Perché i giornalisti dovrebbero rallegrarsi

26 settembre 2013 • Giornalismi • by

Volendo giudicare dal tono che domina la discussione pubblica, da lungo tempo il giornalismo in Europa e in America starebbe soffrendo di “un metaforico esaurimento nervoso”. Le redazioni vengono ridotte, con la conseguente perdita di posti di lavoro, il numero di copie stampate diminuisce e le startup che lavorano nell’informazione online falliscono perché non riescono a guadagnare neppure il minimo necessario a sopravvivere. Anche l’operato di alcune redazioni, come descritto nella Leveson Inquiry, a seguito dello scandalo di News of the World di Rupert Murdoch, non è di certo tra i più edificanti.

Scrivendo un libro che tratta di queste tematiche, sono però giunto alla conclusione che il peggio sia passato e superato. Durante un cambiamento di tale portata molto viene perso, ma alla fine del processo sono sicuro che l’effetto che il digitale ha sul giornalismo verrà giudicato in modo positivo. Su questo argomento, ho scritto Out of Print: Newspapers, Journalism and the Business of News in the Digital Era. Ecco l’elevator pitch del punto di vista del libro:

  • Il giornalismo è stato rinnovato e ristrutturato dalle fondamenta per adeguarlo alle nuove condizioni. È praticamente impossibile dimostrarlo scientificamente, ma l’energia creativa necessaria ad adattare il giornalismo alle nuove possibilità esiste. I giornalisti di lungo corso spesso sembrano inclini a negare questa evidenza.
  • È un dato di fatto  che un modello unico di business, alternativo a quello che non funziona più basato sugli introiti pubblicitari, non sia ancora stato trovato. Questo però non significa che aziende che si occupano di giornalismo online non possano prosperare senza il sostegno di fondazioni filantropiche o dello stato. Lentamente ma gradualmente, un sempre maggior numero di nuove piattaforme ha successo, come altre falliscono.
  • Personalmente ho sviluppato questa visione ottimistica non soltanto osservando il presente o facendo previsioni sul futuro, bensì gettando uno sguardo al passato. Il giornalismo opera in condizioni di per sé instabili – e intendo il difficile equilibrio tra gli slanci sociali e democratici e le leggi di mercato – ed è sempre stato campo di rinegoziazione, improvvisazione e sperimentazione. Il primato della stampa scritta, per esempio, ha iniziato a sgretolarsi ben prima di quando spesso si supponga. Il massimo numero complessivo di copie vendute, per quel che riguarda i giornali nazionali britannici, ad esempio, è stato raggiunto nei primi anni ’50.
  • Il più importante motore di cambiamento è l’enorme massa di informazioni che oggigiorno è disponibile. Questo fenomeno sposta il focus del reporting e dell’editing verso la gestione dell’abbondanza, dato che quantità non si traduce automaticamente nel fatto che tali informazioni siano affidabili. Molti giornalisti devono ancora scendere a patti con questa nuova situazione. A tal proposito, segnalo su questo argomento un eccellente articolo su Slate del giornalista economico Matthew Yglesias.
  • Perché i giornalisti, me incluso, sono stati così lenti ad adattarsi? Tra le possibili ragioni possiamo elencare il fatto che il business delle news è di per sé conservatore perché coloro che lo praticano sono totalmente assorbiti nella lotta quotidiana, che a volte si gioca sul filo delle ore. Inoltre, per i giornalisti, l’importanza dell’indipendenza ha significato spesso una strenua resistenza al cambiamento ed è coincisa con l’incapacità di accettare consigli, per esempio dai geek.
  • Ma siamo giunti ad un punto di svolta. La tendenza a lungo termine mostra che la stampa scritta non sparirà, ma in futuro la carta perderà importanza come canale e come cultura dell’informazione. Siccome il digitale re-indirizza il modo in cui l’informazione viaggia e cambia l’accesso alla conoscenza, la vera sfida sarà quella di mantenere gli obbiettivi fondamentali del giornalismo a una nuova fase.

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su www.georgebrock.net

George Brock è autore di Out of Print: Newsapers, Journalism and the Business of News in the Digital Age, edito da Kogan Page

Articolo tradotto dall’originale inglese da Alessandra Filippi

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