Ecosistema dei media:
più accuratezza, meno velocità

30 novembre 2012 • Economia dei media, Etica e Qualità • by

Un breve percorso tra alcuni modi con cui vengono declinate le informazioni in rete, non sempre in maniera chiara e trasparente o, come in alcuni casi, appositamente artefatte. Eppure la rete, attraverso l’interazione e la partecipazione, ha in sè gli anticorpi per fronteggiare distorsioni, falsi ed incongruenze. Per questo, per poter essere  correttamente analizzate e verificate, andrebbe variato il rapporto velocità/accuratezza.

Delle news e delle bufale sociali

Le piattaforme di social networking stanno diventando uno dei luoghi principali per la fruizione delle news, per la loro diffusione, condivisione e verifica collettiva.  Sono una delle forme di intelligenza collettiva (e connettiva) che la rete ha consentito di materializzare, attraverso l’unione cooperativa delle menti e la partecipazione di milioni di persone in tutto il mondo. Hanno dimostrato anche di potersi trasformare in piattaforme di fact-checking, quando , come capita spesso nell’informazione mainstream, sono state strumento per veicolare informazioni false o ingannevoli, spesso riportate dai mass-media.

E i giornalisti? Scrivono Shirky, Anderson e Bell, nel loro ultimo rapporto sullo stato del giornalismo dal titolo  “Post-Industrial Journalism: Adapting to the Present“:  “An increasing amount of firsthand reporting is done by citizens—much of our sense of the Fukushima Daiichi nuclear disaster in Japan and the Pearl Roundabout massacre in Bahrain came from individuals on the ground—but this does not mean that all professional journalists will, can or should be replaced. Instead it means that their roles will change, overlapping with the individuals (and crowds and machines) whose presence characterizes the new news environment“, ovvero, come riporta  Pier Luca Santoro: “i giornalisti non sono stati rimpiazzati ma riallocati ad un livello superiore della catena editoriale, passando [o dovendo passare inevitabilmente, aggiungo io] dalla produzione iniziale di osservazione della realtà a quella che pone l’accento sulla verifica e l’interpretazione“.

La foto fake della statua della libertà circolata in occasione dell'uragano Sandy

La foto fake della statua della libertà circolata in occasione dell’uragano Sandy

Ricordiamo a tal proposito le foto-fake che sono circolate in rete in occasione dell’uragano Sandy, rilanciate troppo spesso frettolosamente, da autorevoli e conosciuti giornalisti e testate, travolti dal turbine dei meccanismi sincopatici di condivisione. Ma il sistema immunitario delle menti associate del globo ha reagito prontamente, come ben raccontato da Vincenzo Marino su IJF.

Ci sono poi, al contrario  le notizie, che inondano la rete , provenienti dal sistema mediatico mainstream, fonte di ampie analisi e discussioni sui social media , blog ed in rete . Ma che risultano spesso poco verificate, incongrue o irreali. Il loro obiettivo è quello di “influenzare” creare un’ immagine diversa della realtà, con tecniche mediatiche di persuasione tipiche dei mass-media. Esempi classici: il numero dei partecipanti alle manifestazioni politiche o sindacali di piazza. La comunicazione amplificata su particolari episodi della vita politica o della cronaca.

La rete consente la possibilità di elaborare, confrontare, ragionare ed estrarre, da questa attività partecipata e condivisa, dati più congrui e reali. È solo necessario che non faccia, come spesso accade, da cassa di risonanza per i mass media, che vi sia più tempo, per i giornalisti e gli analisti,  per la elaborazione dei dati.

