Prism e l’assunzione di responsabilità dei media

5 luglio 2013 • Etica e Qualità • by

È stato sorprendente notare come i media siano – nonostante il mondo intero fosse alle prese con, probabilmente, il più grande scandalo riguardante i dati personali e la privacy della storia – tornati velocemente a trattare i normali affari quotidiani, essendosi messi alla caccia del whistlerblower Edward Snowden, invece di approfondire le diverse questioni sollevate dal caso. Di fronte alle attività spionistiche dei programmi Prism e Tempora dei servizi segreti americani e britannici, sembrerebbe che George Orwell e Aldous Huxley, entrambi a modo loro, abbiano avuto ragione, prevedendo che un “Grande Fratello” avrebbe tenuto sotto controllo la popolazione e che quest’ultima avrebbe accettato, con panem et circenses, “Il mondo nuovo”. È bene anche ricordare come lo studioso di media Ben Bagdikian, già negli anni ottanta, pronosticasse come un pugno di conglomerati mediatici avrebbe infine controllato i flussi dell’informazione in tutto il mondo. Guardandosi indietro, Bagdikian aveva ragione: oggigiorno con il “media-Monopoli” giocato da Apple, Facebook, Google e Microsoft, sono in gioco ben altre forze rispetto a quelle che lui aveva previsto e delle quali dovremmo liberarci. Purtroppo, a Bagdikian è mancata l’immaginazione di prevedere che il governo degli Stati Uniti sarebbe stato il quinto giocatore della partita, visto che, si è appreso, la Nsa raccoglie, filtra e usa i dati ottenuti per i suoi fini tutt’altro che trasparenti.

Il veloce cambio di interesse dei media fa sorgere un’altra volta la domanda su quale sia l’onere sulle spalle degli organi di stampa nel processo d’informazione del pubblico e quale responsabilità sia loro da attribuire, nel caso fallissero nello svolgimento dei loro computi. MediaAct, un progetto di ricerca guidato da Susanne Fengler, professoressa presso la Technische Universität di Dortmund, ha cercato di rispondere a queste domande con uno studio ad ampio respiro che ha coinvolto dodici paesi europei e due paesi arabi. I risultati di questa indagine sono appena stati resi noti recentemente a Bruxelles.

Complessivamente sono stati intervistati 1762 giornalisti. Tra i diversi risultati della ricerca, bisogna citarne almeno uno, di certo non sorprendente, ma sicuramente interessante: anche tra chi è preposto a creare le notizie vige il motto tedesco “lavami pure, ma fai sì che io non mi bagni”, il medesimo atteggiamento del cittadino comune. In tutti i paesi studiati la risposta alla domanda sull’assunzione di responsabilità è stata univoca: si ammette apertamente l’importanza dell’assunzione di responsabilità dei media, ma nel concreto, i giornalisti preferiscono di gran lunga rinviare la questione alla propria coscienza, piuttosto che dover rispondere alle istanze di controllo di autorità preposte, come i consigli della stampa, gli ombudsman o altre istituzioni simili. Sorprendente e onesta è stata anche la risposta data su un’altra questione: in caso di dubbio, i giornalisti prediligono un’assunzione di “responsabilità totale” nei riguardi delle fonti, piuttosto che verso il pubblico. Solo in Spagna e in Giordania le persone consultate hanno sentito al primo posto la lealtà verso i propri lettori, ascoltatori e spettatori, come previsto solitamente dai codici etici del giornalismo.

Purtroppo MediaAcT non ha avuto un’eco significativa sulla stampa. In Gran Bretagna, il Daily Telegraph è addirittura riuscito a riportare i risultati dello studio e le raccomandazioni per i media addirittura in modo completamente distorto. L’articolo pubblicato dal Telegraph diceva che i ricercatori si sarebbero fatti strumentalizzare dai burocrati di Bruxelles al fine di mettere la museruola ai media in tutta l’Unione Europea. Questo atteggiamento da parte della stampa britannica corrisponde perfettamente a quanto Gordon Neil Ramsey, Research Fellow al Media Standards Trust, ha dimostrato in un suo studio sulla propensione dei media inglesi a trattare le critiche rivolte ai media, svolta osservando i 18 principali quotidiani e settimanali anglosassoni. Ramsey ha analizzato come i media britannici non siano stati scrupolosi nel coverage del Rapporto Leveson e della conseguente regolamentazione della stampa.

La correzione di notizie distorte o false rimane certamente una delle sfide principali, ma non la sola, con cui gli organi di autocontrollo dei media dovrebbero confrontarsi. Anche la minimalizzazione di una notizia (come sarebbe avvenuto anche per Prism, se solo il Guardian non avesse svelato nel frattempo ulteriori dettagli scabrosi) o addirittura il silenzio su un argomento deve essere affrontato con maggior incisività da queste istituzioni. Svariate iniziative, come “Project Censored” negli Stati Uniti o la “Initiative Nachrichtenaufklärung” in Germania, ad esempio, indagano quali temi importanti vengono puntualmente ignorati dai media, dimostrando da diversi anni come le cose dovrebbero al contrario funzionare. Purtroppo, entrambe le iniziative hanno una connotazione troppo politicizzata e sinistroide. Inoltre, devono confrontarsi in generale con lo stesso problema col quale la critica dei media deve sempre lottare: I media mainstrean li riducono per lo più al silenzio.

PS: Chi richiede agli altri maggiore trasparenza, deve poi rispettare la stessa regola. Disclaimer: l’autore di questo articolo era lui stesso coinvolto in MediaAcT come capo progetto per la Svizzera.

PPS: Questo articolo è anche un esperimento di giornalismo scientifico. Si è infatti cercato di riassumere gli importanti risultati di tre diversi studi, senza infastidire voi lettori, neppure una volta con dati e percentuali.

Fonti:

Ben Bagdikian, The Media Monopoly, Boston: Beacon Press 1983

Susanne Fengler et al. (eds.), How Fragile is Media Accountability, MediaAcT Final Research Report 2013

Gordon Neil Ramsey, Press Coverage of Leveson, London: Media Standards Trust 2013

Prima Pubblicazione su Schweizer Journalist Nr. 6 +7/2013 – aggiornato e completato.

Articolo tradotto dall’originale tedesco “Die Rechenschaftspflicht der Medien und PRISM” da Alessandra Filippi

Photo credits: Imaginary Museum / Flickr CC

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