Trasparenza sì,
ma non per i media

13 dicembre 2012 • Etica e Qualità, Media e Politica • by

Gli interpreti dell’informazione hanno un rapporto conflittuale con il concetto di responsabilità sociale.  Lo dimostrano due autori facendo tra l’altro riferimento allo scandalo delle intercettazioni in Gran Bretagna.

Fa parte delle stranezze delle più evolute società dell’ informazione che proprio quel settore che si occupa di monitorare la politica, l’economia e la cultura appellandosi spesso alla loro responsabilità morale, quando poi si tratta d fare autocritica fa orecchie da mercante. Molte realtà mediatiche tradizionali, dunque tv, radio e stampa, si muovono nel loro abituale contesto sociale senza farsi tangere da questioni relative alla Responsabilità sociale (Corporate Responsibility).

Più di sole relazioni pubbliche?

In un grosso volume, che in futuro aspira a diventare il manuale di riferimento,  Anke Trommershausen (Università di Weimar) ha osservato alla lente il tema della Corporate Responsibility nelle imprese mediatiche. In particolare, secondo Trommershausen  i media hanno una specifica responsabilità per quanto riguarda la comunicazione e la cultura nella nostra società. Secondo l’autrice la Corporate Social Responsibility non è solamente una nuova forma di Public Relations né l’espressione di una filantropia aziendale, ma un concetto strategico per l’ottenimento di descrivere come una strategia per ottenere dei vantaggi competitivi.

Sotto il cappello “imprese mediatiche” Trommershausen raccoglie una vasta paletta di aziende, appartenenti a quei settori in  passato “ tenuti accuratamente separati, come le telecomunicazioni, l’informazione, i media e l’intrattenimento”, e che ora invece l’autrice raggruppa sotto la definizione “time companies”. Nasce così un complesso industrialepiù grande di Google, Apple, Microsoft e Facebook messi insieme e dall’industria automobilistica. Per questo seguendo il ragionamento di Trommershausen si può facilmente concludere che in questo settore è necessaria “una co- regolamentazione”, ovvero una stretta collaborazione tra le istituzioni statali e i media sottoposti alla loro sorveglianza, per il semplice motivo che queste imprese multinazionali e sovranazionali  riescono spesso a sottrarsi agli sforzi di regolamentazione degli stati nazionali.

Nel conglomerato delle “time  companies” scompaiono quasi completamente le case editrici, le TV e le reti radiofoniche, che , come fornitori di notizie, detengono un specifica responsabilità nei confronti dell’informazione al servizio della società.  La loro responsabilità dovrebbe risiedere  soprattutto nel fatto che producono un giornalismo che soddisfi i criteri professionali, che rifletta il proprio operato e che, grazie ad una informazione completa, articolata ed in generale equilibrata, faciliti il processo democratico della presa di decisioni.

Su questo tema si vorrebbe avere qualche dettaglio in più, ma il volume spazia, come già accennato, in vari ambiti. Nella sua parte empirica si limita ad una analisi delle protocollo deontologico, al quale più o meno le imprese mediatiche si attengono per operare in maniera responsabile nei riguardi della società.  Questi Corporate Responsibility  Reports sono spesso poveri di spirito  e di contenuti, basta confrontare il codice etico in vigore presso la società per azioni Axel Springer con quello che fa ogni giorno il suo quotidiano Bild , la vera gallina dalle uova d’oro, e la fonte maggiore di cash della casa editrice tedesca.

John Lloyd, uno dei direttori del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford, nella sua analisi delle intercettazioni telefoniche che hanno coinvolto il «News of the World» va molto più a fondo per quel che riguarda la Corporate Social Responsibility dell’azienda di Murdoch. Come un vero inglese preoccupato di salvaguardare la correttezza nel giornalismo si spende addirittura in complimenti per il tycoon australiano sottolinenandone i notevoli investimenti economici fatti nel giornalismo, in parte addirittura nel giornalismo di qualità, liberando per altro gli editori inglesi dal forte influsso dei sindacati.

Come risultato solo ingenti danni

Se però da una parte ne tesse le lodi, dall’altra Lloyds mette in evidenza i danni provocati nel settore dei media da Murdoch e dai suoi luogotenenti . Secondo lui la stampa scandalistica di News International ha evocato la libertà di stampa solo per distruggere delle vite in sue nome. Le prese di posizione dei manager di punta di Murdoch hanno escluso qualsiasi ipotesi di credibilità. La mancanza di rispetto, che hanno mostrato nei riguardi dei politici legittimamente eletti, oscura ogni altro possibile merito. Sul banco degli imputati di Lloyd non siedono però esclusivamente Murdoch e i suoi manager, bensì quasi tutte le imprese mediatiche. Il senso di responsabilità dimostrato è miserevolmente pari a zero: “Sebbene i media reclamino costantemente la trasparenza e l’obbligo di assunzione di responsabilità, sono tra tutte le istituzioni le meno solerti ad applicare questi criteri a loro stesse. Anzi, è proprio in nome della libertà di stampa che rifiutano totalmente tutte queste regole.”

Bibliografia

Trommershausen, Anke (2011): Corporate Responsibility von Medienunternehmen. Herbert-von-Halem-Verlag: Köln.

Lloyd,  John(2011): Scandal! News International and the Rights of Journalism. Reuters Institute for the Study of Journalism: University of Oxford

Pubblicato in NZZ il 04.12.2012

 

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