Business e informazione social

Il fatto, innegabile, che la rete stia trasformando in maniera sostanziale il modo di comunicare e di interagire delle persone, é stato in primis rilevato da coloro che della comunicazione ne fanno un business, ovvero denaro. Sono ormai anni che multinazionali del calibro di Heineken e CocaCola (solo per far dei nomi) investono milioni di dollari per la costruzione della propria immagine in rete, su Facebook, Twitter e Youtube. Basti pensare che la pagina Facebook di Coca Cola ha oltre 55 milioni di iscritti. E proprio Coca Cola ha di recente ristrutturato il proprio sito web in forma di un magazine interattivo e social. Sono le informazioni in questo caso solo delle capsule contenitori sparate in rete con un contenuto ambiguo che non è molto diverso dalla pubblicità? Esiste nel pubblico la capacità di discernere tra contenitore e contenuto?  Probabilmente si, il sistema immunitario è proprio costituito dalla elaborazione collettiva dei messaggi.

Ed infatti, come analizzato in un chiarificante post di Emanuele Quintarelli nel luglio scorso, relativamente a Facebook “il livello di engagement sulle pagine dei brand è sceso del 22% nell’ultimo anno ed anche il tasso di click-through è calato di circa il 20% dal 2009. “, Questo dato potrebbe essere rappresentativo del fatto che, nella coscienza (o anche nell’inconscio) connettiva si sono già sviluppati gli stessi anticorpi che anni addietro, con i nativi digitali, segnarano il fenomeno della “banner obnubilation”, (la capacità del cervello, nel visitare i siti web, di “non vedere”, nascondere all’utente, i banner pubblicitari, come una vera  e propria autodifesa).

Eppure l’intreccio, la commistione, tra pubblicità e contenuti, anche in rete, è forte e va osservata, compresa, e questo richiede tempo. Le informazioni, per poter essere validate, devono essere processate ed analizzate, contestualizzate,

Altra considerazione che emerge nella fattispecie ed anche dal rapporto di Shirky, Anderson e Bell è che,  nell’ecosistema dell’informazione che varia,  varia non solo il modo di fare informazione, ma anche i suoi attori principali: creatori di contenuti e fruitori.

La guerra raccontata sui social media

Il video, dal titolo “Voices from the Home Front: How Israelis Live Under Fire”, pubblicato sul canale Youtube delle Israeli Defence Forces il 19 novembre scorso, è evidentemente destinato ad un pubblico internazionale, non certamente agli israeliani. Destinato all’opinione pubblica internazionale, al pubblico dei vicini paesi arabi ma forse, con maggiore probabilità alla platea globale del mondo interconnesso in rete . Si apre con lo speaker del telegiornale israeliano che annuncia la morte di Moshe Ami, 56 anni, assassinato il 29 ottobre 2011 da un razzo tipo “Grad” [1] , segue intervista , sottotitolata in inglese , con una sua parente che racconta la tragedia. Subito dopo la scena di un allarme da bombardamento con le persone che corrono verso il rifugio, una rampa di scale che sembra una spirale verso l’inferno, per ripararsi da un attacco missilistico palestinese e la scritta che si sovrappone alle immagini, solo in inglese “ISRAELI CIVILIANS” e sotto “we live in a very difficult reality”, sempre in inglese.

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Le Forze Armate Israeliane sono davvero all’avanguardia nella comunicazione in rete, ed il canale Youtube è solo uno degli strumenti per la gestione dell’immagine e la propaganda: il punto di partenza è un blog continuamente aggiornato su cui, in questi giorni di guerra, campeggia il contatore di missili che è possibile “incorporare” in qualsiasi sito web (come abbiamo fatto noi di fianco). Poi vi è un sito web istituzionale, una pagina Facebook, un account Twitter, un altro su Flickr.

Le  Forze Armate Israeliane , sulle orme di quelle statunitensi ( il Dipartimento della Difesa USA, dal 2008, ha pubblicato una lunga serie di linee guida per l’utilizzo dei social media, lanciando forte il segnale dell’importanza di questo nuovo modo di comunicare ), hanno un seguitissimo account (208.000) su Twitter  dal quale vengono pubblicati, normalmente, dai 5 ai 10 tweets al giorno. Cosa che è cambiata radicalmente nel periodo tra il 13 ed il 22 novembre scorso, durante la crisi di Gaza, dove sono stati raggiunti anche i 50 tweets al giorno.

