Perchè fare ancora giornalismo?

21 luglio 2010 • Etica e Qualità • by

Sueddeutsche.de, 26.06.2010

I giornalisti non sono dei dispensatori di lattine di birra gratuite, perchè il giornalismo che non costa nulla non vale nulla. Sei proposte su come  salvare il giornalismo di qualità.

Cerchiamo di fare al meglio quello che avrebbe fatto Karl Marx, ovvero, spostiamo l’attenzione dallo spirito alle cose materiali. Iniziamo quindi a parlare di soldi e preoccupiamoci della trasparenza delle informazioni svelando sin dall’inizio il segreto redazionale più protetto: l’onorario per il presente contributo corrisponde a 150 Euro, “in quanto la sueddeutsche.de, come del resto tutte le redazioni on-line, non ha a disposizione un ricco budget redazionale, come invece accade per molte redazioni della carta stampata”. Così viene giustificato il compenso. Pertanto devo consegnare un testo di 8000 – 10.000 caratteri, che equivale a tre – quattro pagine dattiloscritte. Un pezzo così deve avere naturalmente un capo e una coda, perché il sito sueddeutsche.de è e rimane anche on-line la Süddeutsche Zeitung, non è certo il piccolo quotidiano locale di turno ma neanche il foglio d’oro, che, del resto, non si sognerebbe  offrire un tale compenso. In poche parole questo significa: è un onore assolutamente straordinario avere la possibilità di scrivere per la testata online sueddeutsche.de.

Perchè ci sono ancora medici?  E perché gli avvocati?

Probabilmente non continueremmo a leggere un articolo che inizia con una domanda del genere. In ogni caso, solo pochi di noi si affiderebbero a un ciarlatano per un’appendicite e a pochi salterebbe in mente di difendersi senza assistenza legale quando sono in gioco una pena detentiva oppure un’ammenda molto alta. Certo, ci avvaliamo anche di altre fonti di informazione, siano questi i media tradizionali o internet, per procurarci le conoscenze adeguate in campo medico e legale. Non vogliamo certo metterci completamente nelle mani dei professionisti e desideriamo almeno essere in grado di rivolgere loro domande criticamente pertinenti. Ma, alla fine, gli accordiamo comunque la nostra fiducia.

Perchè fare ancora giornalismo?

Così come per la domanda relativa ai medici e agli avvocati, anche questa ha già in sé la risposta. Proprio nell’epoca dell’eccesso di informazioni, in cui ognuno di noi viene quotidianamente riempito da così tanta “spazzatura”, abbiamo più che mai bisogno di una rielaborazione professionale delle notizie. Ciò che è importante deve essere assolutamente separato da ciò che è  soltanto interessante o addirittura inutile. Bisogna farsi pista nella boscaglia delle offerte comunicative gratuite – interessate e unilaterali – dei professionisti delle Public Relation. Abbiamo inoltre bisogno dei cosiddetti muckraker ( – capaci di sollevare dei bei polveroni. Così vengono definiti in America quei giornalisti che investigano i casi in cui  i potenti e i loro uomini offrono il loro meglio ai lavoratori pubblici e ai cosiddetti spin doctor, per tenere “coperte” un po’ di cose. La capacità di trascinare  di tanto in tanto scandali e intrighi al centro dell’attenzione pubblica da parte del “quarto potere” rappresenta, accanto al lavoro della giustizia, la garanzia più efficiente contro la corruzione e l’abuso di potere.
Tuttavia i giornalisti non possono più contare sulla medesima fiducia accordata ai medici e agli avvocati. Secondo l’inchiesta di Allensbach, che indaga il grado di stima rivolta alle diverse professioni, da anni i giornalisti si classificano agli ultimi posti. E gli studi sui mass media dimostrano regolarmente che la loro credibilità è in calo da decenni. Probabilmente la minore disponibilità a pagare da parte del pubblico per prodotti giornalistici rappresenta proprio una sorta di risposta a una tale perdita di fiducia. Del resto, anche noi paghiamo mal volentieri le parcelle di quei medici o di quegli avvocati di cui non ci fidiamo.

Perchè, dunque, fare ancora giornalismo? E’ il modo in cui è posta la domanda ad essere sbagliato. La domanda più importante sarebbe infatti: chi è disposto a pagare e quanto per l’ecosistema giornalismo, indispensabile alla collettività e di cui noi tutti abbiamo bisogno? Chi si approfitta di prestazioni giornalistiche senza pagarle?
Di recente è curiosamente diventato di moda fare paragoni tra il settore dei media e quello dell’industria delle bibite.

