cittadini. Senza una coordinazione temporale, tematica e sociale attraverso gli argomenti e i contenuti presentati nei mezzi di comunicazione, diventeremmo degli eremiti digitali, vittime sacrificali di una legge di Metcalfe al contrario: pur collegati da un numero sempre maggiore di nodi di connessione di una rete che, in teoria, rappresentano un valore aggiunto, dal punto di vista sociale, siamo sempre più isolati. Un argomento di cui si può discutere soltanto con se stessi annoia presto.

Con Internet, abbiamo assistito alla nascita di nuove tipologie e forme testuali che, in modo talvolta affascinante, integrano quelle già conosciute. Il concetto di “pubblicistica individuale” riassume ciò che nella rete si chiama user generated content e si riallaccia alle tradizionali forme di pubblicazione: basti pensare a come il giornalismo dei cittadini integra gli articoli nei siti web dei maggiori quotidiani. L’anglosassone Guardian è uno straordinario esempio di questo fenomeno.

Gli sviluppi descritti fin qui hanno destato molte speranze e preoccupazioni. Come già molti decenni fa prominenti teorie mediatiche, quali il teatro epico di Bertold Brecht o quella dei contenitori mediatici (Medienbaukasten) di Hans Magnus Enzensberger avevano preannunciato, gli ottimisti della rete parlano di democratizzazione dei contenuti e di partecipazione critica degli utenti. I pessimisti, invece, temono che l’enorme quantità di contenuti, sia accompagnata da una diminuzione della qualità, causata dal desiderio del pubblico di essere autore e giornalista di se stesso. Entrambi hanno ragione: in Internet, i due punti di vista coesistono. Proprio per questo non c’è ragione di preoccuparsi.

Il codice che consentirebbe di rappresentare il concetto di “pubblicistica individuale” è soggettivo/intersoggettivo. Coloro che pubblicano in rete lo fanno, innanzitutto, per ragioni individuali e per interesse personale. La funzione di questo tipo di pubblicazione è “l’espressione spontanea di un pensiero momentaneo”, come afferma il celeberrimo blogger americano Andrew Sullivan; riguarda contenuti contingenti e porosi. Non esiste un confine tra lecito e proibito, né esistono punti di riferimento. Tutto è transitorio. Il linguaggio, in questo caso, è un work in progress, sempre spontaneo, soggettivo, libero da qualsiasi regola o forma – “writing out loud” (scrittura forte e chiara) come lo ha definito Andrew Sullivan.

Chi desidera utilizzare esclusivamente i blog come fonte d’informazione, deve prepararsi a investire tempo ed energie consistenti. Per questa ragione, su Internet, c’è ancora spazio per il giornalismo di qualità, che ha la funzione di contribuire alla coordinazione tematica, sociale e temporale della società. Realizza il suo obiettivo tramite un’attenta scelta degli argomenti e dando risalto a quelli prioritari. Il codice di riferimento è attuale/non attuale. Se ogni giorno, vogliamo continuare a comunicare in qualità di cittadini, consumatori, membri della società, abbiamo bisogno di questo tipo di giornalismo, della ricerca, del lavoro investigativo, della capacità di osservazione professionale e delle abilità di valutazione e di classificazione che da esso derivano.

Riflettere sulla missione fondamentale

L’attualità è dunque il filtro temporale di cui il giornalismo si avvale per compiere la sua scelta, per selezionare i temi da proporre ai lettori. A volte, a causa della crescente rapidità dell’informazione, questo filtro è diventato talmente stringente, che oggi il fattore tempo è l’unico a rivestire un ruolo importante, mentre tutti gli altri vengono lasciati da parte. Celerità batte accuratezza e rilevanza. Probabilmente, in rete questo aspetto rimarrà inalterato; ma a livello di mezzi di comunicazione tradizionali, da qualche tempo, stiamo assistendo a una nuova, gradita riflessione sull’attualità tematica e sociale, sotto forma di una stampa di approfondimento orientata a suscitare il confronto, che si esprime con articoli più lunghi e reportage dallo stile narrativo quasi letterario. La lingua rimane altrettanto importante, perché non è soltanto lo strumento, ma letteralmente anche il mezzo attraverso cui si espleta.

Le forme si moltiplicano ma il compito essenziale del giornalismo rimane inalterato, così come la sua esclusiva codifica tramite l’attualità. Se saprà sfruttarla a livello di coordinazione sociale e non si tapperà le orecchie di fronte al “writing out loud”, dobbiamo gioire per il futuro che lo attende, poiché sarà possibile realizzare molto di più di quanto la parola “contenuto” riesca ad esprimere.

Miriam Meckel è docente di Comunicazione aziendale presso l’Institut für Medien- und Kommunikationsmanagement dell’Università San Gallo e ha anche una fellowship al Berkman Center for Internet & Society dell’Università di Harvard, USA

Traduzione di Claudia Checcacci

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