Grafica dei Tweets delle Forze Armate Israeliane durante l'ultima crisi a Gaza

Grafica dei Tweets delle Forze Armate Israeliane durante l’ultima crisi a Gaza

 

Anche l’ala armata di Hamas, le  brigate Ezzedeen Al Qassam, probabilmente con mezzi meno rilevanti degli israeliani, cura la propria immagine attraverso la rete ed i social media, con un sito web istituzionale ed un account Twitter con oltre 42.000 follower. I giorni di questa ultima crisi di Gaza, sono stati scanditi in rete da un botta e risposta continuo fatto di missili, missili anti-missili, ma anche di Tweets.

In generale, per capire il volume delle conversazioni sviluppate in rete,  l’hashtag #israeli, nel periodo tra il 1 ed il 28 ottobre era presente in 10.091 tweets, mentre nel periodo tra il 1 ed il 28 novembre (che include la crisi di Gaza) era presente in 90.586 tweets !! Per quanto riguarda l’hashtag #hamas,  è stato twittato negli stessi periodi, rispettivamente   9.434  e  298.000 volte.

Dal punto di vista della comunicazione il confronto tra i Tweets prodotti dalle due parti (Forze Armate Israeliane ed Hamas) va analizzato sulla base del pubblico a cui i messaggi sono destinati. Quelli di Hamas, in lingua inglese, appaiono indirizzati in parte all’opinione pubblica internazionale ed in parte al mondo arabo: diversamente non si spiegherebbe un altalenare tra l’enfasi delle azioni di guerra (es: “Al Qassam Brigades shelling Israeli targets with 224 projectiles for today,1426 since Israel’s aggression ”  del 20/11 o “The soldier, Corporal Yosef Partuk, 18 killed by Al Qassam shelling on Ashkol” sempre del 20/11) ed altri in cui prevale la componente vittimista, anche con la condivisione di immagini (es:  “In this picture Ahmed Dawd Oglu hugging the father of a female martyr in Al Shifa Hospital in Gaza“.)

Gli israeliani, dal canto loro, pur rivolgendosi anch’essi a diversi pubblici, sempre in inglese, manifestano una maggiore attenzione alla tipologia del linguaggio cercando di mostrare efficienza nelle operazioni di difesa (es: “2 rockets headed towards densely populated areas intercepted by the Iron Dome system in the last five hours.” del 20/11 o “Minutes ago, we surgically targeted a Hamas intelligence operations center on 7th floor of a media building in #Gaza. Direct hit confirmed” sempre del 20/11).

In ogni caso, entrambe le comunicazioni sono “costruite” secondo la logica della propaganda militare, più che a narrare, volte a creare un immagine verso il mondo esterno, di forza, di “necessità” dell’azione militare,   di efficenza strategica.

Evidentemente , sebbene queste comunicazioni siano un fenomeno indiscutibilmente interessante, portino informazioni in tempo reale, esse, di per sè, non possono in alcun modo essere considerate come attendibili, nè utilizzate in maniera adeguata per comprendere cosa effettivamente accade sul campo di battaglia. Problema che sorge anche per i giornalisti che si recano nelle aree di guerra, normalmente raccolti in spazi delimitati, come i media center, che riescono ad avere solo informazioni mediate e trasformate ad arte dalle varie fonti.

Ma, a differenza del live broadcasting sulla scena di guerra,  le informazioni che giungono attraverso i social media possono essere intrecciate tra le fonti, meglio comprese proprio perchè se ne conosce l’origine, confrontate con i blog, le notizie di agenzia e le indiscrezioni, portando forse ad un quadro più realistico della situazione.

Ad una condizione quindi: la perdita, per le informazioni provenienti dalla rete, di una parte della loro caratteristica principale, la velocità, a fronte di un controllo, analisi e di una accuratezza evidentemente necessari. Che si tratti di un uragano, di una guerra o di un asino che vola.

 


[1] razzo originariamente di fabbricazione sovietica riprodotto in varie salse in tutto il mondo, quelli in dotazione ad Hamas sono di produzione iraniana

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