Durante le giornate sui media di Monaco, Mathias Döpfner, amministratore delegato del gruppo Springer, ha paragonato le notizie alla birra: “se il vostro obiettivo commerciale è quello di regalare lattine di birra –fate pure”, ha detto a blogger, social network e gestori di motori di ricerca. “Ma non prendetevi la nostra birra per offrirla gratis”.

Ariana Huffington, il cui quotidiano on-line di grande successo, l’Huffington Post, poggia esattamente sul modello commerciale criticato da Döpfner, lo considera un “paragone bizzarro”: l’informazione non è proprio un prodotto come la birra, consumata una singola volta da una singola persona. “Un articolo di cronaca può essere utilizzato da milioni di individui”. Poiché tutti, o per lo meno molti, si dividono lo stesso articolo, per la Huffington il paragone di Döpfner “non può essere adottato e induce a conclusioni scorrette ”.
Il problema è che entrambi hanno la loro parte di ragione – o forse hanno entrambi torto. Il successo dell’Huffington Post si basa in buona parte su coloro che gli economisti definiscono “predoni”. Questo quotidiano ricicla infatti contenuti che altri hanno realizzato dietro lauto compenso. Ciò funziona solo perché i media tradizionali, da parte loro, si sono finora affidati al folle modello commerciale di distribuire gratuitamente le proprie notizie in internet, nonostante i medesimi contenuti vengano venduti nella versione in stampa. In effetti ciò ricorda una fabbrica di birra che cerca di piazzare la birra in bottiglia a prezzi rialzati, ma ne regala grandi quantità se travasata in lattina.

Dalla mia torre di avorio in qualità di ricercatore sui media vorrei pertanto avanzare agli editori e ai giornalisti sei proposte che potrebbero contribuire a far richiedere ancora del giornalismo di qualità da parte del pubblico e a poter così sopravvivere all’epoca del web 2.0.

1) Gli editori non dovrebbere reagalare in internet quei contenuti giornalistici che desiderano invece vendere nella versione stampata.
2) Gli editori non dovrebbero credere che il giornalismo possa essere completamente o in gran parte finanziato dalla pubblicità. Certo, la pubblicità circola in internet, ma non necessariamente nei siti di notizie. In modo particolare, il commercio degli annunci economici on-line tenderà a svanire in Germania. Craigslist e Kijiji vi mandano i propri saluti – qui anche i privati possono inserire gratuitamente i propri messaggi.
3) Gli editori dovrebbero poi far beneficiare al pubblico dei vantaggi che risultano dal commercio on-line. Chi risparmia i costi per la stampa, la carta e l’attività di distribuzione, dovrebbe avvantaggiare quei clienti che rinunciano alla carta stampata. Un abbonamento on-line dovrebbe costare di meno rispetto a uno tradizionale. Probabilmente il prezzo stabilito da Murdoch per la versione on-line del Times è troppo caro, dato che costerà quanto l’edizione stampata.
4) Gli editori consapevoli della buona qualità dovrebbero tenere le porte più chiuse nei confronti delle PR, anziché continuarle ad aprire smantellando le loro redazioni. A loro volta, infatti, anche i responsabili della comunicazione sono dei freddi calcolatori: perchè pagare cara la pubblicità finché attraverso le redazioni si possono trasmettere molti messaggi ai propri gruppi target in modo economico e credibile? E noi, i lettori, gli ascoltatori, i telespettatori, gli utenti non siamo mica stupidi. Non capiamo perché dovremmo pagare per messaggi di Public Relation che vengono poi trasformati in “giornalismo” con un semplice clic del mouse.
5) Gli editori dovrebbero procurarsi piattaforme giornalistiche su cui si fa informazione e si discute di media e prodotti giornalistici, invece di investire solo in pubblicità e in PR per le rispettive case, per i propri marchi e prodotti.  La consapevolezza della buona qualità nonché la disponibilità a pagare per i prodotti mediatici, si generano in noi, il pubblico, se mai, mediante informazioni attendibili sui media e l’attività giornalistica, non solo attraverso la pubblicità e le Public Relation. Quante automobili in meno venderebbero i principali fornitori come Daimler, BMW, Audi o Porsche se non ci fossero pagine dedicate alle auto, la stampa automobilistica e le cronache di Formula 1?
La marcia indietro del giornalismo sui media potrebbe corrispondere a un vero e proprio interesse personale da parte dei potenti dei media stessi. Nessun editore o caporedattore vorrebbe che venga pubblicamente dimostrato che la propria redazione metta quotidianamente alla gogna politici e amministratori delegati di altri settori. Chi invece persegue i propri interessi in modo eccessivamente spavaldo, si comporta in modo sconsiderato nei confronti della propria società o del proprio settore professionale – in questo si distinguono i bancari, che si contendono i propri bonus, i capi redattori o altri produttori di media che intendono evitare l’opinione pubblica.
6) In rete, in cui tutti i media convergono e i siti web di notizie devono offrire oltre ai testi e alle immagini anche podcast e video, la radio pubblica diventa un concorrente eccessivamente potente. Gli editori e i giornalisti della carta stampata non dovrebbero sottovalutare ancora a lungo questa “petroliera” così come a lungo hanno sottovalutato Google e Craiglist. Abbiamo inoltre bisogno di più giornalismo sui media per ottenere una più corretta distribuzione dei miliardi di tasse: se proprio si deve parlare di sovvenzioni, allora qualcosa in meno per i diritti sportivi, per le soap opera e gli show di Thomas Gottschalk che si fanno anche finanziare dalla televisione privata – e più tasse per il giornalismo di qualità, sia esso alla radio, alla televisione, su carta stampata oppure on-line.

