Se i comunicati stampa perdono rilevanza

29 luglio 2014 • Etica e Qualità • by

Ecco la rivelazione più sorprendente dell’European Communication Monitor di quest’anno: in Europa, 2777 esperti di pubbliche relazioni interpellati prevedono un calo drammatico del valore del loro lavoro sui media tradizionali e puntano invece sulla comunicazione mobile e su un contatto più diretto con i loro target group.

Se all’inizio del 2008 gli operatori nelle pubbliche relazioni davano la priorità alla cura dei rapporti con i media cartacei, oggi questo vale soltanto per tre quarti (76%) degli intervistati, mentre meno della metà di questi (42%) crede che nel 2017 questo tipo di media sarà ancora rilevante. Il rapporto dell’European Communication Monitor viene realizzato dal ricercatore Ansgar Zerfass di Lipsia, da suoi colleghi e da diverse associazioni del settore e compara situazioni e tendenze della comunicazione in ben 42 paesi.

I risultati dello studio si potrebbero interpretare così: le pubbliche relazioni hanno insistito a lungo sulla maggiore credibilità del giornalismo rispetto ai propri messaggi pubblicitari ed è per questo motivo che hanno cercato di influenzarlo con il loro lavoro. Questo tipo di lavoro si è però professionalizzato sempre di più e ha fatto sì che molte redazioni pubblicassero comunicati stampa senza battere ciglio, invece di analizzarli in modo critico. Nei comunicati delle PR viene sistematicamente oscurata “l’altra metà” della verità e con essa tutto ciò che le agenzie non devono rivelare per non pregiudicare la fama dei loro datori di lavoro o la loro notorietà. Il giornalismo, accettando questo ordine di cose come pratica redazionale, ha perso parte della sua credibilità.

Molti addetti alle PR cercano sempre più spesso di bypassare i giornalisti preferendo l’approccio diretto dei media digitali e mobile per veicolare i loro contenuti. Di conseguenza, il giornalismo ha perso valore anche come mezzo di comunicazione per i messaggi di pubbliche relazioni e promozionali, ma i giornalisti possono ancora essere un fastidio per questo settore. A volte, infatti, pongono domande scomode e hanno persino idee diverse riguardo a cosa potrebbe essere rilevante per i loro pubblici e cosa, invece, no. Gli esperti di comunicazione, se ne hanno la possibilità, evitano i giornalisti oppure li comprano direttamente per usarli in base ai loro scopi. Questo giustifica il recente boom di corporate publishing, al quale partecipano anche i grandi editori tedeschi.

Peccato che fino ad ora non sia esistito un monitoraggio simile dedicato alla comparazione dello sviluppo del giornalismo nei diversi paesi d’Europa. Da questo punto di vista, la Svizzera si mostra di nuovo come paese precursore: Kurt Imhof (Università di Zurigo) stila infatti dal 2010 un rapporto sulla qualità dei media, che è come il fumo negli occhi per il vanitoso settore mediatico. Anche questi studi dimostrano di anno in anno come la contesa del potere tra giornalismo e pubbliche relazioni si volga sempre più propizia per le ultime.

Le slide di presentazione del report:

Articolo pubblicato originariamente su Tagesspiegel, il 21 luglio e tradotto dall’originale tedesco da Georgia Ertz

Il titolo di questo articolo è stato modificato in data 4 agosto a causa di un’imprecisione. Ce ne scusiamo con i lettori

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