Nel frattempo rimangono dei dubbi se imporre delle tasse rappresenti proprio la strada giusta. La mano pubblica non è il migliore datore di lavoro – non per le banche, dove, rispetto al settore privato, per mezzo di falsi incentivi statali e delle banche regionali viene presumibilmente fatto scomparire più denaro, né tanto meno per le imprese dei media. La produzione della radio pubblica risulta poi eccessivamente cara. Inoltre – così come ci mostra ancora il caso Brender – mediante le tasse i politici cercano ostinatamente di esercitare la propria influenza sui media. E’ quindi ragionevole che Jürgen Habermas, che in tempi non troppo lontani si è espresso a favore del finanziamento dei media su carta stampata per mezzo delle tasse – si finanzi da solo il proprio giornale – e con lui quelle elite colte che tengono in gran conto il giornalismo di qualità. Non sono certo necessari i soldi dell’operaio che legge il Bild o guarda RTL per tenere in vita le redazioni del süddetusche.de o del suo “giornale madre”, il Süddeutsche Zeitung.

Perchè fare ancora giornalismo?

Un giornalista professionale ha bisogno di indipendenza – certo, anche un po’ di orgoglio. Da non confondere con l’essere arroganti o spocchiosi, atteggiamenti purtroppo molto diffusi all’interno della corporazione. Indipendenza e orgoglio, però, non sono compatibili con ciò che al momento questo settore pretende dai propri collaboratori fissi, né tanto meno con il misero compenso concesso ai giornalisti free-lance. Se desideriamo mantenere il giornalismo professionale è quindi necessario opporre alla cultura del “gratuito” una cultura del merito.  Non è un’impresa facile, ma certamente gratificante.

Il giornalismo senza costi non ha valore. Il giornalismo che non è in grado di trasmettere questa visione di base ai propri lettori, ascoltatori, telespettatori e utenti, diventa superfluo…

P.S.: Io stesso ho provato a tenere il tempo con il cronometro e a controllare in quale tariffa oraria rientrassi per consegnare il pezzo richiesto nei termini stabiliti. Per realizzare il presente contributo sono state all’incirca impiegate dieci ore. Un paio di passaggi, confesso, sono stati recuperati da precedenti pubblicazioni. Ne risulta una tariffa di 15 euro all’ora, tasse escluse – più di quanto mi fossi aspettato e all’incirca corrispondente a quanto guadagnano i miei assistenti universitari. Se un giornalista avesse dovuto svolgere delle ricerche in merito, non un professore che può attingere alle sue conoscenze e ai suoi precedenti contributi, sarebbe forse stato realizzato un pezzo ben equilibrato, con più fonti di informazione, ma con un tempo di produzione presumibilmente raddoppiato.

Traduzione dal tedesco di Mariaelena Caiola

Fonte immagine: flickr.com, andrijbulba’s photostream

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